Valerian Swing - A Sailor Lost Around The Earth (2011)




"I can hear a sound in the void and it’s pleng how far how far it shines in the distance a sound beyond the centuries that screams from Cabo de Boa Esperança keep focused doctor keep focused je dois résister au zapping pituitaire j’ai bien risqué de tomber dans un deplorable état de choc donc le cap and pleng when the keel banged against something in the abyss in the void only you decent man could help me against the sea in my hypnagogic allucination yes the sea and HIM hold on hold on le roi cremeux en toute sa tremblante puissance et moi celui qui l’a découvert et avec moi bartolomeu dias dr pengl I’m almost lost in that divine fast we used to call the ocean I remember I was alone rimanevo solo nient’altro che un marinaio perso intorno al cuore"

(Valerian Swing, interno digipack)

Partiamo da alcune annotazioni sparse: gli emiliani Valerian Swing (di Correggio) sono un gruppo che mi ha regalato un live a cui raramente ho assistito: mi sono divertito molto sia per la capacità di tenere il palco (il bassista è un fuori di testa) che per la qualità.

Sono tre talenti, suonano musica stramba e ricercata, realmente alternativa.
Conosco pochissimo sul loro conto, ma abbastanza per ridere di gusto: leggete, per favore, la recensione (quella sì che è una recensione!) supermegaprofessionale su ondarock, ovvero quando si cerca di spacciare come finta la vera arte, solo perché viene proposto un genere che non si ha evidentemente le capacità per avvicinare. Tutto ciò al di là dei gusti, sia chiaro. A volte è anche questione di umiltà.

Mi sono chiesto subito se questi brani così scombinati fossero dei meri orpelli e in fin dei conti mi colpissero solo in superficie, per poi non lasciarmi nulla a distanza di tempo.
Nulla di tutto ciò: musica di alto livello e di grande impatto emotivo, da cui trapela un forte senso di vero e accessibile, non virtuoso o sofisticato.
Perché come scritto i tre ragazzi in questione sono bravi, specialmente il batterista, ma non si lanciano in inutili soli fini a se stessi, come francamente devo ammettere, a volte, è lo sconfinamento in cui peccano i miei amati Behold the arctopus...

Altra annotazione: il loro primo album, Draining Planning For Ears Reflectors, è un disco sublime, acquistatelo ad occhi chiusi, anzi acquistiamolo, poichè manca anche nella mia collezione.

A sailor lost around the earth
si distanzia abbastanza da quel post-rock/shoegaze del debutto: via quasi totalmente le parti cantate (particolare che ho gradito molto), ci troviamo dinanzi ad un disco molto più scombinato, math, schizzato, non so se rendo l’idea. Probabilmente no.

I brani hanno delle strutture molto più eclettiche e lontane dalla forma-canzone. Questo ibrido di più forme incorpora anche parti jazzate con sfumature metal: ma da quel poco che so il trio rifiuta di inserirsi in un calderone metal (a ragion veduta).

La registrazione è decisamente una bomba.

Un disco che assomiglia a qualcos’altro, ma sono frammenti di secondi che saltano alla mente in un enorme caleidoscopio: The dillinger escape plan (secondo me il riferimento principale del gruppo), East of the wall (specie i primi, strumentali), qualcosa di più simil-anni ’70 per certi arrangiamenti di chitarra (tuttavia mi sfugge un riferimento).
Restando in Italia, mi ricordano i sottovalutatissimi Ephel Duath (un giorno su questo blog scriverò anche di loro). Restano pur sempre dei flash, sia chiaro.

Il brano più lineare è A sea in your divine fast, il terzo. E’ il passaggio più sommesso del disco, e anche il più riconducibile a qualcosa di chiaramente post-rock.
Non c’è un brano che si faccia preferire meno (uhm forse l’intermezzo The decent man).

L’uso del trombone su Dr. Pengle is here e su It shines (rispettivamente alfa e omega del disco) rende un tocco in più di elasticità mentale.

Ma basta ascoltare tutto il resto per aprire le orecchie e la mente.
Pensateci.
E prima di liquidarli passate perlomeno dalle parti di It Shines: quei riff che iniziano e si fermano, per poi ricominciare.
O imbattetevi nello spasmodico, multiforme Le Roi Cremeux, forse il brano che sintetizza meglio la capacità di saper avvicendare attacchi frontali duri e squassanti a impennate melodiche.

Emozioni in movimento. Musica vera.

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Isis - Mosquito control (EP, 1998)




The mosquito control: la pulsione primordiale di uno dei gruppi che ha cambiato la nostra vita.

Ovviamente non ci troviamo dinanzi ad un capolavoro, però di questo EP stupisce una forma musicale che già anticipa una parte sostanziosa di ciò che trova spazio in Celestial, l’album di debutto.
1998: Undertow e Through silver in blood sono album già usciti da un pezzo; si dice tanto che gli Isis siano i figli minori di Neurosis e Tool ma Mosquito Control non è niente di tutto ciò.

Quattro brani pesantissimi che si basano sull’incedere vorticoso delle due linee di chitarre di Turner (Gallagher non ancora entra nella partita), che creano riff muscolosi e primitivi, accompagnati da un cantato informe.

A livello di suoni vengono già esaltate le coordinate ultradistorte degli album della maturità, tuttavia qui l’approccio rasenta territori più doom/sludge.

Caxide è già innamorato dei suoi effetti.

