Padre padrone (di Paolo e Vittorio Taviani, 1977)


Un’opera straordinaria, ribelle, che pone interrogativi sull’educazione e sul concetto di libertà, e al tempo stesso mostra il potere del linguaggio e il valore del rifiuto del silenzio, ad esso connesso.
Ci sono film che per descrivere una realtà sociale particolarmente oppressiva si basano esclusivamente sulla spettacolarizzazione delle azioni repressive, sul linguaggio verbale, sulla mera descrizione di un’emotività espressa molto alta; diversamente Padre padrone arricchisce un piano di analisi di questo tipo (eccetto la spettacolarizzazione) con un magistrale substrato in cui regna sovrano un linguaggio pensato ma non espresso.
L’interiorità di Gavino e degli altri personaggi che vivono la sua medesima situazione coincide con la chiave di lettura principale del film.
Un linguaggio che resta dunque sommerso in un mondo interiore che ha il terrore di irrompere in quello esteriore, perché fin dai primi anni di vita è stato oggetto di una repressione durissima, coercitiva, animale.
La trasformazione da padre a padrone è avvenuta molti anni fa in Abramo/Efidio, quando egli stesso ha ricevuto un’educazione di quel tipo.
A tal proposito il film sembra ricordare, in un contesto diverso e decisamente più circoscritto, oltre che ancor più claustrofobico, ciò che esprime chiaramente l’ultima opera di Haneke Il nastro bianco.
La poesia delle immagini, l’approfondimento dei pensieri che confluiscono in un unico vocìo sommesso, fiume inarrestabile di emozioni turbate e di sogni fragili, restituisce la dignità della vita ai personaggi, ed è in virtù di questi elementi cinematografici che il film sembra costantemente mosso da un anelito di speranza.
Questo capolavoro dei fratelli Taviani esprime una forte necessità e un diritto inalienabile di esprimere la propria libertà.
La coscienza della propria condizione indubbiamente fatica a realizzarsi in un controllo morboso di una società patriarcale come quella descritta nel film. Tuttavia la percezione di libertà, che timida ma inarrestabile si fa strada in Gavino, è un valore innato che l’uomo sente il diritto di esercitare e il primo vero segnale è lo scambio di due agnelli per una vecchia fisarmonica. Questo strumento rappresenta per Gavino il primo mezzo per cominciare a configurare nella realtà esteriore l’oceano di sensazioni e di pensieri che lo attraversano da anni.
La musica che Gavino ha memorizzato e che continuerà a fischiettare al padre quando quest’ultimo annega in un catino la radio: quando la forza immaginifica supera quella del bastone. Questa sequenza da sola mi ha letteralmente fatto vibrare.
C’è un passaggio fondamentale nel film in cui Gavino riesce a condividere e a prendere finalmente coscienza che c’è la possibilità di costruire e affermare la propria identità mediante la fuga. Durante una processione religiosa avviene uno dei rarissimi contatti con gli altri paesani, figli e servi come lui. Al di là del contenuto agghiacciante dei dialoghi sulla loro condizione miserevole, questa scena mostra un commovente moto di ribellione, prima sommesso poi cantato in un canto tedesco da osteria: il campo lungo successivo mostra come questo canto profano si mescoli e gradualmente prenda il sopravvento su quello sacro che anima la processione. E’ una scena dal forte valore simbolico che denota un momento significativo, di svolta nelle sorti della narrazione.
Il fatto che il protagonista scelga di specializzarsi proprio in Glottologia è la massima espressione simbolica dell’affermazione di una identità brutalizzata per oltre vent’anni in un mondo in cui il linguaggio, e di riflesso la comunicazione e il contatto umano, sono stati sistematicamente soffocati.
Il vocabolario rappresenta una sorta di evoluzione della fisarmonica nel tentativo strenuo di Gavino di creare una propria indipendenza.
Il protagonista ha infatti letteralmente perduto la propria infanzia e adolescenza e si affaccia alla scoperta di un vocabolario come un bambino in prima elementare, sebbene con maggior tenacia.
Come già sottolineato il film trasporta per la forza comunicativa di immagini e suoni. Il contesto bucolico all’apparenza è aspro e feroce, soprattutto per via del circuito stereotipato e fine a se stesso adottato in maniera rudimentale dal padre-padrone; e il film è molto duro come dev'essere, indiscutibilmente. Come mi ha detto qualcuno manca solo un abuso fisico del padre sui propri figli, e a quel punto penso che avremmo visto tutto ciò che dovevamo vedere, a 360°, sul significato di repressione patriarcale.
Ma il pensiero fresco e genuino, l’interesse per la cultura e l’incontrovertibile necessità di ribellione, giacendo costantemente in un piano altro del film, offrono una confortante visione poetica, indispensabilmente retta, alternativa.
Un film che ha perso d’attualità, qualcuno scrive. Io penso che quest’opera vada ampliata necessariamente ad una riflessione che esula dal contesto di riferimento.
Come ha sottolineato Werner Herzog, questo è un film che ci ricorda che siamo vivi.

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