Che la festa cominci... (di Bertrand Tavernier, 1975)


Pur confermando la coppia protagonista (Noiret-Rochefort), Tavernier per il suo secondo film cambia completamente epoca e adatta nuovamente un romanzo minore di un grande scrittore (in questo caso Dumas) sul grande schermo.

A chi verrebbe in mente di ambientare un film in un anno ben preciso (il 1719) di un periodo di transizione, come quello della reggenza di Filippo d’Orleans in Francia?
Il punto è che a questo regista interessa scolpire con la macchina da presa, spesso, le contraddizioni storiche dei periodi bui.
Ed è un nuovo film ricco di invettive sul potere, stavolta temporale e spirituale (in egual misura), colto in tutta la sua vacuità e depravazione.

Doppio il registro narrativo (una parte della storia si sviluppa in Bretagna, l’altra a Versailles), ambivalenti i personaggi principali.

L’incipit, sensazionale dal punto di vista tecnico, si svolge sulla costa bretone, e introduce già il tema narrativo (e sottolineo: narrativo!) portante del film: l’odio dei nobili Bretoni verso il reggente Filippo e il potere centrale di Versailles e il tentativo di accattivarsi (in questa sequenza con una palese menzogna) il sostegno dei contadini.
L’impeto di una congiura è irrealizzabile, lo sa tanto il reggente quanto l’abate Dubois, lo scaltro manipolatore che lo affianca. Ma quest’ultimo ingigantisce le proporzioni di una rivolta di per sé ridicola agli occhi del reggente perché dal soffocamento che ne deriverebbe (una bazzecola!) ne guadagnerebbe il merito e dunque la condizione per divenire cardinale (ciò a cui agogna più di ogni altra cosa).
Il plot è qui, si esaurisce in pochissimi movimenti.

Il film vero e proprio è lo smascheramento continuo delle nefandezze che l’esercitazione del potere comporta, la brama della pura conservazione dello stesso in un tronfio quadro ripetitivo.
Tavernier dipinge la noia del palazzo con un acume che non può lasciare indifferenti.
I dialoghi, superbi, creano un dettagliatissimo ritratto dei movimenti interiori dei personaggi principali, e identificano la loro indole malcelata.
Ne deriva un film grottesco, frizzante, sempre vivo.

Si alludeva all’ambivalenza dei personaggi: Pontcallec, Filippo, Dubois suscitano le sensazioni più disparate, per il loro orgoglio primitivo, per la loro consapevolezza di un tempo inarrestabile che li sta progressivamente inghiottendo.
Un tempo che subiscono e che alimentano con la perpetuazione del nulla, un tempo che dunque svanisce inesorabilmente, di cui sono vittime e agenti.
La differenza tra Filippo e Dubois risiede nell’ambizione: il primo è consapevole che non diventerà mai Re (anche se una veggente glie lo predice) e intende solo mantenere inalterata la situazione storica, come se ogni minimo cambiamento potesse costituire una minaccia per quella detenzione del potere che quotidianamente attua.
Dubois vuole stravolgere i fatti unicamente per trarne giovamento personale.
Fruire il più possibile del potere è il solo modo che entrambi conoscono per rimandare la morte.

Il piccolo Luigi XV ha appena dieci anni, un giorno diventerà Re.
Lo vediamo in poche ma significative sequenze; in una di queste "gioca" con un cannone in giardino e vorrebbe poter continuare con bersagli umani.
Come potrebbe volgere diversamente la situazione?

La degradazione è irreparabile: Pontcallec è un incapace, la sua vena ribelle è solo una maschera, l’indole è la stessa di coloro che albergano nei palazzi.
Filippo, scoperto il piano perfido di Dubois, esprime il proprio sdegno verso l’abate ma con un’involontaria e rassegnata consapevolezza di un destino comune.

Il film volge così al termine in un’atmosfera in cui stridono sempre di più l’eleganza e la decadenza. Ormai ebbri di scene di orge, banchetti e sceneggiate, anche noi spettatori cominciamo ad avvertire il fetore della decomposizione.
E così Filippo dopo l’ennesima notte dedicata al vizio, sempre più malaticcio nel fisico, comincia a denotare segnali di squilibrio psichico: è convinto che la mano sinistra gli puzzi a tal punto da manifestare l’intenzione di un’amputazione.
Mentre si reca dal medico, accompagnato da Dubois, la carrozza reale investe un carro contadino e un ragazzo muore sul colpo.

La rassegnazione, l’affievolimento del sistema, sono gli inesorabili segni premonitori di un’epoca che sta volgendo al termine: Tavernier accelera enormemente i tempi (la rivoluzione francese non avrà luogo prima di settant’anni...) in un finale simbolico di altissimo livello, in cui la carrozza reale incidentata, abbandonata al suolo (nel frattempo reggente e compagnia sono saliti su una carrozza di scorta e vanno incontro alla loro ormai prossima dipartita) viene data alle fiamme dai contadini esclamando con forza “Che la festa cominci!”.
Utopicamente, è il riscatto della povertà; ma in due ore di grande cinema abbiamo assistito ad un quadro di disfacimento identificativo di un momento storico ben preciso, che lascia un ben poco augurante monito allo spettatore: quali sono gli elementi che sorreggono oggi la società in cui vivi? Lo spettro della reggenza è quanto mai vicino e ricorrente nel tempo. Cambia l’epoca, non cambia l’uomo: il cinema di Tavernier è questa lente eclettica che con lo stesso ardore s’insinua nelle maglie di un sistema, nei rapporti stretti che vincolano il cittadino alle regole; l’analisi della moralità che sottende e veicola ogni forma di legame e di comportamento, indipendentemente dall’ambientazione o dal genere.
Anzi, quest’ultimo sembra scaturire dalla natura stessa del film, più che risultare il mezzo attraverso cui rappresentarlo.

Nessun commento: