L'amore e il sangue (di Paul Verhoeven, 1985)


Nell’analizzare questo primo film hollywoodiano di Paul Verhoeven non si può certo tralasciare il suo tema portante, ossia la violenza esercitata come giustificazione di una giustizia divina dalla propria parte.
La scoperta della statua di San Martino offre un pretesto ai mercenari per muoversi secondo le proprie pulsioni più abiette e meschine.
C’è dunque una posticcia presenza del divino dappertutto, spesso ostentata e immediatamente riconoscibile, altre volte camuffata attraverso sottili e splendidi espedienti di una regia subliminale come sempre (vedi la testa del Martin-San Martino circondata da una ruota di un carro a mo’ di aureola).

E per contro il film è ricco di blasfemia, iconoclasta a livelli anche difficili da sorbire per stomaci poco forti – ma mai fuori posto o scontata.
Devo dire che in tal senso Flesh and blood segue idealmente proprio De vierde man (Il quarto uomo), in una linea di continuità fedele ad una poetica ben determinata e rinnegata letteralmente in gran parte dei film seguenti.

Per mostrare la sopraffazione Verhoeven come sempre mostra apertamente, non si cela dietro la minima censura sia nell’immagine (soprattutto) che nel contenuto dei dialoghi, e quando vuole sa essere profondamente allusivo nelle metafore sessuali, utilizzate proprio come quelle simbolico-religiose (si veda la cena nel castello, un convivio granguignolesco ritratto con sagacia).

L’ambiguità morale, splendidamente rimessa in mostra nell’ultimo Black book (in cui è elevata perfino a leitmotiv) è un altro tema indissolubile rispetto alla volontà di rappresentazione (dalla connotazione fortemente negativa) e perfettamente in linea col periodo orange.

C’è anche da sottolineare che Flesh & Blood (sarebbe Carne e sangue – qui l’amore c’entra davvero ben poco) è stato scritto dallo stesso Verhoeven che decide di muoversi in un periodo storico che riflette l’ambiguità dei suoi eroi negativi (esattamente a cavallo tra medioevo e rinascimento).

Dopo Spetters ancora una volta lo stupro (una sequenza lunga e emotivamente molto forte anche stavolta) ritorna come archetipo di una sopraffazione assolutamente gratuita e spinta ai massimi livelli.
E’ lo stesso regista a spingere molto sui particolari disturbanti come il sangue versato a fiumi, in sequenze di grande intrattenimento in cui la spettacolarizzazione ancora una volta per fortuna, benchè presente in maniera massiccia, non è messa realmente al primo posto quanto nei film seguenti.
E’ esattamente uno spartiacque in una carriera discontinua in cui precedentemente, ad esempio nello stesso Soldato d’orange, l’azione era già molto presente.

Grandioso Rutger Hauer, lui con l’amico Verhoeven ha mosso i primi passi e i due si sono ricongiunti a Hollywood dopo alcuni anni. Dà vita ad un personaggio mostruoso, che sfiora l’onnipotenza nella sua ascesa divina.
Non si salva neppure il principino che costringe e ricatta il vecchio comandante per assecondare i propri capricci.
Infine non si salva un’Agnese prototipo di quella ambiguità del personaggio interpretato da Carice Van Houten nell’ultimo Black Book: c’è anzi un ideale passaggio di testimone non solo tra Renee Soutendijk e Jennifer Jason Leigh, ma anche tra quest’ultima e l’ultima musa olandese: il fisico è molto simile, l’ostentazione del corpo nelle scene di sesso ce lo testimonia.

Nessun commento: