Amorphis - The Karelian Isthmus (1992)



Gli Amorphis nascono come death metal band, dalle ceneri degli Abhorrence, storico combo finlandese in cui suonava Tomi Koivusaari (chitarra e voce).

Il leader è Esa Holopainen, chitarra ritmica e solista, autore della maggior parte dei brani (soprattutto nei dischi successivi). Egli è il principale artefice di accordi e suoni che si distanziano dalle partiture squisitamente death metal.
Già su questo debutto è possibile notare passaggi melodici e i fraseggi tipici e inconfondibili che hanno imposto la band finlandese agli occhi di tutti soprattutto con i due album seguenti.

Entrati nei Sunlight nel ’92 e forti del contratto con la Relapse/Nuclear Blast, (all’epoca fortemente ancorato a gruppi death/grind), gli Amorphis hanno realdeath metal del Nord Europa, specie a quei tempi.

izzato un album di debutto un po’ monolitico in fatto di suoni e negli avvicendamenti di parti lente e tirate, ma al tempo stesso molto, molto personale in un panorama piuttosto stantio come quello del

Un disco potente e fortemente improntato sulle due chitarre; respira proprio grazie ai bellissimi giri su scale diverse che fanno capolino quasi in ogni traccia. Un espediente abusato ma che ha sempre un suo perché. Viene utilizzato soprattutto come momento di stacco tra una ripartenza e l’altra, o per chiudere in bellezza un brano (si ascolti The exile of the sons of Uisliu).
Il gruppo mostra già un grande potenziale negli arrangiamenti e voglia di misurarsi con qualcosa di alternativo rispetto al death metal con cui i suoi quattro componenti sono cresciuti.

Col senno di poi The Karelian Isthmus ha influenzato gran parte dell’evoluzione death/doom di quegli anni.
Perché gli Amorphis degli esordi creano delle atmosfere catacombali e slow, ricche di armonizzazioni, e poi ripartenze folgoranti di chiara impronta death metal. Un disco del genere è stato ad esempio il primo riferimento dei connazionali Skepticism, nel loro primo demo Towards my end, di quell’anno.

Un disco anche doom, dunque. Da questa frangia estrema i quattro finlandesi hanno attinto il primo mood di contrasto al death metal, la prima confluenza in cui potessero trovare spazio le idee alternative.

In quest’ottica di guardarsi sempre avanti e di precorrere i tempi, gli Amorphis hanno capito ben presto che uno degli ostacoli maggiori era rappresentato dal cantato di Tomi, troppo acerbo e monocorde. Un timbro particolarmente ispido, secondo me privo di filtri. Ricordo che aveva generato una discussione tra mio fratello e A. sull’uso o meno di effetti.

E’ l’unico disco degli Amorphis in cui le tastiere sono suonate dal batterista Jan Rechberger: a quei tempi questo strumento non aveva assolutamente il valore che avrebbe assunto sugli album successivi, era il dettaglio che contribuiva a rendere più sinistro il quadro d’insieme.

Il basso di Olli-Pekka Laine è spesso poco distinguibile, in un marasma di chitarre distortissime.
Tuttavia bisogna sottolineare che la produzione è eccellente per essere un disco del 1992.

Album accantonato negli anni, tant’è che già nel ’97 il gruppo non ne proponeva alcun brano live. Da segnalare al contrario il cambio di trend negli ultimi due tour: sono stati proposti prima The sign from the North side (2009), poi The Exile of the Sons of Uisliu (2010).
Un segnale che colgo non con grande entusiasmo, perché denota un tornare a guardarsi indietro da parte di una band che ormai dopo vent’anni ha già ampiamente esaurito la propria vena innovativa.

Ma restando al disco, questo primo, grezzo ma efficace tassello di una lunghissima trafila, mi sento sempre meno nostalgico e disaffezionato.
Mi sono chiesto che senso avesse proporlo, e l’unico vero motivo è che ha senso ascoltarlo unito ai due album seguenti per cogliere una delle evoluzioni più incantevoli nel panorama metal della prima metà degli anni ’90.

Non mi sono stufato, ma preferisco di gran lunga ascoltare Elegy o Tales...

Sono particolarmente affezionato all’intro Karelia, The gathering, il fraseggio di Grail’s Mysteries (indimenticabile!), la frase giovanile ma efficace “Man can realize the real meaning of life: to love and respect your life” su Misery Path - in un tripudio di testi legati a battaglie del Nord, onore e rispetto, mi è sempre sembrato uno dei pochi passaggi da conservare nella memoria - ), Warriors Trial e Vulgar Necrolatry. Sono molto, molto legato soprattutto a quest’ultimo brano, spiccatamente death metal, che apparteneva agli Abhorrence. Primitivo ma efferatissimo, un vero gioiello che chiude degnamente questo buon disco ormai un po’ datato ma che nasconde ancora dei momenti interessanti per chi volesse avvicinarvisi per la prima volta.

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