Cynic - Focus (1993)






How could I forget such a revelation
To love without fear and learn without question
How could I regret the meant occasions
I must begin this day again

Freedom and reason shine through
Paddle upon the clouds one's own canoe

How could I

Humility take charge of me
Drown me in truth's modest waters
Loosen your grip identity
Free me from an ego's falter

Love too often is only a dream
If I am harsh and unkind to myself
So I share these attitudes with you
Must I try? How could I?

Freedom and reason shine through
Paddle upon the clouds one's own canoe

Love's too often only a dream
If I am harsh and unkind to myself
So I share these attitudes with you
For in this spewing cavern of pride
How could I!


Della triade maledetta del 1993, Focus è una pietra miliare ed il disco di maggior successo.
Al pari di Spheres dei Pestilence e di Elements degli Atheist si è affermato prepotentemente come mosca bianca in un panorama come quello del death metal, con cui al di là della registrazione (nei mitici Morrisound a Tampa) non ha poi molto a che fare.
Focus è stato il primo e a lungo (ben 15 anni!) l’unico album dei Cynic; il prematuro scioglimento ha contribuito non poco ad alimentare nel corso degli anni l’alone di leggenda attorno ad esso, spesso rischiando di mettere in secondo piano il valore artistico dell’album in sé, qualcosa di assolutamente straordinario e fuori da ogni schema che all’epoca vigeva.
Un disco innovativo, talmente tanto che oggi appare invecchiato benissimo.

Paul Masvidal è il leader di questo gruppo Floridiano: all’epoca aveva 22 anni e sprigiona(va) una duplice attitudine che è il segreto del suono dei Cynic: da una parte le origini portoricane e le influenze spirituali (che si riverberano prepotentemente sul concetto lirico che pervade l’intero disco) unite ad un amore viscerale per il prog, il fusion, generi “caldi”, come quella che è a mio avviso la sua influenza principale: Allan Holdsworth.
Dall’altra l’esperienza con i DEATH condivisa con il batterista Sean Reinert (credo coetaneo di Masvidal – classe ’71 – uno dei batteristi più eclettici mai sentiti) sull’album Human e nel tour successivo, che ha plasmato in qualche modo una parte del corposo riffing che in sostanza costituisce l’ossatura di Focus.
Attenzione: questo album ha la stessa registrazione di Human ma non fatevi tradire dai suoni pompati e molto, molto metal. Un orecchio attento scorge un’evoluzione differente rispetto a quel disco e a ciò che poi avrebbe suonato Schuldiner già in contemporanea (la direzione verso cui anela Individual thought patterns, ’93), ossia un’infinità di mid-tempos e un lavorio mostruoso delle due chitarre che s’intersecano in un quadro mutevole di riff differenti.
L’altro chitarrista Jason Gobel ha alle spalle la medesima formazione nel death metal floridiano di quegli anni, e la compartecipazione nel grande, indimenticabile Imperial Doom dei Monstrosity, dell’anno precedente.
Interessante notare l’evoluzione sia della sezione ritmica, ora solo in parte riconducibile a quella di un gruppo death floridiano qualsiasi, sia degli assoli.
Notevole infine è il contributo di Sean Malone (e non Shawn, come appare sul booklet) che in questo album suona il Chapman Stick! I suoi giri sono stati nel corso degli anni un’influenza per tutti coloro che si sono cimentati nella sperimentazione in ambito estremo, e non solo, visto il progetto più minimal se vogliamo, ma ancor più personale e verso altri lidi come quello chiamato Gordian Knot (io più che altro consiglio il suo unico album solista, Cortlandt). Sean Malone è fra l’altro uno dei motivi per cui il sottoscritto suona il basso.

