Anche le tartarughe volano (di Bahman Ghobadi, 2004)


L’artista che riesce a condividere con lo spettatore parte del peso che sente gravare sulla sua schiena fin dall’infanzia.
Bahman Ghobadi è curdo e di riflesso parte del suo cinema racconta anche la repressione subita dalla sua etnia.

Anche le tartarughe volano è un film incentrato proprio su questo tema a lui caro. Ambientato in Iraq, precisamente in un villaggio ai cui margini c’è un accampamento di rifugiati, nella fattispecie bambini e ragazzini orfani. Sono loro, già costretti a diventare adulti dagli eventi della vita, i veri protagonisti di questo dramma.
Gli adulti (quelli veri) sono di contorno e quasi sempre connotati da un’accezione negativa.

L’incipit, identico a quello del successivo film iraniano Donne senza uomini (chissà se la Neshat ne abbia tratto ispirazione o sia solo una curiosa coincidenza), ci indica immediatamente che si consumerà una tragedia.
Tuttavia nei primissimi minuti, malgrado la dimensione amena, il linguaggio è tutt’altro che drammatico. La quiete (relativa) prima della tempesta. E’ tipico del Cinema del regista.

Il centro del film è il movimento che si crea attorno al ragazzino più intraprendente dell’accampamento, Satellite, chiamato così perché è un bravo antennista e si vanta di parlare la lingua inglese, anche se solo noi ovviamente capiamo ben presto che egli al di là di qualche frase di rito e qualche esclamazione non ha una conoscenza così approfondita della lingua straniera.
Nel villaggio circostante tale connubio di capacità è tuttavia fonte di attrazione, smercio e scambio.
Ma Satellite è soprattutto una guida carismatica per gli orfani del campo, sente profondamente questa responsabilità, funge come una sorta di fratello maggiore per la moltitudine degli orfani.

I terreni circostanti sono pieni di mine e i ragazzini vengono reclutati da strani personaggi che lucrano sulle loro vite. Questi “infiltrati” acquistano le mine raccolte dai ragazzi a pochissimo rivendendole all’ONU ad un prezzo molto più elevato.
E’ scioccante vedere questi ragazzi senza gambe e braccia che quotidianamente raccolgono mine come se fosse frutta. Questo dettaglio agghiacciante è probabilmente il leitmotiv del film ed è descritto in modo assolutamente asciutto senza scadere mai in qualsiasi sorta di melodramma.
Il conflitto ha trasformato in normalità qualcosa di mostruoso.

L’arrivo di uno strano trio composto da un ragazzo mutilato, una ragazza di nome Agrin e un bambino piccolo cieco al seguito, attira la curiosità degli altri. In particolare Satellite s’innamora a prima vista di Agrin.
Il gioco di sguardi e attenzioni, non ricambiate minimamente, è dolcissimo.
Ci affezioniamo subito ad un personaggio principale così ben tratteggiato come quello di Satellite.

Riconosciamo in Agrin la protagonista del prologo, e cominciamo a interrogarci sul motivo del suo gesto.
La verità è nel suo passato ed emerge in maniera fluida nella narrazione, intrecciandosi con un presente incerto in vista di un imminente attacco statunitense.
L’odio di Agrin è silenzioso e sconvolgente. Il suo unico obiettivo, in una realtà senza sbocco e pervasa dal trauma del brutale stupro, diviene la soppressione della propria vita e di quella del figlio che ai suoi occhi è unicamente il prodotto dell’azione barbarica che ha subìto.
Moltissime donne curde sono state oggetto di stupro da parte delle truppe irachene, soprattutto nel corso del conflitto tra Iran e Iraq negli anni ’80.

Satellite nel frattempo è rimasto ferito nello scoppio di una mina durante il tentativo di salvare il figlio di Agrin.
Satellite è l’amore e la solidarietà. Ma anche l’incoscienza.
Tutta la mancanza di limiti che normalmente contraddistingue un ragazzo, nel caso di questi orfani curdi è esasperata ed estremizzata. La loro adultità non è una scelta, del resto.

La tragedia lentamente ti assale e ti assorbe. Rimuove i tuoi meccanismi di difesa che avevi posto a guardia della tua coscienza.
Il film si rivela in tutta la sua crudeltà, ma il sottomondo soffocato e represso di questi orfani sprigiona immensa umanità. Ciascuno accorre sempre in aiuto di chi è in difficoltà. Spesso anche correndo senza una gamba.

