Soul Grind - The darkest dawn (1998)




Era il settembre del 1998, la copia del catalogo della Negative con i Fear Factory in copertina. Tra i dischi in uscita mi colpì la descrizione di questo esordio dei toscani Soul Grind, definiti come un mix tra progressive metal e death melodico in stile In Flames.
In quel periodo ero completamente impazzito per i primi lavori degli In Flames, poi quando ho scoperto che P. era in possesso del CD, alcuni mesi più tardi (eravamo ormai nell’estate del ’99) gli ho chiesto subito un parere, e lui mi rispose che facevano cagare, “sti gruppi italiani con le facce pittate”. Ho impiegato un po’ per capire che alludesse al finto tatuaggio (un disegno) sul volto di Cristiano, il batterista. Che ridere quando l’ho raccontato anche a Michele N. (oggi negli Arcadia), che all’inizio pensava che il buon vecchio e rincoglionito P. li avesse scambiati con i Soulgrind (scritto così, tutto attaccato) finlandesi. No no, si riferiva proprio a loro, i fiorentini Soul Grind.
Non badando a queste cagate (che poi il parere di P. sui dischi è sempre stato totalmente inattendibile) ho insistito affinchè mi facesse la musicassetta. Beh dal primo momento ho amato questo CD, altro che schifo, un lavoro ricercatissimo, maniacale, talmente complesso forse da sfociare persino nell’ampolloso, ma ce ne fossero di gruppi che passano così tanto tempo a perfezionare e ritoccare la propria musica.
Erano decisamente altri tempi, la fine dei ’90 è stato un periodo di merda per il metal in generale, figuriamoci per una band italiana all’esordio, che doveva imbattersi in registrazioni veloci col fiato sul collo, e una volta che il disco era finito con una distribuzione che quando andava bene si allacciava alla Audioglobe in Italia ma che all’estero era praticamente nulla. I Soul Grind non si sono sciolti solo per questi motivi, ma sicuramente determinate carenze nel supporto hanno influito nell’amplificare il loro scoraggiamento ad andare avanti.
Beh questo CD ha qualche influenza prog, senza dubbio, ma non direi assolutamente che il riferimento principale fossero gli In Flames (che al contrario lo erano per l’altro gruppo di Firenze che suonava all’epoca death melodico, i By the grief – periodo con Michele A. alla chitarra, prima della svolta core per intenderci).
Anzi è indistinguibile una vera influenza, a orecchio per la scelta di diversi mid-tempo verrebbe da pronunciare l’accostamento ai Dark Tranquillity, ma la band cita ascolti ad ampio raggio...e si sente: è la fusione di elementi diversi il grande pregio del disco, ma al tempo stesso il limite, perché realizzare qualcosa del genere è ostico anche per chi bazzica in miscugli così barocchi come me.
Poniamo il caso di Of stars and burning stars, 20 minuti che rischiano di minare le vostre capacità di orientamento nel tempo e nello spazio. La voglia di strafare all’esordio ci sta tutta e nel corso degli anni me ne sono fatto una ragione, anzi, non è mai stato un grosso problema per i miei molteplici ascolti di questo album. Perché alla fine mi rendo anche conto che erano molto giovani.
Brani così lunghi in un genere così estremo necessitano di maggior respiro e di riff che ogni tanto, in qualche modo, si riallaccino in modo da fare un minimo di collante alla composizione.
I Soul Grind utilizzavano la testiera, violini, arpeggi, stacchi melodici e anche una certa versatilità vocale di Michele: egli alternava un growl classico (tutt’altro che formidabile, non me ne voglia) a parti pulite o parlate, un po’ teatrali alla Tom Sedotschenko (e chissà se anche gli EverEve fossero tra gli ascolti del gruppo, chissà se Michele ha assistito al leggendario show del ’97 della band tedesca a Firenze..). A volte la tastiera resta stabilmente ancorata su alcune note, mentre il resto della composizione cambia; non ho mai capito se fosse un effetto voluto, sta di fatto che spesso è abbastanza suggestivo.
Non posso dire, tuttora, quale sia il brano che preferisco, perché in ognuno di essi ci sono qua e là momenti indimenticabili, magari certi giri di basso su In the twilight verso cui, anche per la sua tutto sommato non estenuante durata (“appena” 9 minuti mi pare) ho sempre avuto una certa predilezione.
Death metal atmosferico, death metal melodico: non saprei proprio che etichetta utilizzare. Il suono è sinfonico semmai, perché le tastiere sono un bel tappetone, si, ma la chitarra è bella possente. Melodici sicuramente, sebbene a parte alcuni riff un po dark tranquillity, come detto, non è un disco che idolatra certe sonorità svedesi. Restando in Italia li accosterei agli Opera IX per le parti più vicine al black metal e al sottovalutato primo lavoro dei torinesi Advent (The dawn, che però è posteriore, del 2003). Per la componente sinfonica nelle parti più compassate li ricondurrei ai finlandesi Thy Serpent. Come vedete saltano molte cose alla mente, e non starete capendo assolutamente nulla di ciò che è the darkest dawn, ma meglio così, dovete affrontare l’esperienza eheh.
Che dire poi dei testi così profondi e sostanziosi, a volte ci s’imbatte anche in righe scritte in tedesco..ma questi toscani erano dei fuori di testa!!!
Un disco complesso, ambizioso come scritto in precedenza, ma genuino, e ricco di momenti indimenticabili. Ha caratterizzato la mia adolescenza ed è per aver contribuito a comporre un tassello solido di essa che questo commento, seppur diseguale e confuso, è dedicato a questi cinque ragazzi: Michele, Giacomo, Mauro, Marco, Cristiano.
Concludo con tre elementi indispensabili che qualora non citassi non troverei un senso a tutto ciò che ho scritto e che mi salta in mente ogni tanto da oltre dieci anni a questa parte (e che vi giuro non dimenticherò mai): il finale SPAVENTOSO di Mother Moon, sottotraccia della folle Of stars and burning stars: è talento, incoscienza, caos allo stato puro. Che emozione ogni volta che lo riascolto! Ogni volta alle soglie della commozione penso: ma quanto vi sentivate liberi di OSARE! Grandi.
Secondo: Prelude to the brightest dawn, solo un intro, forse, ma un momento spettacolare, magico. La sensazione della pioggia tangibile, poi dopo l’esplosione la chitarra di destra nel finale crea una variazione nel riff che una volta che s’è piantato nella testa non ho dimenticato mai più. Saranno pochi secondi, ma che spettacolo!
Infine l’artwork, meraviglioso. La prima volta che l’ho visto su quel numero della Negative ho visualizzato un volto umano in quella selva di alberi. Poi mi hanno fatto notare pefino un paio di tette!
Peccato che mi s’è mezzo strappato, se non ricordo male cercando di togliere l’etichetta del prezzo. Quei momenti da bestemmia.

Download

Nessun commento: