Goto, l'isola dell'amore (di Walerian Borowczyk, 1968)


Lo squallore degli interni (intonaco sgretolato, pavimenti lerci, pagliericci, mosche che ronzano dappertutto) riflette quello del degrado di un microcosmo malato d’ambizione e sopraffazione.
Una barchetta rudimentale è l’unico elemento simbolico di fuga – qualcosa che non si realizzerà mai.
E’ impossibile abbandonare un’isola militaresca in cui regna l’ordine costituito, l’uomo vale quanto una bestia (e viceversa – cfr. i cani del gerarca fucilati) e la donna è sempre oggetto e mai soggetto della passione.
Solo attraverso il tradimento Glossia può sognare di ribellarsi alla coercizione, e riesce eccome a destabilizzare le redini del potere (anche a suo discapito).
Glossia incarna la libertà. Quando vede la barca perdersi tra le onde viviamo con lei le stesse sensazioni di sconfitta. In quelle lacrime non riesco a vedere la compassione per quel vecchio gerarca sadico che affannosamente si rimette in piedi (il sovrano Goto III, suo marito), ma la pura rassegnazione ad un destino beffardo.
Una musica incalzante (di Handel) ci pungola e il primo piano sul suo volto è magico. Una scena straordinariamente ricca di pathos, di vibrazione – e Ligia Branice fa il resto, con quel suo taglio degli occhi un po’ orientale e una interpretazione (per l’intero film, bisogna evidenziare) perfettamente tesa tra una fragilità profonda che non intende manifestarsi e un protocollo compunto ed elegante da rispettare agli occhi dei sudditi.
Altra scena madre è quando Goto III scopre il tradimento. L’assenza di sonoro ammutolisce lo stupore che il sovrano prova (e noi con lui).
Spesso nel cinema di Boro qualcuno osserva un “peccato” di nascosto (Il margine o Interno di un convento) e noi di riflesso dobbiamo provare la sensazione gradevole di identificarci in quel peccato ma al tempo stesso sadicamente provare il disgusto di chi l’osserva (in cui non ci riconosciamo affatto!) e ciò amplifica la distanza o la vicinanza per questo o quel personaggio e per l’agito espresso. Ed è uno dei significati della scena erotica ostentata da Boro perché ci sarà sempre chi la vive con orrore e chi la trova come il veicolo mediante il quale far esplodere un significato immenso di libertà e individualità. Goto è solo ironicamente l’isola dell’amore, o meglio questo sentimento è la sola nota di colore in un’isola di persone-pedine create con lo stampino. Tutti i nomi iniziano per G. come se fossero una serie da collezione: una ripetizione senza via di sbocco come il fronte spaziale di totale distanza e solitudine rispetto al resto del mondo, o temporalmente la stagnazione dopo un terremoto (due sequenze-cardine ci indicano che nella classe della scuola l’orologio è fermo a quella data).
L’unico movimento, se così lo si può definire, è una riproposizione del vecchio, senza alcuna novità. Significativo a tal proposito è lo sterile ripetersi di spettacoli macabri nel salone centrale. Inoltre la fisionomia identica dei sovrani che si sono succeduti (in una tridimensionalità imbarazzante) mostrata nella scena iniziale ai ragazzini è piuttosto eloquente.
Uno dei motivi per cui apprezzo il cinema di Boro sono le giustapposizioni, in fase di montaggio, di sequenze che hanno l’effetto di interrompere un continuum tra due sequenze temporali e questa profonda intercapedine visiva (spesso di pochissimi secondi) ha l’effetto di rivelare il pensiero del personaggio, in flashback o addirittura in flashforward (vedi gli splendidi fotogrammi inseriti durante la cena di Dr Jekyll et les femmes). Grozo che ripensa a quando Glossia lo accolse tra le sue braccia – un po’ imbarazzata e restia – in segno di grazia, è una di quelle sequenze mute che arricchiscono una visione assolutamente originale del pensiero nascosto.
Grozo è l’arrivista incapace di portare a termine il proprio piano perché Glossia sfugge a quella legge, ella è un personaggio a parte rispetto a tutto il resto e non può che avere sorte differente.
Una colonna sonora illuminante sposa le fotografie in movimento che compongono questo quadro gelido – le macchie di colore (si contano sulle dita di una mano, credo) sono come dei flash su particolari che colti al di fuori del gelido b/n assumono maggiore profusione nei nostri sensi (spesso sono immagini di un rosso vivo – Grozo che prende la carne per i cani nel secchio; il sangue; un’immagine di Glossia altera nel suo vestito bianco...).
Primo lungo del Boro, uno dei suoi film migliori, una vera opera d’arte d’immagini e suoni.
La contrapposizione tra brutalità e desiderio represso è resa con intensità.
Più di un brivido attraversa la schiena, e più di una lacrima scorre nel vivere la disfatta di questa adorabile protagonista.

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