Al di sotto dell’orrore il regista ci mostra la natura innocente.
La tecnica di Ghobadi è sopraffina. Sul piano formale il film è ineccepibile.
Il suo Cinema è intriso di violenza e sopraffazione ma non pessimista. Come scritto in apertura, attraverso queste immagini egli si scarica di parte di un peso. E noi che siamo pronti ad accoglierlo, nella nostra cecità, scarsa informazione, sprovvedutezza, veniamo a conoscenza di qualcosa che ci arricchisce e ci interroga.

In Italia è passato solo in qualche rassegna; è un film da recuperare assolutamente per il tema che tratta e perché dinanzi a Ghobadi abbiamo a che fare con un Cinema di altissimo livello.

My Bloody Valentine - Loveless (1991)





Loveless è un’esperienza uditiva unica che interferisce con la vista.
Evoca molte immagini, deforma la realtà circostante.
Per me il colore persistente di questa visione sognante è il violetto della copertina.
Mai disco più etereo e pesante allo stesso tempo.
La voce soave e angelica di Bilinda Butcher sembra prenderti per mano.
Il missaggio basso delle parti vocali (a volte sembrano dei veri e propri sussurri) si fonde perfettamente con quello alto dell’interezza dei suoni. Loveless pulsa in questa contraddizione principale.
Il feedback elevato a inno.
Il feedback che ricrea tutto, sostituisce strumenti e crea un effetto straniante.
Quei campionamenti (la maggior parte ricavati proprio dai feedback di chitarra) che s’inchiodano nel cervello e ti martellano fino a farti smarrire piacevolmente.
Loveless è un viaggio straordinario che parte con un brano d’impatto come Only Shallow, il più rappresentativo del disco ma per me il momento più profondo avviene con il quarto brano To here knows when, in cui la sensazione di levitazione raggiunge la sua vetta. La voce di Bilinda è dolcissima. Come una brezza questo brano ti conduce lontano. Non è la brezza degli Slowdive (l’epocale Catch the breeze – scriverò prestissimo anche di Just for a day della band britannica), soffice e piacevole.
La band irlandese stona il naturale corso della vita, ricrea un ambiente artificiale che identifichiamo comunque con piacevolezza come in una dimensione onirica, ma è agli antipodi di quel tocco delicato e naturale, a volte minimale degli Slowdive. Questa è quantomeno la sensazione che suscita in me.
Non so quanto abbia senso evidenziare come Loveless e Just for a day, contemporanei (1991), rappresentino una scossa vitale per il movimento shoegaze, tanto sono diversi nel loro concepimento.
Non voglio dilungarmi su etichette e sinonimi, perché la band irlandese con questo disco crea qualcosa di oltre.
Il lavoro di Kevin Shields (chitarrista e principale artefice delle idee e delle composizioni – anzi, ha registrato praticamente tutte le linee di chitarre e di basso) è talmente mostruoso che sarebbe un’impresa colossale descriverlo nel dettaglio tecnico.
Da When you sleep appare anche la sua voce, che s’interseca con quella della Butcher (lui su toni alti, lei bassi), anzi per questo brano sono utilizzati non so quante stratificazioni di linee cantate (credo 12-13) da rendere praticamente impossibile comprendere i testi (caratteristica che contraddistingue quasi l’interezza del disco – n.b. i testi credo non siano mai stati pubblicati).
Dopo la martellante I only said c’è un altro passaggio per me indimenticabile, Come in alone. Su questo brano forse la Butcher suscita le emozioni più intense col suo cantato. Da sottolineare le note di basso su questo brano o sul precedente, una chiara influenza per molte band, dai cloni britannici per finire al moderno black/shoegaze (si pensi ad Alcest).
L’acustica in sottofondo di Sometimes la rende una sorta di ballata comunque distorta dal suono massiccio dell’elettrica. Il tappeto crescente di tastiere è qualcosa di memorabile.
Lasciato il loop martellante di Blown a Wish, What you want accelera come non mai il disco (drum machine utilizzata dal batterista, che suona personalmente solo su Touched e Only Shallow).
La conclusiva Soon ha invece un bellissimo refrain in cui si intreccia una melodia un po’ esotica di flauto con un grazioso giro di basso.
Loveless a novembre compie 20 anni. E’ ancora spaventosamente unico.
La sua parte centrale è clamorosamente emozionante per me, ma nella sua interezza è un disco sublime.
Visionario. Da possedere assolutamente.


