Mar de grises - Streams inwards (2010)




Neppure il tempo di salutare Rod G. al loro fugace ritorno in Italia durante il terzo eurotour, dopo aver saltato il nostro paese nel secondo viaggio nel nostro continente (che a detta di molti è quello che ha riscosso maggior successo), che già questo disco cominciava a prender polvere sul mio scaffale e..ehi, non ancora ne ho parlato a riguardo! Proprio io che ho inaugurato questo blog con il loro primo album – che per inciso, resta il migliore.

Ebbene si, da una parte restate tranquilli, The tatterdemalion express non si tocca, ormai è lì, leggenda per pochi, sempre più brillante nel ripercorrere la svolta nel doom di quegli anni, con il suo dinamismo d’avanguardia alimentato da una vena prog florida di idee che scorrevano a fiumi.

Poi un secondo disco indubbiamente fresco e molto accattivante, anche se meno emozionante, aveva tracciato in qualche modo un nuovo percorso di ricerca sonora, senza rinnegare le origini.

Con Streams inwards direi che i cinque ragazzi continuano ad impegnarsi sempre di più per perfezionarsi, divenire più catchy e fighetti restando sempre fedeli a quell’aura che li rende distinguibili: da sottolineare la scomoda Cathatonic North, un vero macigno – per usare un eufemismo – che però mi ricorda troppo Storm, almeno in quanto ad architetture. Sarà una fucilata sui maroni per chi invece è alla ricerca di suoni eclettici e vivaci, come in Shining human skin, per intenderci.

Juan Escobar pochi mesi fa ha lasciato di nuovo la band senza un cantante, e di conseguenza anche senza un tastierista.
Al momento le ricerche sono fervide, ma che peccato, devo sottolineare nuovamente che sia per atmosfere che per approccio vocale questo artista aveva più che degnamente sostituito il suo predecessore.
Egli, che ha fin dall’inizio dovuto combattere con il fantasma onnipresente di Marcelo Rodriguez, ha più voce in capitolo nella stesura dei brani; come si evince dal booklet c’è una sua significativa partecipazione al songwriting soprattutto nella seconda parte del disco – ehm guarda caso la peggiore.

Sì perché purtroppo questo album parte fortissimo per spegnersi alla distanza.
Per la prima volta la sperimentazione più azzardata dei cileni (si ascolti soprattutto Knotted delirium) lascia un po’ interdetti, troppo frigida e poco ispirata per sembrare vera.

La nota positiva è rappresentata soprattutto dai primi tre pezzi, di notevole fattura e soprattutto (il dato più importante) molto emozionanti.
Mi soffermo su quella meraviglia che risponde al nome di Starmaker, un’esplosione di fraseggi e dissonanze sempre più articolate e al tempo stesso dritte al punto. Un brano d’impatto, coraggioso e immenso nella luce che riesce a sprigionare.

Anche la citata Shining human skin prosegue su quelle coordinate: un riffing bello corposo, melodie, un approccio prog sempre più pervasivo, e quel gusto per l’imprevedibilità che ha da sempre contraddistinto la musica dinamicissima di questo quintetto cileno.

Poco altro. Gli intermezzi creano atmosfera ma non incantano, la creatività di Rodrigo Morris, da sempre la mente del gruppo, sembra si sia un po’ arenata e a tratti conformata ad un pericoloso trend (Swallow the sun, Daylight dies...oh no!) tanto in voga nel cosiddetto doom alternativo di questi ultimi anni.
Peccato perché i Mar de grises quando fanno i Mar de grises sono nettamente più originali e emozionanti delle due band di sopra.

Il passaggio alla Season of mist denota che l’etichetta francese non ha più limiti e senz’altro una distribuzione più capillare rispetto alla vecchia etichetta finlandese un po’ in crisi.

Da segnalare infine la traccia bonus Aphelion Aura (ma tuttora non ho ancora capito se l’edizione di cui sono in possesso sia limitata, o se tutte le stampe contengano questa finta bonus track, a questo punto), piuttosto buona, cantata da Natalia Suazo, che non ho la più pallida idea di chi sia ma ha una voce molto valida.

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2 commenti:

Zonekiller ha detto...

bel blog! ti seguirò...

Mauro ha detto...

Ehi grazie mille passa quando vuoi sei il benvenuto!