Pill 5

Nel giro di pochi giorni ho divorato l’autobiografia di Ingmar Bergman, Lanterna magica. Una vecchia edizione della Garzanti, credo proprio la prima a giudicare da quanto fosse consumata.
Ho letto in un pomeriggio il più esile Conversazione con Ingmar Bergman, ossia il resoconto di due giorni di incontri tra il regista svedese e due critici, Olivier Assayas e Stig Björkman, che hanno avuto luogo sull’isola di Fårö nel marzo del 1990. La casa editrice è la Lindau.

Due testi simili per la visione ormai serena, matura e consolidata di Bergman sulla propria carriera cinematografica, dopo aver superato i 65 anni di età.

L’autobiografia appare come un tentativo più che dignitoso di un anziano di rileggere la propria vita privata, giudicata spesso severamente, denunciando le mancanze di onestà, l’ipocrisia ostentata con le sue mogli e amanti, i rapporti difficoltosi con le persone e i sensi di colpa verso figli e genitori, nonostante tutto ciò che ha passato durante l'infanzia.

E’ molto interessante la prima parte, dedicata quasi esclusivamente all’educazione ricevuta. Emerge a chiare lettere il personaggio di Alexander del suo ultimo film cinematografico Fanny & Alexander, uno dei suoi capolavori. Il padre è il pastore Vergerus. La madre divisa tra l’amore per i figli e la riverenza verso un marito che fa fatica a lasciare, più per pena che per altri sentimenti.
Il padre che avrebbe voluto avere, che nel film simbolicamente muore in teatro, nella vita reale è con ogni probabilità Torsten Hammarén.
La sorella quasi inesistente nel cinema, Fanny, è sua sorella minore Margareta, nei confronti della quale il regista ancora in vecchiaia sembra riservare un profondo senso di colpa.
Qualche pagina dedicata anche allo Zio Carl, che purtroppo nella realtà ha una sorte diversa da quella cinematografica.

Ero a conoscenza del fatto che Bergman fosse una persona intrattabile, volubile, e che avesse avuto una vita privata scapestratissima, ma non immaginavo fino a che punto.
Personalmente sono molto più curioso di approfondire la visione del suo Cinema, aneddoti sulle sceneggiature, e solo in parte sono stato accontentato.
Bergman ormai ad una certa età non intende più parlare di molti suoi film, e alcuni non li ricorda neppure! In mancanza di dialogo si sofferma spesso su particolari legittimamente determinanti per lui, ma a volte insignificanti per il lettore, rielaborati tra l’altro in una matassa aggrovigliata.
Di conseguenza alcune parti del testo mi hanno annoiato, come nel caso del racconto della breve esperienza adolescenziale nella Germania di Hitler.
La descrizione delle beghe private con tanto di fughe e tradimenti annessi sono spesso trascurabili.

I passaggi più avvincenti riguardano i suoi film: i brevi riferimenti a come è nata la sceneggiatura di Persona, il personaggio di Marta in Verso la gioia, il rapporto con Victor Sjöström, quello con Anders Ek (secondo me il miglior interprete maschile dei film di Bergman. Un attore straordinario), come è nato il finale di Luci d'inverno.
E poi ancora come vive la fase tedesca: in quella parte del libro finalmente leggiamo il riflesso della sua vita sulla sua arte e viceversa, comprendiamo quanto sia stato doloroso quell’evento scatenante per la sua vita (l'arresto con l'accusa di frode fiscale, ndr) e quanto abbia minato il rapporto con il suo paese. Ma anche come abbia destabilizzato la sua psiche, al punto di necessitare di un ricovero in una clinica psichiatrica.

Poi l’amore per il Cinema, in particolare per quello di Tarkovskij:

“Il cinema è per me un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria.
Quando il film non è un documento, è un sogno. Per questo Tarkovskij è il più grande di tutti. Lui si muove con assoluta sicurezza nello spazio dei sogni, lui non spiega e, del resto, cosa dovrebbe spiegare? E’ un osservatore che è riuscito a rappresentare le sue visioni facendo uso del più pesante e più duttile dei media. Per tutta la vita ho bussato alla porta di quegli spazi in cui lui si muove con tanta sicurezza. Solo qualche volta sono riuscito a intrufolarmi dentro. I miei tentativi coscienti hanno avuto quasi sempre come risultato dei penosi insuccessi: L’uovo del serpente, L’adultera, L’immagine allo specchio ecc.
Fellini, Kurosawa e Buñuel si muovono nello stesso mondo di Tarkovskij. Antonioni era sulla stessa strada ma cadde sopraffatto dalla propria noiosità. Méliès vi si trovò sempre senza bisogno di rifletterci sopra. Era un mago di professione.
Film come sogno, film come musica. Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio. Quando al tavolo di montaggio esamino la pellicola quadratino per quadratino, la sensazione di magia della mia infanzia mi dà ancora i brividi: là nell’oscurità del guardaroba, girando lentamente la manovella, facevo succedere un quadratino all’altro, osservavo i cambiamenti quasi impercettibili; giravo più veloce: un movimento.
Le ombre, mute o parlanti, si rivolgono direttamente alle regioni più segrete del mio animo. Il profumo di metallo surriscaldato, l’immagine oscillante, scintillante, il fruscìo della croce di Malta, la mano sulla manovella.”