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Pill 13




Riascoltando Scum dopo tanti anni un fremito incontrollabile e vertiginoso mi ha assalito.
Ricordo una sera nei primissimi anni ’90 in cui C. portò dai cugini la musicassetta.
Ascoltammo sbalorditi la prima manciata di pezzi, con quella faccia da “Che cazzo sta succedendo??”.
Era talmente imbarazzante. Era la follia in musica.
La sensazione era che non riuscissi ad entrare in un brano poiché venivi immediatamente spazzato via da quello successivo.
Era come se fosse un solo brano schizzatissimo in 28 frammenti.
Non ho ascoltato più quella musicassetta fino alla fine degli anni ’90.
Quando l’ho riaffrontata, la medesima tempesta emozionale mi ha aggredito.
Solo allora ho cominciato a esplorare chi c’era dietro quei suoni: un gruppo di ragazzini di nome Bill Steer, Justin Broadrick e Lee Dorrian (e l'artwork è di Jeff Walker).
Ho cominciato in quel periodo ad ascoltare i Godflesh e a riascoltare i Carcass. Ho ripreso in mano un disco come Fear, emptiness, despair (del ’94, con la formazione definitiva e storica dei Napalm Death), e sono impazzito per il demo dell’89 dei Cathedral, In memorium.
Cosa ha spinto Lee Dorrian a passare nel giro di pochi mesi (un’accesa discussione col manager dei Napalm Death durante un tour mondiale nel 1989) da un estremo all’altro della ritmica?
Steer e Broadrick sono sempre stati avanti. Penso che Scum oggi conservi intatto quel moto di ribellione che li ha sempre contraddistinti e che è la pulsione del loro estro.
Un disco come questo è inossidabile ancora oggi a distanza di quasi 25 anni. Impossibile prenderlo sul serio!
Come era buffo allora e come lo è adesso. Ma abbiamo mai ascoltato qualcosa di questo tipo in tutti questi anni? I miliardi di gruppi grind che sono proliferati da quel giorno (1° luglio 1987) cosa ci hanno regalato di più? A me nulla.
Ho linkato The kill a R. e a C. Stesse considerazioni di allora.
Un sorriso e un moto di nostalgia ci ha invasi e accomunati per 23 secondi, ripensando a quella sera indimenticabile, riunendoci a distanza di migliaia di chilometri.

Il tempo del raccolto del grano (di Yasujiro Ozu, 1951)



Tra i contenuti di quest’opera (e in generale dell’ultimo Ozu - quanti film tutti simili! - ) e lo spettatore si frappone lo stile inconfondibile, discreto e garbato di questo straordinario poeta.
Anche questo film della maturità conserva il suo fascino grazie all’equilibrio e al lirismo.
Ozu possiede idee fervidamente conservatrici ma questo lo leggiamo sui libri, non trapela nella sua opera.
Del resto la raggiante Noriko non potrebbe mai apparire come un personaggio sprezzante o negativo; vive compressa tra una volontà altrui e una fortissima pulsione interna di indipendenza (più che legittima).
Anche in Fiori d’equinozio (che è del tutto simile) avviene la conferma di un tempo che cambia, ma è lì, vissuto negli interni, in questo scontro generazionale perenne di chi ha fino a quel momento vissuto in un’armonia che evidentemente – era ora – comincia a mutare nel significato pur restando sempre mossa dall’affetto: si può amare anche a dispetto delle tradizioni, se si riconosce una passione sincera che tesse le trame del futuro che cerchiamo. E’ ciò che gli obsoleti coniugi Mamiya sembrano finalmente accettare, per affrontare con serenità un futuro incerto. Quando tutto sembra segnato dal loro egoismo scatta qualcosa in loro che riesce a riscattarli, riescono quantomeno a comprendere che il loro astio era dettato dal fatto che Noriko non avesse scelto ciò che avrebbero voluto.
L’esistenza non è un foglio scritto, lo capirà un giorno forse anche l’insopportabile Koichi (lui sì vero, strenuo baluardo della tradizione), lo ha già capito sua moglie quando in quel semplice quanto genuino scambio di opinioni all’aria aperta ha inteso stuzzicare la propria riflessione dinanzi a quell’oceano di felicità che Noriko esprime nel passo che intende compiere.
Quante donne che si incrociano in questo lungo e pesante affresco, ma vale la pena affrontare questo film in una giornata in cui il tempo non ci corre dietro: la carrellata finale in pochi secondi simboleggia tutto il dinamismo nascosto, la freschezza e la vitalità di quel tempo che verrà e che ha le basi per premiare Noriko.
Setsuko Hara è splendida come sempre.