Focus dunque nasce dal contrasto tra qualcosa che emana calore e qualcos’altro che viceversa per sua stessa definizione (death metal!) esprime gelo.
Ascoltandolo e leggendo i testi appare evidente la forza che deriva da questo contrasto: l’apertura mentale musicale e lirica è enorme. L’eclettismo non è affatto puro tecnicismo.
Le composizioni pur sprigionando una sensazione di respiro e di dilatazione sonora raramente superano i cinque minuti e ad ogni modo non vanno mai oltre i cinque minuti e mezzo di durata. Sempre dritte al punto.
Poi c’è la novità vocale: al classico growl (di Tony Teergarden, che credo in sede live suonasse anche la tastiera) si contrappone una voce filtrata, “robotica”, di Masvidal (mediante un vocoder). Una voce che al primo ascolto vi farà cagare, ma a cui tutti nel corso degli anni abbiamo fatto l’abitudine (chi più chi meno, ovvio).
Credo che nel genere Masvidal sia stato il primo ad utilizzare il vocoder; tale scelta pare causata da problemi avuti con la voce nell’immediato periodo precedente alla registrazione del disco (egli è in realtà in possesso di una bella voce pulita, basta ascoltare il suo progetto rock/prog/pop Aeon Spoke per farsene un’idea).

Il brano di apertura, Veil of Maya, è il grande classico della band: l’impulso del Chapman quando parte la prima strofa mi lascia ogni volta di stucco. Grande ariosità e scorrevolezza. Stacco centrale da antologia, con voce femminile in aggiunta. Assolo di Masvidal a 2:52 indimenticabile.
“Maya subjects you”. E mentre scorrono le note semiacustiche nel finale liquido (che si riallaccia allo stacco centrale) già grido al Capolavoro. Ripasso velocemente tutte le grandi note di fretless bass che ho affrontato in decine e decine di ascolti in ambito death/prog nel corso di quasi quindici anni e penso che c’è l’ombra di Sean Malone dietro ciascuna di esse.
Il conturbante fraseggio di Celestial voyage prosegue questo ritmatissimo viaggio spirituale cui s’accompagnano di pari passo i testi di Paul.
The eagle nature è uno dei grandi brani per eccellenza di puro technical death-metal. Gli spunti fusion si fondono con naturalezza alle parti più dure.
Sentiment è il brano che maggiormente raccoglie la vena esotica della musica dei Cynic, con il suo intro tribale e i suoi passaggi armoniosi e atmosferici fino al finale ipnotico. Una delle mie preferite!
I’m but a wave to... un altro brano liquidissimo, prog, avvolgente. La base evidente per un gruppo come gli Spiral Architect.
Uroboric forms: il brano più amato dai metallari, sarà per il suo intro devastante. Tecnicissimo.
In questo momento il disco a mio avviso raggiunge il suo momento più alto: mentre ancora non ci si capisce nulla nel tourbillon di Uroboric e del suo improvviso e squassante mid-tempo che ne caratterizza il finale, sommessamente, come un eco lontano, emerge la chitarrina di Textures, la strumentale del disco. Un orgasmo. Un brano quasi interamente acustico che ha fornito oltretutto l’idea per il monicker ad un gruppo olandese. Come potremmo definirlo? Una specie di intermezzo che ricorda i momenti più Frutta di Elements degli Atheist. Un arpeggio, chiamiamolo così, di Malone a metà (SPAVENTOSO) introduce l’esplosione delle chitarre elettriche prima di un ritorno alle origini: il brano si conclude sulla falsa riga di come era cominciato e lascia spazio alla conclusiva How could I, che chiude più che degnamente l’album. Anche qui intro e outro si riallacciano. Testo meraviglioso.
Jason Gobel si lancia nel memorabile, struggente assolo finale (con tanto di armonizzazioni).

Focus è un disco meraviglioso che in definitiva genera calore dunque, mediante i testi e l’attitudine del suo carismatico leader, in realtà un personaggio anche schivo e modesto. Non me lo sono mai immaginato come Il filosofo che qualcuno ha cercato di rintracciare dietro il testo (The philosopher, ndr) di Chuck Schuldiner che appare in Individual Thought Patterns (non ho MAI creduto ad una vaccata simile, a maggior ragione dopo averci scambiato due chiacchiere dal vivo: si è rivelata una persona disponibile, umile e gentile. Un musicista sensibile a cui piace il contatto con le persone - beh dopo lo stage-diving durante How could I di quella serata come non pensare diversamente?! - ).
Una pietra miliare, come scritto in apertura, che ha generato una schiera infinita di piccoli e grandi discepoli non solo in ambito strettamente metal.
Un album da possedere assolutamente in ogni collezione che si rispetti.


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