(Lanterna magica, pag 71)



In presenza di persone autorevoli e competenti, oltre che innamorati del suo Cinema, Bergman si apre moltissimo e discute con grande disinvoltura, spesso proponendo egli stesso spunti di riflessione ai suoi interlocutori. Alludo a Conversazione con Ingmar Bergman, che tra i testi letti finora sul regista è stato il più appassionante e stuzzicante.
In un concentrato di pagine si discute al 100% di Cinema, lasciando da parte la vita. Lo consiglio caldamente.

Finalmente durante questa conversazione Bergman scioglie tutti i dubbi riguardo la presunta trilogia del Silenzio:

Olivier Assayas: “Ci sono molti momenti di rottura nella sua carriera, momenti in cui lei ha radicalmente modificato il suo rapporto con il cinema, il suo modo di fare film. E uno fra i più importanti è quello di Come in uno specchio. E’ il primo dei ‘film da camera’, con l’ennesimo riferimento a Strindberg. Qui lei inventa un nuovo modo di fare cinema..."

Ingmar Bergman: “Olivier, una cosa è molto importante e io l’ho capita molto tardi: Come in uno specchio appartiene a un periodo anteriore. La vera rottura si colloca tra Come in uno specchio e Luci d’inverno. Purtroppo ho creato io stesso questo malinteso: Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio non costituiscono una trilogia.”

(Conversazione con Ingmar Bergman, pag 59).

Bellissimo l’omaggio a Harriet Andersson da parte di Bergman:

“Se lei la vede in Monica e il desiderio e poi in Sussurri e grida... io credo che lei... insomma... che lei sia una delle più grandi attrici del mondo...” (pag 40)

Si parla molto anche di Passione, La vergogna, Un’estate d’amore, Verso la gioia, Un mondo di marionette: quest'ultimo finalmente riabilitato dallo stesso Bergman; condivido il suo giudizio, ovvero che sia uno dei suoi film migliori. Ma ce ne sarebbero troppi da elencare. Stranamente il regista svedese non cita Il posto delle fragole tra i suoi preferiti, ma appena una manciata.
Ampiamente condivisibile come tutti siano film meravigliosi, da notare come nell’elenco appaia anche Prigione, che Bergman inserisce per motivi più che altro affettivi (lo spiega in un altro passaggio del testo):

Stig Bjorkman: “Stiamo parlando dei film più cari alla sua memoria…Penso che Persona sia uno di questi...”

Ingmar Bergman:
“I film che amo...in un certo senso sì, tra i miei film ce ne sono alcuni che amo molto. E Persona è uno di questi.”


Olivier Assayas: “Quali sono gli altri?”

Ingmar Bergman:
“Difficile a dirsi. Ci sono alcuni fra i miei film che posso rivedere, o anche non rivedere, ma quando ci penso posso dirmi che vanno bene, anche se non sono un gran che. Ad esempio, Il settimo sigillo non è un grande film, ma io ci sono affezionato, mi è caro perché l’ho fatto talmente in fretta, investendolo di tanto amore e immaginazione...era molto ingenuo e non doveva costare nulla. Anche Sussurri e grida è un buon film...sì, sono orgoglioso di Sussurri e grida. Anche di Persona. E di Luci d’inverno. Ecco. Sono tutti qui.”


Stig Björkman: “E Vampata d’amore?”

Ingmar Bergman: “Anche, ma è un’altra cosa...”

Olivier Assayas:
“E’ un film diverso da tutti gli altri...”


Ingmar Bergman: “Sì, è vero, però mi piace. Poi vengono Monica e il desiderio, Fanny & Alexander, Un mondo di marionette, Prigione...e ovviamente Il volto e anche L’ora del lupo...” (pagg. 60-61)

1 commento:

Manuele ha detto...

Articolo molto interessante! ;) Ho letto "Conversazione con Ingmar Bergman", invece "Lanterna magica" mi manca!