La stanza del figlio (di Nanni Moretti, 2001)


“Ho visto La stanza del figlio di Nanni Moretti. Il viaggio finale è bello per semplicità, semplice per bellezza. Un’acqua invisibile scorre nelle inquadrature, irriga lentamente. Torna una vita fragile, molto fragile. Ritorno della vita. Ritorno alla vita. Sentirsi di nuovo vivi tra gli altri, è uno dei passaggi più difficili da riprendere, e ci è riuscito. Grazie”

(Luc Dardenne, 18/07/2001)


Giovanni, Paola e Irene sentivano finalmente il bisogno che qualcuno li guardasse e li conducesse lontano da quelle quattro mura che non saranno più le stesse.
Dove siamo? Non lo so. Nel viaggio di riscoperta spazio e tempo non sono più dimensioni che determinano il nostro modo di considerare la materialità del presente e il peso di passato e futuro.
I wonder why we came, si chiede Brian Eno.
Si pongono il medesimo interrogativo loro tre, trasportati dalla necessità di ricomporre se stessi e il proprio nucleo.
Giovanni, Paola e Irene si osservano attraverso gli occhi di Arianna.
Il bisogno che qualcuno ci dia un’altra prospettiva della vita, immergerci nel suo sguardo per assistere allo spettacolo che i suoi occhi sono in grado di catturare.


Into the blackened night of my world within,
Soaring...through and beyond my mind,
And into the void of its universe.
I am dissolving...as if born again.

Pill 12


Abbiamo rivisto Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene, capolavoro assoluto sotto ogni aspetto lo si guardi: interpretazioni, plot, colpi di scena, scenografia e contenuti.
Un film bellissimo, inquietante e coinvolgente.
Gli occhi del sonnambulo ti penetrano. La sequenza in cui Alan gli chiede di predirgli il futuro è indescrivibile.
Un film folle e geniale, spaventosamente avanti.
Da guardare nella versione restaurata dalla Film Preservation Associates; anche se masticate poco la lingua inglese non importa, è molto comprensibile.

Du mußt Caligari werden!

Mar de grises - Streams inwards (2010)




Neppure il tempo di salutare Rod G. al loro fugace ritorno in Italia durante il terzo eurotour, dopo aver saltato il nostro paese nel secondo viaggio nel nostro continente (che a detta di molti è quello che ha riscosso maggior successo), che già questo disco cominciava a prender polvere sul mio scaffale e..ehi, non ancora ne ho parlato a riguardo! Proprio io che ho inaugurato questo blog con il loro primo album – che per inciso, resta il migliore.

Ebbene si, da una parte restate tranquilli, The tatterdemalion express non si tocca, ormai è lì, leggenda per pochi, sempre più brillante nel ripercorrere la svolta nel doom di quegli anni, con il suo dinamismo d’avanguardia alimentato da una vena prog florida di idee che scorrevano a fiumi.

Poi un secondo disco indubbiamente fresco e molto accattivante, anche se meno emozionante, aveva tracciato in qualche modo un nuovo percorso di ricerca sonora, senza rinnegare le origini.

Con Streams inwards direi che i cinque ragazzi continuano ad impegnarsi sempre di più per perfezionarsi, divenire più catchy e fighetti restando sempre fedeli a quell’aura che li rende distinguibili: da sottolineare la scomoda Cathatonic North, un vero macigno – per usare un eufemismo – che però mi ricorda troppo Storm, almeno in quanto ad architetture. Sarà una fucilata sui maroni per chi invece è alla ricerca di suoni eclettici e vivaci, come in Shining human skin, per intenderci.

