Valerian Swing - A Sailor Lost Around The Earth (2011)




"I can hear a sound in the void and it’s pleng how far how far it shines in the distance a sound beyond the centuries that screams from Cabo de Boa Esperança keep focused doctor keep focused je dois résister au zapping pituitaire j’ai bien risqué de tomber dans un deplorable état de choc donc le cap and pleng when the keel banged against something in the abyss in the void only you decent man could help me against the sea in my hypnagogic allucination yes the sea and HIM hold on hold on le roi cremeux en toute sa tremblante puissance et moi celui qui l’a découvert et avec moi bartolomeu dias dr pengl I’m almost lost in that divine fast we used to call the ocean I remember I was alone rimanevo solo nient’altro che un marinaio perso intorno al cuore"

(Valerian Swing, interno digipack)

Partiamo da alcune annotazioni sparse: gli emiliani Valerian Swing (di Correggio) sono un gruppo che mi ha regalato un live a cui raramente ho assistito: mi sono divertito molto sia per la capacità di tenere il palco (il bassista è un fuori di testa) che per la qualità.

Sono tre talenti, suonano musica stramba e ricercata, realmente alternativa.
Conosco pochissimo sul loro conto, ma abbastanza per ridere di gusto: leggete, per favore, la recensione (quella sì che è una recensione!) supermegaprofessionale su ondarock, ovvero quando si cerca di spacciare come finta la vera arte, solo perché viene proposto un genere che non si ha evidentemente le capacità per avvicinare. Tutto ciò al di là dei gusti, sia chiaro. A volte è anche questione di umiltà.

Mi sono chiesto subito se questi brani così scombinati fossero dei meri orpelli e in fin dei conti mi colpissero solo in superficie, per poi non lasciarmi nulla a distanza di tempo.
Nulla di tutto ciò: musica di alto livello e di grande impatto emotivo, da cui trapela un forte senso di vero e accessibile, non virtuoso o sofisticato.
Perché come scritto i tre ragazzi in questione sono bravi, specialmente il batterista, ma non si lanciano in inutili soli fini a se stessi, come francamente devo ammettere, a volte, è lo sconfinamento in cui peccano i miei amati Behold the arctopus...

Altra annotazione: il loro primo album, Draining Planning For Ears Reflectors, è un disco sublime, acquistatelo ad occhi chiusi, anzi acquistiamolo, poichè manca anche nella mia collezione.

A sailor lost around the earth
si distanzia abbastanza da quel post-rock/shoegaze del debutto: via quasi totalmente le parti cantate (particolare che ho gradito molto), ci troviamo dinanzi ad un disco molto più scombinato, math, schizzato, non so se rendo l’idea. Probabilmente no.

I brani hanno delle strutture molto più eclettiche e lontane dalla forma-canzone. Questo ibrido di più forme incorpora anche parti jazzate con sfumature metal: ma da quel poco che so il trio rifiuta di inserirsi in un calderone metal (a ragion veduta).

La registrazione è decisamente una bomba.

Un disco che assomiglia a qualcos’altro, ma sono frammenti di secondi che saltano alla mente in un enorme caleidoscopio: The dillinger escape plan (secondo me il riferimento principale del gruppo), East of the wall (specie i primi, strumentali), qualcosa di più simil-anni ’70 per certi arrangiamenti di chitarra (tuttavia mi sfugge un riferimento).
Restando in Italia, mi ricordano i sottovalutatissimi Ephel Duath (un giorno su questo blog scriverò anche di loro). Restano pur sempre dei flash, sia chiaro.

Il brano più lineare è A sea in your divine fast, il terzo. E’ il passaggio più sommesso del disco, e anche il più riconducibile a qualcosa di chiaramente post-rock.
Non c’è un brano che si faccia preferire meno (uhm forse l’intermezzo The decent man).

L’uso del trombone su Dr. Pengle is here e su It shines (rispettivamente alfa e omega del disco) rende un tocco in più di elasticità mentale.

Ma basta ascoltare tutto il resto per aprire le orecchie e la mente.
Pensateci.
E prima di liquidarli passate perlomeno dalle parti di It Shines: quei riff che iniziano e si fermano, per poi ricominciare.
O imbattetevi nello spasmodico, multiforme Le Roi Cremeux, forse il brano che sintetizza meglio la capacità di saper avvicendare attacchi frontali duri e squassanti a impennate melodiche.

Emozioni in movimento. Musica vera.

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