Bellamy (di Claude Chabrol, 2009)


Siamo sbalorditi ed elettrizzati dinanzi all’ultimissimo film di questo regista.
Ha fatto centro ancora una volta mostrando con una caparbietà mai sopita ciò che si nasconde dietro l’apparenza.

La vicenda complessiva ricorda quella sviluppata ne L’ispettore Lavardin, mentre il risvolto privato inserito per giustificare la psicologia del protagonista, senza andare troppo lontani nel tempo, è simile a quello escogitato per La commedia del potere.

Non poteva mancare la solita cittadina di provincia a far da location, ovvero Nîmes. Un montaggio velocissimo di immagini da cartolina della splendida cittadina del sud della Francia lascia immediatamente spazio ad una sequenza di forte contrasto che ci inserisce nella vicenda: un’auto in un dirupo e un corpo carbonizzato.
Questo incipit ha un suo significato ben preciso ed è da conservare nella mente alla luce del suo doppio che al contrario chiude la pellicola.

La quantità di doppi che si moltiplicano nel film è impressionante: Noel/Emile, Denis/Jacques, Madame Leullet/Nadia.
E ancora Bellamy e Emile, Bellamy e l’ispettore locale, l’avvocato e Georges Brassens...Chabrol e Georges Simenon.
Bellamy/Depardieu è il solito alter ego del regista e di riflesso dello spettatore: non gli (/ci) è sufficiente la verità che emerge dai fatti, bisogna scandagliare in profondità per cercare di comprendere la vera natura delle intenzioni e dei comportamenti.

Il giallo di superficie è infatti come sempre essenziale e assistiamo ad un’apparente risoluzione classica: c’è un cadavere, un movente, un colpevole.
Bellamy compie una ricostruzione meticolosa sempre animato dal dubbio.
Nel frattempo ecco il tocco di genio: inserire una figura complementare nel privato del protagonista per approfondire anche la sua psicologia. Il fratello di Paul, Jacques, appartiene alla schiera degli infelici.

Il dubbio per l’ispettore è stato il motore del successo nel proprio mestiere, ed è stato alimentato continuamente dalla sua maschera privata che ha costruito per mantenere un rapporto con il fratello troppo complicato per lasciarlo sereno.
In questa deframmentazione graduale della sicurezza di Bellamy prima accogliamo i suoi incubi (“Sono un bastardo!”), poi emerge un episodio nell’infanzia che ha irrimediabilmente compromesso il legame con suo fratello.
C’imbattiamo in un vero antieroe, una figura umana lontana da ogni tipo di stereotipo che conosce gli sconfitti proprio perché è vissuto con il senso di colpa per tutta la vita.

Emile chiede perché faccia tutto ciò per lui, Bellamy rivede forse il tentativo di omicidio che egli stesso ha sperimentato da ragazzo e da cui cerca una catarsi inconscia.

La fragilità dell’identità di Jacques è a sua volta da ricercarsi in questo trauma forse rimosso, forse no, in ogni caso decisivo: è sempre vissuto all’ombra di un fratello che ha ciò che lui non può, che decide persino per lui.

Io credo che Bellamy faccia di tutto per assolvere Emile in virtù di questo riaffrancamento con un’immagine di sé che vede materializzarsi attraverso quest’uomo.
Che veda una rivincita morale sul dolore che ha dovuto vivere per l’intera vita? Che veda nell’assoluzione di Emile un riconoscimento giuridico che possa annebbiare in partenza la creazione di un nuovo possibile fantasma intransigente?
Questo, tra tutti i doppi che si rincorrono, è il vero e proprio colpo di genio dal quale scaturisce la risoluzione giudiziaria del film: Emile viene assolto ma il suo volto alla lettura dell’assoluzione non convince Bellamy. E se si fosse sbagliato?
Il dubbio che egli abbia agito mosso da un pensiero inquinato dal riflesso intimo è più che lecito, e non verrà sciolto.

E’ il preludio ad un finale amaro. Quanto ci avviciniamo all'intimità di Bellamy, ma come sembra inevitabile e beffardo questo destino delle povere anime perdute.
Jacques come Denis, esattamente in quella tragicità, così come l’assurdo colpo apoplettico che ha sancito la fine dell’esistenza di Madame Leullet.
“Non è colpa tua, era ubriaco” cerca di consolarlo Francoise.
Bellamy è stravolto, tutto il suo senso di colpa anziché trovare una catarsi si è concretizzato nell’ineludibile, ora concreta, testimonianza di una sconfitta.

La maschera di un imbolsito ma ancora coriaceo Gerard Depardieu è quanto di meglio potesse offrire un attore nelle vesti di questo personaggio contraddittorio ma pieno di dignità, così umano e vero e così ambivalente nella sua tenerezza ma spigolosa artefazione dell’esistenza. Mi ha ricordato la toccante prova, anch’essa rabbiosa ma fragile e tradita dalla vita allo stesso tempo di Police di Maurice Pialat, che non a caso penso sia una delle prove più gigantesche (è proprio il caso di sottolinearlo) della sua carriera.
Da menzionare assolutamente anche la prova di Jacques Gamblin, che si divide tra ben tre personaggi!

Chabrol lascia un testamento difficile da raccogliere. Ancora una volta ci ha prima ingannati, per poi persuaderci gradualmente con intelligenza e mestiere.
La quantità di sottostrati di un semplice giallo televisivo, che il film sembra nella sua linearità narrativa, è impressionante.

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