Juan Escobar pochi mesi fa ha lasciato di nuovo la band senza un cantante, e di conseguenza anche senza un tastierista.
Al momento le ricerche sono fervide, ma che peccato, devo sottolineare nuovamente che sia per atmosfere che per approccio vocale questo artista aveva più che degnamente sostituito il suo predecessore.
Egli, che ha fin dall’inizio dovuto combattere con il fantasma onnipresente di Marcelo Rodriguez, ha più voce in capitolo nella stesura dei brani; come si evince dal booklet c’è una sua significativa partecipazione al songwriting soprattutto nella seconda parte del disco – ehm guarda caso la peggiore.

Sì perché purtroppo questo album parte fortissimo per spegnersi alla distanza.
Per la prima volta la sperimentazione più azzardata dei cileni (si ascolti soprattutto Knotted delirium) lascia un po’ interdetti, troppo frigida e poco ispirata per sembrare vera.

La nota positiva è rappresentata soprattutto dai primi tre pezzi, di notevole fattura e soprattutto (il dato più importante) molto emozionanti.
Mi soffermo su quella meraviglia che risponde al nome di Starmaker, un’esplosione di fraseggi e dissonanze sempre più articolate e al tempo stesso dritte al punto. Un brano d’impatto, coraggioso e immenso nella luce che riesce a sprigionare.

Anche la citata Shining human skin prosegue su quelle coordinate: un riffing bello corposo, melodie, un approccio prog sempre più pervasivo, e quel gusto per l’imprevedibilità che ha da sempre contraddistinto la musica dinamicissima di questo quintetto cileno.

Poco altro. Gli intermezzi creano atmosfera ma non incantano, la creatività di Rodrigo Morris, da sempre la mente del gruppo, sembra si sia un po’ arenata e a tratti conformata ad un pericoloso trend (Swallow the sun, Daylight dies...oh no!) tanto in voga nel cosiddetto doom alternativo di questi ultimi anni.
Peccato perché i Mar de grises quando fanno i Mar de grises sono nettamente più originali e emozionanti delle due band di sopra.

Il passaggio alla Season of mist denota che l’etichetta francese non ha più limiti e senz’altro una distribuzione più capillare rispetto alla vecchia etichetta finlandese un po’ in crisi.

Da segnalare infine la traccia bonus Aphelion Aura (ma tuttora non ho ancora capito se l’edizione di cui sono in possesso sia limitata, o se tutte le stampe contengano questa finta bonus track, a questo punto), piuttosto buona, cantata da Natalia Suazo, che non ho la più pallida idea di chi sia ma ha una voce molto valida.

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Pill 11


Abbiamo rivisto La pivellina di Tizza Covi e Rainer Frimmel, i due fratelli Dardenne italo-austriaci.

Avevo assistito alla proiezione di questo film durante una rassegna relativa al festival di Cannes nel 2009 e me n’ero innamorato subito.

Quando sono stato a Vienna nel marzo dell’anno successivo, un giorno mentre giravo per la città ho scorto una piccola sala che lo proiettava.

Successivamente, mentre riscuoteva successo tra i più svariati festival in giro per il mondo, avevo provato a cercarlo, inutilmente, anche dopo il passaggio nei nostri cinema nel maggio del 2010.

Nel gennaio del 2011 la Feltrinelli ha curato un’edizione speciale: 2 DVD e un libricino interno. Tutto molto ben curato e ricco di extra. C’è anche il primo vero lavoro di questi due cineasti, Babooska, un docufilm che vedremo presto.

