L'amante (di Claude Sautet, 1970)


Il titolo originale sarebbe Le cose della vita ma nella versione italiana è stato tradotto in maniera pessima.
L’amante a cui si allude, il personaggio interpretato da Romy Schneider, non è assolutamente la protagonista della vicenda.
Chissà se in tale scelta sciagurata del titolo c’entri qualcosa uno dei primi film post-Sissi di Romy, ovvero Christine, anche in questo caso stravolto solo nella versione italiana nel melenso L’amante pura (il film che ha fatto innamorare la Schneider e Alain Delon, ndr).
Poco importa, era importante premettere che “le cose della vita” è realmente calzante come titolo per rendere l’idea di quanto sia sottile stabilire spesso l’importanza da attribuire alle persone di cui ci circondiamo nell’idea e nella realtà che c’imponiamo di perseguire nel corso della nostra vita.
Pierre nella sua quotidianità è arrivato ad un punto in cui non ha decisamente le idee chiare. Si crea forse troppi arzigogoli, destruttura ogni riflessione, e questa incertezza permanente si riflette sul rapporto con la sua nuova compagna Hélène.
Ad incrementare questo senso di dispersione è il legame ancora vivo con il figlio e la moglie.
Non sono i personaggi di contorno (come anche il padre e un collega) a esercitare pressioni di particolare rilievo sul protagonista o addirittura ad essere dispotici, tutt’altro, essi vengono dipinti come figure marginali e soggetti alla volontà di questo medio borghese apparentemente deciso e autorevole.
Ad una descrizione peculiare dei risvolti psicologici del protagonista segue dunque un’analisi volutamente mai troppo approfondita dei personaggi che gli ruotano attorno. Soltanto Hélène è scolpita con un certo acume proprio per determinare le prime idiosincrasie caratteriali che sottendono al legame della coppia protagonista, a richiamare un processo di acredine significativamente crescente già precedentemente in corso d’opera.
Il primo punto di svolta in questa narrazione avviene quando Pierre con molta naturalezza promette al figlio una breve vacanza da trascorrere assieme.
Il litigio in auto con Hélène (anticipa già una sequenza memorabile di Un cuore in inverno) è una vera perla di sceneggiatura (scritta a più mani come sempre, specie nei primi film del regista) e segna un marginale distacco nella coppia.
Il secondo e definitivo punto di rottura il film l’aveva già anticipato proprio nell’incipit, quasi a presentarlo e ad innalzarlo immediatamente come vero e proprio spartiacque: è l’incidente che occorre a Pierre. Ripreso da ogni angolazione, smontato, rimontato, rimodellato. Materia che si crea e si distrugge. Viene evidenziato in maniera soffocante, ossessiva, il labile confine tra il momento antecedente all’incidente e quello immediatamente successivo, per poi penetrare nel suo mentre. Tutta questa laboriosissima frammentazione è un esercizio registico di grande spessore che intende catalizzare la massima attenzione proprio sul significato di quel mentre che si estende ai momenti in cui Pierre è riverso a terra e quando è nell’ambulanza.
Nel limbo, tra la vita e la morte, egli non riesce già più a parlare a ciò che è in vita.
I soli imput uditivi non lo scuotono. C’è un cordone ombelicale che sta per essere reciso.
Pierre, dunque, in questo stadio indefinito comincia a provare una sensazione sempre più netta di ciò che vorrebbe che accadesse nella realtà. E’ un paradosso! Durante la propria vita l’indecisione l’aveva inghiottito, al pari di quella magistrale carrellata velocissima che ci mostra quanto la strada che ha da percorrere si allunghi a dismisura, si deformi, e la meta agognata sia irraggiungibile. La camera si sposta sui cespugli, tutto scorre ad una velocità impareggiabile.
Nella vita antecedente al limbo, sorta di stadio semicosciente, Pierre aveva desiderato che la propria volontà si muovesse in diverse direzioni, dettando le regole del gioco.
La riflessione non si fonda tanto sul valore del destino, anzi sarebbe sciocco liquidare questa tensione creativa in questa direzione.
Piuttosto appare evidente come nella profondità di uno stato percettivo distorto per Pierre diventi tutto più chiaro e focalizzato rispetto a come gli apparisse nella realtà di tutti i giorni, in un mondo superiore in cui il valore della strategia e del compromesso, così come del ripensamento, era di prim’ordine.
In quei momenti che lo separano dalla morte per Pierre diventa assolutamente certo che ora la prima cosa da fare è strappare quella lettera. Un ultimo pensiero per Hélène: che non pensi ciò che lui avrebbe prima voluto ma poi riponderato, in qualche modo un pensiero che viene inconsciamente accolto da Catherine che si fregia di un gesto di grande solidarietà femminile e umanità per lenire un dolore incommensurabile.
E’ il primo film del regista con due grandissimi come Michel Piccoli e Romy Schneider, la coppia si ripeterà affiatatissima nel successivo Il commissario Pellissier, un film che ho apprezzato ancora di più.

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