Un cuore in inverno (di Claude Sautet, 1992)


What I am supposed to be
In my life
In your life
In our life
In this life

I shut the door and closed my sight
At the end of the day

It's not the way that it used to be
There's no way I'll see
The beginning of things to come
Trapped in the ways of the weak




Camille:
Tutto quello che ci siamo detti...

Stephane: ...ma non ci siamo detti nulla...



Finzione, realtà, vissuti personali. Lente deformante del cinema, realtà vissuta e immaginata. Maschera e Io. Ruolo sociale, strutturazione dell’identità. Linguaggio verbale e non verbale.

Nella vita reale Emmanuelle e Daniel poco dopo questo film si sono lasciati.
I loro personaggi di finzione si guardano intensamente, alludono. Lei fraintende, lui nasconde.
Una voce fuori campo introduce alla narrazione. La forma è apparentemente lineare e i brevi ma intensi stacchi musicali costituiscono gli unici intermezzi che spezzano l’incedere di un ritmo povero di azione. Tutto qui?
Assolutamente no.

Stephane, un cuore in inverno. Una persona che ha deliberatamente deciso di razionalizzare la propria vita, costruendo un muro attraverso il quale non è possibile accedere. Egli prova sentimenti di umanità e quindi sarebbe capace di amare, ma si rifiuta di farlo.
Che non sia una persona arida ce lo mostra in tutta la sua dignità la scena dell’eutanasia. E’ l’unica persona che ha il coraggio di privare il suo vecchio maestro delle sue sofferenze (tra l’altro quest’ultimo è Maurice Garrel - padre di Philippe – scomparso il mese scorso). Il suo è un atto d’amore.
Se tutto ciò appare piuttosto solare, sembra meno evidente la motivazione che spinge inizialmente Stephane verso Camille, ossia a compiere il suo unico vero movimento all’interno di questa storia.
E’ davvero per “dispetto” al suo socio Maxime, come esterna a Camille nel corso di un dialogo? O c’è qualcos’altro di irrisolto, di misterioso e solo percettibile?
Ho preso anche in considerazione l’ipotesi di un’omosessualità latente: Stephane ama Maxime e mette in atto un gioco perverso per allontanare Camille da lui, per gelosia. Nah, non regge.
Allora forse intende compiere il primo passo verso Camille spinto dal desiderio di verificare se è in grado di provare un sentimento che non sboccia? Non mi convince.
Forse è davvero “per gioco”. Intende forse mantenere un’immagine sociale? In quest’ultimo caso, vivere significherebbe forzare i propri sentimenti per non intaccare l’immagine di sé che intende mantenere agli occhi degli altri; veicolarli dunque in un mero disegno utilitaristico.
Stephane non sembra appartenere a questa categoria di persone, altrimenti avrebbe osato un approccio esclusivamente sessuale, ciò che va in contrapposizione con ciò che concretamente compie, ossia nulla, e che infatti Camille gli rinfaccia.
Ha il terrore di intessere una relazione. Terrore delle conseguenze di un innamoramento. Orgoglio? Presunzione? Non si ritiene “all’altezza”?
E’ un borghese impeccabile, che non commette errori, elegante, posato, gentleman, professionista stimato, che perde le partite a squash con il suo socio per paura di infrangere la visione che l’altro possa avere di sé?

Solitamente, nei film in cui spicca un personaggio così complessato e particolare, c’è una spiegazione tra le righe che rivela una natura profonda della sua attitudine.
Qui nulla emerge con chiarezza circa il passato di Stephane. Ci sono solo due momenti del film in cui si tocca questo argomento: il primo a proposito dell’innamoramento

Camille: Non è mai stato innamorato?
Stéphane: Mi deve essere successo.
Camille: Non le piace parlare di sé.
Stéphane: Non molto.
Camille: Perché?
Stéphane: Non mi entusiasmo gran che, e poi non serve a niente.

