L'ultimo terrestre (di Gian Alfonso Pacinotti, 2011)


Un giorno un’aliena piomba nel giardino del padre del protagonista: comincia la materializzazione dell’aspettativa degli esseri umani. Questo essere devoto e servizievole, che rende più ordinata e famigliare la vita di questo anziano, potrebbe essere null’altro che la proiezione della moglie di quest’uomo. E’ come se gli fosse data una seconda possibilità: l’aliena-escrescenza del subconscio è a conoscenza dell’orribile passato e dinanzi al primo segnale di abbandono lascia un’eloquente bigliettino.
In un quadro apocalittico, in cui ciascuno comincia a imbattersi nelle proiezioni delle proprie aspettative, il protagonista sembra comprendere che gli alieni siamo noi è che è inutile cercare il bene e il male altrove perché tutto risiede già dentro di noi. Questa è una misura indispensabile per accettarsi e livellare il rapporto con gli altri.
Le persone che lo circondano sono tutte vittime dell’alienazione e uniformi a una visione superficiale della propria esistenza: la vicina di casa non è da meno, fugge come tutti gli altri. L’assurdo predicatore delle energie positive ha un rimorso di coscienza (?), mentre resta poco chiaro e liberamente interpretabile il destino dell’unico amico di Luca, che dopo una brutale uccisione viene prelevato da sei alieni e trasportato chissà dove, in un risveglio celestiale e atarassico.
Un film sull’alienazione, dunque, più che sugli alieni. E’ ciò che crea l’aspettativa ad emergere impetuosamente.
Forse Luca attraverso il racconto del padre finalmente attribuisce una risposta all’assenza della figura materna che ha influito nettamente sulla formazione del proprio carattere, sulle sue insicurezze e specialmente nel rapporto con l’altro sesso (cfr. la prostituta che incontra, più anziana di lui, potrebbe richiamare il fantasma di una figura materna di cui sente il bisogno?).
E’ proprio nella scoperta dell’omicidio della madre che finalmente riesce a connotare bene e male e forse a vincere il proprio totale distacco dinanzi agli eventi e la totale mancanza di presa di posizione (cfr. sequenza dell’omicidio dell’amico).
Un film indubbiamente molto psicanalitico, girato peraltro molto bene per essere un regista esordiente.
Il suo limite è che resta un po’ troppo freddo sul piano emozionale. La mescolanza di ironia, grottesco e tragedia appare distante. I frequenti cambi di registro lasciano flash, piuttosto che una visione unitaria di tutti i frammenti.
Non sono riuscito a leggerlo come un film politico, come ha fatto qualcun altro.
Vale la pena vederlo per taluni significati nascosti svelati in modo pregevole, ma ribadisco che la componente emotiva resta decisamente soffocata nel suo sgretolamento, per quanto mi riguarda.

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