Un giorno di terrore (di Walter Grauman, 1964)


Un film denso di misantropia.
Un ritratto aberrante della società intesa come comunità, ma anche lo smascheramento di una rituale, meccanica mentalità borghese sempre al servizio della facciata.
Il caso ha un peso molto relativo nel computo di questo dramma.
La serie di coincidenze innescano la brutalità di un’attitudine connaturata, patologica, a lungo repressa, chiusa da un coperchio enorme ma esile.
Il contenuto di questo vaso di Pandora esplode in tutta la sua empietà e non risparmia nessuno.
Tutti sconfitti, dall’ “essere umano” alle “bestie”. Al termine non riusciamo a individuare sostanziali differenze.
Tale mescolamento è efficacissimo nel suo progressivo instaurarsi. Lo viviamo attraverso un personaggio la cui presa di coscienza, tardiva e irreparabile, emerge accompagnata ad una disperazione travolgente.

Cornelia tiene tutto a portata di mano: la radio, il figlio, l’ascensore. Oggetti della sua volontà. Il suo lussuoso appartamento è talmente all’avanguardia da possedere ben due campanelli d’allarme nel caso in cui l’ascensore privato abbia un guasto.
Le sequenze in cui il campanello suona fanno scattare un efficacissimo meccanismo della suspense che si alimenta dall’indifferenza del mondo circostante.
Auto che sfrecciano veloci, rumori assordanti, caos: la frenesia a cui la stessa Cornelia appartiene l’ha intrappolata.
L’integrazione tra i due piani del film (azione e contenuti) è straordinaria.
L’indugiare della camera sui particolari e la ripetitività dei segnali di allarme lanciati dalla donna scatenano pathos.

Questo dramma urbano mostra una lotta di classe che è il prodotto di una società malata che crea un divario incolmabile, che genera disprezzo.
La volontà malcelata di rivincita non aspetta altro che l’occasione propizia per manifestarsi.
E’ un perverso gioco di sopraffazione scaturito da norme insite nella quotidianità.
Il caso come detto caratterizza relativamente lo scatenarsi di una violenza che può sprigionarsi in seguito a qualunque banale avvenimento prima di seguire il suo naturale corso.
Generati dal disprezzo e dall’incapacità di un dialogo di quella “specie” a cui Cornelia appartiene, i tre ragazzi rigettano e subiscono una forte fascinazione per quel mondo lussuoso di cui non faranno mai parte.
L’incoscienza dell’agire fa riferimento ad un sistema che anziché costruire ha solo imposto limiti e represso in una serie di misure restrittive applicate per anni.

“Sono un internato” esclama Randall. La sua indifferenza al dramma privato di Cornelia è il riflesso della mancanza di consapevolezza che la donna possiede circa l’amore morboso per il figlio.
Questo è il punto di maggior interesse del film: la Società (Cornelia) pretende di impartire regole ignorando le sue lacune che la rendono mostruosa di pari passo con il prodotto del suo rifiuto e di tutto ciò che ritiene privo di moralità.
Ottempera ad una codice di valori senza metterlo in discussione, senza verificarne le radici da cui trae linfa.
La donna esercita un controllo patologico nei confronti di un figlio che probabilmente ha già portato a compimento il proprio proposito frutto di un avvilimento ormai privo di speranza.
Ecco perché non trovo che il finale sia ben augurante: in questo dramma urbano non c’è nessun vincitore.

Opera prima di Walter Grauman, che a quanto pare successivamente s’è completamente perso per strada sul grande schermo.
Olivia de Havilland è come sempre divina. Personalmente ho guardato il film solo per lei, e per fortuna ho trovato molto altro.
E’ una delle più grandi. La preferisco alla sorella, per quanto ci sia un talento comune.
All’epoca aveva 48 anni ed era ancora molto sensuale.
A parte il successivo ‘Piano...piano, dolce Carlotta’ non ha recitato più in ruoli di spicco.
James Caan era un ventiquattrenne al primo vero ruolo. Attore superbo, già mostra tutta la sua grandezza.
Credo che questo film abbia influenzato notevolmente Panic room di Fincher.

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