Pill 3

E’ difficile per il malcapitato spettatore trovare una propria collocazione all’interno del Cinema di Andrzej Zulawski, così ebbro e debordante di alta emotività espressa.
Ogni tentativo di avvicinare un suo film con gli strumenti di cui ci serviamo quotidianamente va miseramente a vuoto, e tutto appare criptico, irritante, costruito.
Occorre la volontà di mettersi a nudo e lasciarsi trasportare dai propri sensi.
Quando la logica propriamente detta lascia spazio all’istinto.
Non c’è regista che susciti sensazioni così contrastanti come Zulawski. Il suo eccesso affonda le radici nella volontà di esorcizzare il proprio malessere. Il suo Cinema di movimenti scomposti, pensieri deraglianti, eloqui bizzari e esplosioni di violenza tocca la nostra suscettibilità.
Essere suscettibile significa essere particolarmente sensibile alle critiche: Zulawski critica il nostro sistema di convinzioni e di buona condotta, di educazione e basso profilo dei nostri intenti.
Non si nasconde mai, il regista polacco: tutto è esibito, nel bene e nel male.
In questa esplosione ci troviamo a fare i conti con i sentimenti che si isolano progressivamente.

Ne La fidelitè la protagonista è evidentemente tradita da una volontà fedele, genuina, devota. Sembra che aderire ad una volontà inquadrata, figlia di un sistema morale ben determinato, generi paradossalmente una reazione opposta in chi è l’oggetto della nostra condotta. Avviene la mostrificazione di quel sentimento, chiamatela gelosia patologica o paranoia, ben poco importa. Zulawski travalica i limiti, indica che esistono sottigliezze nel campo dei sentimenti.
E’ un Cinema malato che esibisce la propria malattia con sfrontatezza.
I frammenti che costituiscono le colonne sonore spesso sono in sfacciata antitesi tra di essi.
La recitazione degli attori è quasi sempre sopra le righe: movimenti convulsi, eloquio bizzarro e ridondante. Questo è Zulawski, snervante, morboso. Amore balordo.
I film di questo poeta polacco ci cambiano, anche se non ne cogliamo tutte le sfumature.

Evitate come la peste le versioni italiane dei suoi film, sono degli insulti alla nostra intelligenza: tagli corposi, alterazioni del senso dei dialoghi, del colore e persino della colonna sonora.

Ho visto il citato La fidelitè e rivisto L’amour braque. Quest’ultimo è uno dei più bei film che io abbia mai visto (naturalmente alludo alla versione integrale, sempre in riferimento a quanto segnalavo prima).
Curiosamente questi due film costituiscono l’alfa e l’omega della relazione artistica e affettiva tra il regista e Sophie Marceau. Ho rivalutato moltissimo questa attrice.
Secondo me Zulawski ha tratto il meglio dai propri interpreti, e ha trasformato nel giro di cinque anni la Marceau dalla stereotipata adolescente Vic alla Mary/Nastassja de L’Idiota, ossia la perdizione in carne ed ossa!
Quante attrici hanno vissuto una tale trasformazione tra i 14 e i 19 anni? Quanto ha influito questa mutazione artistica sulla vita della Marceau?
Avrò mai il coraggio di analizzare un film come L’Amour Braque sulle pagine di questo blog? Forse, un giorno.
Nel frattempo ho voglia di rivedere anche La femme publique: ho nostalgia del balletto “da infarto” (è proprio il caso di dirlo – chi ha visto il film sa cosa intendo) di Valerie Kaprsisky.


Dormire.
Morire.
Far morire.
Fare l’amore.
Sempre lotta.


(Maria/Nastassja, L’amour braque – 1985)

Come se ci fosse un braccio teso che con violenza spinge la tua testa sotto la superficie dell'acqua: durante la visione di un film di Zulawski cerchi ossigeno, logica, distensione, ma la persona che distende il braccio ti intima "stai giù!".

“I miei film e io stesso ciò che scrivo siamo trattati con disprezzo sempre maggiore dalla Superficie, la superficie rifiuta ciò che è sgradevole, per rimanere Superficie” (Andrzej Zulawski)

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