De La Pivellina (in Italia distribuito con un titolo alternativo, Non è ancora domani) mi piace com’è descritta la “compressione della scelta” che grava su Patti e Walter. Perdono qualcosa indipendentemente dalla loro decisione. Se denunciano, rischiano. Se tengono la bambina, è un onere a cui non possono far fronte con le proprie risorse.
Tairo rievoca la sua infanzia e per questo è ancora più legato alla bambina di quanto possa esserlo ciascuno di noi.
Mi piace la sensibilità dei tre personaggi principali verso Asia e verso la vita. La solidarietà del piccolo mondo circostante in cui essi vivono realmente.
E per Asia, qual è la scelta che la tuteli maggiormente?
Ancora una volta madri che non sanno fare le madri, padri sconosciuti e sicuramente lontani, distanti, senza volto. Bugie e noncuranza. L’incapacità di riconoscere nel figlio la fonte di un riscatto personale piuttosto che un peso. L’incapacità di identificarsi in lui in una prospettiva positiva e di ricchezza, di considerarlo come un’escrescenza del proprio Sé, e non un corpo a parte.
Il finale è aperto ma ci indica che sicuramente la madre non arriverà mai.
In Patti si insinua la consapevolezza che le difficoltà devono ancora cominciare. Proviamo un’immedesimazione e una commozione difficile da spiegare. La poesia che ci hanno regalato questi due giovani cineasti è rara. Grazie. Aspettiamo con ansia la prossima fatica.

(Questo appunto è solo un'appendice al piccolo commento relativo al film, scritto nel 2009 e riportato su queste pagine)

Pill 10


Dobbiamo avere ancora un po' di pazienza per vedere il nuovo e pluripremiato film di Asghar Farhadi, perchè in Italia uscirà in autunno. Titolo originale: Nader and Simin – A separation, nel nostro paese verrà distribuito come La separazione.

Ho dato un po' di spazio al Nuovo Cinema Iraniano diverse volte su questo blog, e continuerò a farlo (mi piacciono molto i film di Abbas Kiarostami, Jafar Panahi, Shirin Neshat, Bahman Ghobadi, Bahram Bayzai, Amir Naderi, oltre al già citato Farhadi).

Per una volta lascio spazio ad un articolo che non ha a che fare col cinema ma che riguarda qualcosa che gran parte di questi cineasti, velatamente e non, ci hanno mostrato in tutti questi anni.

http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/04/water-fight-pistols-iran-arrests

Il cadavere dagli artigli d'acciaio (di Léonard Keigel, 1970)


Distribuito in Italia con un titolo tanto fuori luogo quanto ridicolo (quello originale è semplicemente Qui?), si tratta di un giallo senza infamia e senza lode con due interpreti principali di grandissimo spessore.

Claude scompare in modo tale che lo spettatore si schieri dalla parte del fratello Serge nel sospettare Marina di omicidio. Quando riappare viene in mente Gli innocenti dalle mani sporche in cui qualche anno dopo recita la stessa Romy Schneider.

Tutto molto ben collaudato ma non esente da cadute di stile.
L’approfondimento della psicologia è scarno.

Serge sembra accanirsi alla ricerca della soluzione del mistero più per amore della verità che verso il fratello: questo è l’elemento più interessante.

Per il resto ci sono davvero pochi spunti degni di un giallo intrigante: la noiosa parte centrale mantiene inalterato il mistero relativo al cadavere, ma a parte l'interrogativo sul proiettile mancante non ci sono particolari risvolti in grado di avvincere.

La forza trascinante è costituita quasi esclusivamente dalla meravigliosa Romy Schneider in grado come sempre di attribuire al suo personaggio una presenza scenica unica. E un pizzico di erotismo che non guasta.

Il film si risolleva decisamente nella parte finale con l’inseguimento e l’omicidio vero e proprio.

Rovesciamento di prospettiva: l’innocente è ora colpevole, il sospettoso ora ha fiducia, il finto cadavere è realmente cadavere.

La coppia Ronet-Schneider è affiatatissima (In pieno sole – il cui finale è molto simile - e il celebre La piscina; quest’ultimo girato proprio l’anno precedente) e funziona molto bene.

Gli amori folli (di Alain Resnais, 2009)


Le erbe folli.
“Le erbe” che appaino nell’incipit e nella meravigliosa serie di carrellate che precedono il clamoroso epilogo; quelle manifestazioni selvagge e libere che s’inerpicano ovunque e in qualunque modo, facendosi strada persino nel cemento.
Il sentimento dirompente e irrefrenabile che pervade questo film non sono “gli amori”, come la traduzione italiana in modo approssimativo e generico traduce in conformità delle solite esigenze di botteghino, semmai il desiderio unito alla disperazione.
“Folle” è l’aggettivo più adatto per connotare tale devastante connubio.