Il secondo è ancora più vago:

Stéphane: Cosa vuole, che mi inventi un bambino dalle storie terrificanti, un’infanzia infelice, delle frustrazioni sessuali, delle vocazioni mancate? Niente di tutto ciò. Sa cosa, i miei fratelli mi dicevano che ero tendenzialmente ipocrita e bugiardo. Forse avevano ragione.

Camille al contrario di Stephane è una figura in movimento continuo.
Dopo un iniziale contegno si abbandona alla sua passione travolgente. Cosa trova di così profondo in Stephane?
Nelle occasioni di convivialità Camille si mostra aperta al dialogo anche se facilmente suscettibile. Stephane evita di esprimere la propria idea, difficilmente prende posizione e se ciò da una parte alimenta una diabolica fascinazione per ciò che realmente o potenzialmente profondo egli nasconde, dall’altra può essere interpretata come soluzione per rifuggire dall’altrui giudizio e il rischio di compiere un movimento esteriore che possa risultare “letto” dagli altri.
Camille si innamora dei modi garbati, cortesi, dello sguardo enigmatico di Stephane? Scruta realmente qualcosa dentro di lui? O si innamora dell’idea che ha dell’amore?

Tutto ciò è straordinario. Sul piano dell’azione non accade praticamente nulla in questo film, ma dietro questa assenza di dinamismo c’è un universo ricchissimo di sfaccettature; un mondo interiore in eterno subbuglio, un percorso intimo più o meno consapevole.
Sia mediante la ricerca dell’altro che negandosi all’altro è in ballo l’opinione di se stessi, il significato che attribuiamo alla solitudine e il bisogno che ci spinge realmente a intessere una relazione interpersonale.

La straordinaria passione di Camille è il motore del film. Una forza impetuosa e pericolosa al tempo stesso, perché mina gli equilibri, dissipa i legami.
Non sappiamo cosa la leghi realmente a Maxime, ciò che emerge in modo prorompente è che per lei il desiderio di Stephane diviene l’unica vera ragione da seguire.
Una volta ottenuto il rifiuto, Camille ha una reazione violenta, volgare.
Alla sua sobrietà sostituisce un trucco consistente, come per recuperare una femminilità umiliata.
La sequenza successiva al ristorante è eloquente.
E se prendiamo seriamente in considerazione che Stephane in fin dei conti agisca in virtù di un’immagine sociale che intende preservare, beh, in quella sequenza deve aver provato molta più vergogna di quanta ne abbia provata infine la sbarazzina Camille a causa delle sue parole sconnesse.
E Maxime? Reagisce colpendo Stephane, infierisce rafforzando la scenata di ciò che agli occhi degli altri è la sua compagna, mentre poco prima, tra intimi, sembrava che quasi quasi spingesse Camille tra le braccia del suo ormai ex socio (ciò si evince anche dalle parole della stessa Camille riferite a Stephane: Ho suonato solo per lei Ho parlato a Maxime di noi. E’ stato difficile. Lui ha ascoltato. Gli ho detto quello che ci sta succedendo).
Il ruolo di Maxime resta forse il più misterioso. Ciò che appare chiaro anche dall’ultima inquadratura è che l’amore tra lui e Camille è tutto fuorchè una forza travolgente.

La lettura ambigua del film riflette le considerazioni che tracciamo in base alla nostra esperienza.
Non c’è spiegazione, non c’è matematica. Non c’è giusto e sbagliato.
C’è tuttavia chi vive un’emozione e chi si lascia spegnere da altri meccanismi.
Camille vive il sentimento fino in fondo e commette l’errore di non contemplare la possibilità che Stephane possa provare emozioni differenti rispetto a quelle che lei crede e vuole che lui provi.
Non è possibile misurare le pulsazioni degli altri in base alle nostre. Camille non pondera ciò. Ma ella è un emisfero destro privo di logica.
Infatti se potessimo identificare l’attitudine dei due personaggi attraverso gli emisferi cerebrali diremmo senz’altro che Camille rappresenta l’emisfero destro mentre Stephane quello sinistro.
In questo modo differente di approcciare il sentimento, manca del tutto il compromesso che possa anche solo sfiorarli.
Il liutaio afferma che “la musica...è sogno”, ma ha un’idea particolarmente artificiosa e cerebrale della musica. E’ realmente un lavoro, per quanto alla base ci sia una sacrosanta passione, sia chiaro.
Contrariamente, per Camille la musica sembra riappropriarsi di quel valore artistico che lo caratterizza.
Lei infatti è musicista (violinista di talento). Lui è un liutaio molto competente.
La musica li accomuna ma ciascuno dei due interpreta difformemente questo strumento intangibile. Ovvero il ruolo dell’Arte come riflesso in cui specchiarsi e attraverso cui realizzarsi.

