Il ragazzo con la bicicletta (di Luc e Jean-Pierre Dardenne, 2011)



Un film concentrato sul divenire della strutturazione di un’identità in età preadolescenziale, ecco perché lo spettatore non fatica a scoprire le cause della situazione di frustrazione di Cyril. Il vero focus narrativo è ciò che accadrà, in questo quadro caratterizzato da labilità affettiva e fragilità del destino.
Ogni film dei Dardenne mi costringe a vivere un altro film, interiore, in cui devo riarrangiare e rimettere in discussione le mie convinzioni più radicate e uniformi.
Il protagonista vive una situazione di abbandono paterno che non riesce ad accettare, e una quotidianità in una dimensione aliena (l’istituto). La bicicletta rappresenta l’affannosa e disperata riappropriazione di un elemento attraverso il quale affermare la propria identità.
Non mi è per nulla simpatico, il piccolo Cyiril, dopo una buona mezzora. La sua ipercinesia è destabilizzante.
Il primo cambiamento dei due film, quello proiettato sullo schermo e quello che avviene nella mia mente, avviene quando comincio a rendermi conto che la condotta irrefrenabile del ragazzino non è disturbata ma congrua ad un contesto in cui egli dovrebbe essere tutelato da una figura genitoriale che al contrario si mostra assolutamente anaffettiva.
La sequenza del ristorante è disarmante per la sua drammaticità. Come accade sempre in un film dei Dardenne, non concorrono elementi cinematograficamente esterni (una colonna sonora o un particolare utilizzo dello zoom o di un’inquadratura) rispetto ad una pura e naturale descrizione della realtà. Ciò personalmente mi fa vivere ancor più agghiacciante un dramma e in questo caso IL dramma di un abbandono. Cyril che si arrampica su un muretto, che vuole imitare e accompagnare il padre nella sua attività (mescolando due salse) si riappropria ai miei occhi di una infanzia legittima che si sta sgretolando in tempo reale.
Jeremie Renier, con Fabrizio Rongione uno dei due attori feticcio dei fratelli belgi, ricopre ancora una volta il ruolo di un padre inetto e distante.
Cyril non ha gli strumenti per comprendere che il suo abbandono (giunto attraverso un discorso indefinito, abbozzato, in cui il “non farti vedere più” è un codardo quanto fanciullesco tentativo di liberarsi di un onere, non di assolvere una funzione di padre, cosa che gli spetterebbe per natura e per legge) avviene fondamentalmente per un totale rigetto nei suoi confronti, non per una questione di denaro.
La confusione nel riconoscere una nuova figura di tutela, sostegno e aiuto, essere costretto a vivere in una nuova dimensione aliena, rappresentata non più dall’istituto ma dall’abitazione di una “madre” che non riconosce e a cui si è legata solo per ragioni di comodità (fuggire dall’istituto), lo spingono a delinquere per recuperare del denaro da consegnare al padre.
Samantha è l’esatto opposto del padre naturale di Cyril, è una figura materna, inspiegabilmente prodiga al punto di lasciare il compagno per dedicarsi al bambino (in quello che è francamente il punto più basso toccato da questo film – alludo alla sequenza in auto).
Siamo al punto di maggior frattura narrativa – e non solo – del film.
Mi trovo a pormi troppe domande, perché Samantha fa tutto ciò per Cyril, perché il ragazzino pestato sente il bisogno di una vendetta così accanita, perché l’edicolante è così disumano, cosa realmente si sia scatenato nella mente di Cyril da indurlo a trasformarsi così radicalmente e in un lasso di tempo così breve. L’amore permette tutto questo. Con la logica, a distanza di giorni, ammetto che questa parte finale lascia troppi punti oscuri, lo sostengo poi proprio io che sono così cerebrale, attento a sviscerare i processi di ragionamento dei personaggi del film, per comprendere i meccanismi di una determinata riflessione e di conseguenza di una nuova modalità comportamentale.
Ma in tutta sincerità è stato naturale accantonare ogni tentativo di questo tipo e restare incantato dal gesto finale, che esprime una tale tolleranza, una tale umanità, da farmi uscire dal cinema commosso: lacrime di felicità.
Qualcuno dice che il cinema dei Dardenne, senza la magia che spetta al cinema inteso tradizionalmente come strumento di modificazione della visione della realtà attraverso una lente appunto alternativa rispetto a quella che ci riserviamo più o meno volontariamente, quotidianamente, non faccia vibrare. A me ogni volta accade l’inverso, è come se negli ultimi anni quasi solo lo stile simil-documentaristico mi permetta di riappropriarmi del dramma genuino e a della freschezza di un gesto che mi fa sentire così vivo.
Un film che trasforma le convinzioni più intime dello spettatore senza melodrammi ma con una (apparentemente) semplice descrizione di una quotidianità è qualcosa di sublime che solo il grande Cinema riesce a trasmettere. Ancora una volta i Dardenne ci mettono realmente dinanzi alle nostre rigide prevenzioni, ai nostri stati d’animo arrugginiti da un modo di ragionare e di vedere le cose secondo un’ottica per nulla camaleontica.
Nell’incertezza alcuni sentimenti umani hanno ancora la forza di prevalere e di affermare un segnale inequivocabilmente tangibile e di comunione.
Non è certo il primo film dei registi belgi che si chiude con un segnale positivo.
Il suo incedere non è fluido e “naturale” come gli altri, ma la dimostrazione che ancora una volta mi sia commosso (senza alcuna volontà di farlo), me lo fa già amare quanto i precedenti.

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