Non so in che misura ricalchi il romanzo trasposto; Resnais modella la materia secondo il suo inconfondibile modo di fare cinema.
Un film che fluttua nel tragicomico ma che possiede una verve unica e anticonvenzionale.
L’ho amato fin dalla sua uscita nelle sale e ora dopo averlo rivisto nuovamente in dvd ho riso di gusto in molte scene e mi sono entusiasmato dinanzi ai soliti aforismi e freddure di uno script taglientissimo.

Georges e Marguerite sono due personaggi assolutamente fuori dagli schemi e si fanno adorare per i propri complessi e imperfezioni.
Due persone molto sole che in maniera sconclusionata si lasciano trascinare in qualcosa di indefinibile, anomalo.
Non saprei come definire la pulsione ai limiti (e talvolta ben altro) del patologico che li trascina. E non c’è una vera e propria causa che la scateni.
Apprezzabile l’elemento narrativo del destino, come tassello da cui cronologicamente ha tutto inizio.

La prima parte è bellissima, avvincente.
Focalizzandosi su Georges viene ritratto il quadro famigliare e la prima fase del singolare stalking.
Questo frammento narrativo relativo al “corteggiamento” (definiamolo così) è il migliore: si fa strada tra telefonate ripetitive e lettere-fiume sulla propria vita, fino a esacerbarsi nell’azione vandalica.
Da questa serie di comportamenti ossessivi e di repentini cambi di umore di Georges viene tratteggiato sapientemente e approfondito il tutto-nulla che caratterizza la sua personalità disturbata: secondo un’ottica “non francese” potremmo constatare che egli presenta numerosi tratti in comune con un disturbo di personalità di tipo borderline, come la forte instabilità nell’immagine di sé, l’instabilità emotiva, il pensiero dicotomico, l’iperidealizzazione, la rabbia, i comportamenti impulsivi e lesivi.
Ma è proprio il modo di lasciar fluire il fascino del film e viverlo nell’ottica di Resnais a rendere il protagonista molto meno “malato” di quanto possa sembrare secondo un taglio analitico differente.
Ci spinge a concentrarci sulla forza magnetica che coinvolge queste bizzarre relazioni interpersonali, piuttosto che sul giudizio dei singoli.

Georges è stato sicuramente traumatizzato dal tentato suicidio della madre e i sogni spezzati del padre (amava gli aerei ma è finito a riparare le moto – questa scena è magistralmente ambivalente: tanto spassosa quanto triste).
L’intervento di una spaesata coppia di poliziotti (tra cui Mathieu Amalric, che specie qualche anno fa spuntava come il prezzemolo in quasi tutti i film francesi), “moralisti” e fin troppo comprensivi (ma prima ben poco ligi in servizio, trascinati in una festicciola in ufficio) sembra placare le acque: avviene il punto di frattura del film, in cui avviene un quasi rovesciamento dei ruoli tra “stalker” e “perseguitato”.

A questo punto la personalità di Marguerite emerge accompagnata da maggiori dettagli sul suo conto, malgrado permanga un alone di mistero sulla natura del rapporto con Josepha quasi fino alla fine.
Sappiamo poco sul suo conto, molto sulla sua solitudine e sulla sua lealtà (il colloquio con la moglie di Georges – possiamo intuirne il contenuto) e franchezza.

Progressivamente queste due vite vengono sovrapposte fino ad identificarsi in qualcosa che collima.
L’incontro sulla rampa col finto finale (geniale) suggella questo stato, prima che i due si perdano nell’alveo che li culla (l’aereo), in un viaggio finale metaforicamente brillante.
E’ finita? Neanche per idea.
Con maestria Resnais evita di mostrare l’impatto, ce li fa immaginare ancora così, nell’ebbra contemplazione di una sessualità immaginifica, piroettando nel cielo.
E in un velocissimo viaggio altrettanto immaginifico tra rocce e natura selvaggia veniamo tutti catapultati nella stanza di una bambina che prima di addormentarsi chiede alla madre se quando rinascerà gatto potrà mangiare croccantini. Geniale, folle.

La qualità della recitazione è incredibile: Resnais non sbaglia mai un colpo con i “fedelissimi” Sabine Azéma e André Dussollier.
Da citare assolutamente anche la fotografia di un altro fedele ormai del regista, Eric Gautier (Into the wild).