Camille suona, sfrutta fino al midollo uno strumento che invece Stephane costruisce e ripara pazientemente, con logica architettura, nel pieno rispetto di angoli, smussature e equilibri.
Per Stephane la musica è un riparo, il suo laboratorio un mondo artigianale attraverso cui realizzare forme perfette per il consumatore. Razionalizza l’arte, la sua visione è cerebrale.
Per Camille il violino è il veicolo attraverso cui sfogare il suo mondo interiore in subbuglio. Quando suona si trasforma, è come posseduta da un demone interiore che alberga nel suo inconscio.
La musica per Camille diventa la sola ancora in cui rifugiarsi quando capisce che il suo sentimento per Stephane non è corrisposto.
Il finale a maggior ragione ci tocca particolarmente: accompagnata in auto dal “pupazzo” Maxime, il compagno “sociale”, Camille si dirige verso il compimento della sua realizzazione artistica.
Si è apparentemente inaridita e assoggettata alla facciata, a giudicare dal modo di comportarsi nelle ultime sequenze. Ma quello sguardo intenso che se si fosse congelato il suo sentimento avrebbe potuto evitare non lascia dubbi.
Gli occhi perforano uno Stephane colpito e affondato, che gira come un idiota lo zucchero nel suo caffè e vede sgretolarsi definitivamente quella possibilità di uscire dal gelo che lo avvolge. Lo tormenterà?
Strano, un finale siffatto (da parte di lui) ricorda quello di Jackie Brown di Quentin Tarantino, realizzato cinque anni più tardi. E a giudicare dalla passione del regista americano per i film francesi, non mi sorprenderebbe se per quella sequenza avesse attinto proprio da questo film.

Amaro, inafferrabile. Il penultimo film di Sautet (ormai sessantottenne) germoglia dentro lo spettatore con leggerezza e intelligenza.
E’ siderale eppure esprime i sentimenti più passionali con uno spiccato quanto innaturale acume persino psicanalitico.
Rispolvera gli anfratti più remoti dei nostri vissuti. Sì, i nostri, perché è un film che parla del passato, presente o futuro di ciascuno di noi attraverso uno spettro camaleontico di possibilità.
Come ho interpretato il film, in fondo, resta a me. Rispecchia alcuni vissuti personali e sono certo che per ciascun altro è così.
Non c’è interpretazione univoca: ecco perché ne parliamo per ore e giungiamo a conclusioni soggette a mutazioni.
La magia di un Cinema che parla della nostra vita e di conseguenza mantiene inalterata la sua giovinezza e freschezza.
Un film che non invecchia, che ci spinge ad accettare con serenità il fatto che noi facciamo parte di un universo mai eguale a se stesso che a sua volta rispecchia ciò che di così profondamente mutevole vive dentro di noi.
Nella vita si può essere Camille o Stephane, o entrambi, in momenti diversi.
Alla fine questi due personaggi appaiono così fragili: uno nel timore di vivere il sentimento, l’altra che il sentimento l’ha vissuto ma alla disintegrazione ha assistito impotente.
In ogni caso avviene l’irrealizzazione, voluta o non voluta, dell’amore.
Solo in questa dimensione di sconfitta e intangibilità, Camille e Stephane trovano un punto d’incontro: come due fotografie appena sviluppate che stanno per essere soggette all’ingresso di una irradiante luce solare.

1 commento:

Manuele ha detto...

Anche a me è piaciuto molto questo film!