Le geometrie dei brani sono troppo spigolose e alla lunga si rischia di cadere nella trance ripetitiva (ascolta il pericolosissimo andirivieni di Harris su Life under the swatter, un giro di tom talmente monotono che difficilmente vi si spianterà dal cervello dopo l’ascolto) che in qualche modo appare anche come il tentativo di creare qualcosa che risulti devastante e ipnotico allo stesso tempo.

Pochi spiragli di luce in questo scenario plumbeo e soffocante: l’intro acustico di Poison eggs, un bel riffozzo stoner in Hive destruction e qualche momento di tregua semiacustico in Relocation swarm. Quest’ultimo è un buon pezzo, il migliore del lotto, con una decente elettronica in sottofondo (a cura di un certo Chris Mereschuk, uscito dal gruppo l’anno seguente), benchè non siamo ancora ai livelli del lavoro oscuro di Bryant Clifford Meyer.
Finale drone allucinatorio.

Lontani dalle idee geniali e inesauribili di Oceanic, questo è un EP che malgrado una ripetitività massacrante e a tratti noiosa lascia ben intendere le potenzialità di un gruppo ancora in cerca di una stabilità a livello di line-up.
A posteriori, però, è facile sottolineare tutto ciò.

Da acquistare solo se malati di Isis.

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L'orologiaio di Saint-Paul (di Bertrand Tavernier, 1974)


Quando il trentaduenne Bertrand Tavernier decide di realizzare il suo primo lungometraggio è già un affermato critico cinematografico.
Onnivoro di letteratura, predilige il romanzo popolare e ama il cinema americano di Walsh, Ford, Fuller.
Per il suo esordio si affida ad un romanzo di Simenon, ma non lo traspone come farebbe uno Chabrol: Tavernier si discosta con vigore dalla Nouvelle Vague e dal cinema francese di quegli anni. Peculiarità, questa, che mi fa pensare a Pialat, anche se quest’ultimo adotta un’istrionica quanto pressoché totale rottura da ogni schema conosciuto, mentre il Cinema di Tavernier in fondo è vicino ai modelli classici.
Per l’occasione egli resuscita quasi letteralmente due attempati sceneggiatori, Aurenche e Bost (quest’ultimo muore l’anno seguente, ma lascia un validissimo contributo in Una domenica in campagna di qualche anno più tardi), vittime di un progressivo accantonamento negli anni anche per via delle “invettive” scagliate proprio da alcuni autorevoli esponenti della Nouvelle Vague (in primis Truffaut).
La natura di tale collaborazione risiede in un universo concettuale molto simile, lontano dalle ideologie, polemico e volto alla rappresentazione dello sgretolamento della società in un determinato periodo storico di riferimento, che come sappiamo varia tantissimo nell’arco della filmografia di questo regista tanto eclettico quanto mai ripetitivo, che ama calarsi in realtà differenti mostrando un adattamento sopraffino.

Fin da questo primo film di Tavernier emergono elementi autoreferenziali che costellano il suo Cinema, a volte anche involontariamente, suo malgrado, in circostanze che col dovuto tatto definiremmo “profetiche”: per farne un breve accenno, come non pensare infatti al figlio tossicodipendente, a cui dedicherà un film più in avanti, che avrebbe richiamato la vicenda drammatica tra padre e figlio che anima proprio questo film? O il personaggio di Romy Schneider ne La morte in diretta, che ricorda in modo inquietante nella fattispecie il tragico epilogo dell’attrice stessa?
La primissima sequenza del film mostra una bambina su un treno: è la figlia del regista. In questo immaginifico viaggio di ritorno a Lione, la sua città natale, giace l’idea di una nuova
carriera professionale che prende il via. Un ritorno a casa ricco di significati affettivi.

L’orologiaio di Saint-Paul
è un film che coinvolge in maniera progressiva perché ci cattura nel risveglio di un uomo, padre e cittadino.
Dal dolore intimo la parabola accresce le proprie dimensioni fino ad assurgere ad un’ampia riflessione che coinvolge il periodo storico ben preciso in cui la sceneggiatura, stravolgendo il romanzo, decide di porre le proprie fondamenta.
Siamo nel post-’68, in piena restaurazione.
E’ un film intimista ma anche politico, perché pone l’accento sul rigetto per la strumentalizzazione politica che nasce da un fatto di cronaca. Quando il sistema si nutre del dolore delle persone: un tema caro a Tavernier, si vedrà nel corso del tempo.

Michel è un orologiaio chiuso nella propria routine. Quando gli viene comunicata la notizia che suo figlio, sedicenne, ha ucciso un uomo, la sua reazione è di sgomento e viene assalito dai sensi di colpa: comincia a maturare in lui la consapevolezza di aver trascurato il figlio, di non aver rapporti con lui e con il suo mondo. Una reazione pacata e quasi inespressa, ma lo sguardo perso nel vuoto di un magistrale Noiret ci lasciano percepire un mondo interiore in subbuglio, disperatamente frustrato.
La sequenza che mostra il padre che entra nella stanza del figlio e si corica sul suo letto è di una sobria quanto trascinante drammaticità e ci lascia avvicinare un vero e proprio “lutto” con un’immediatezza ed un’asciuttezza che davvero lasciano sgomenti.
E’ come se Michel entrasse per la prima volta nella vita del figlio e guardasse con occhi nuovi quelle quattro pareti. Non proferisce parola ma immaginiamo che dentro di sé si stia chiedendo chi sia suo figlio, e chi sia lui in quanto padre e uomo.

“E’ solo in questo momento che comprende di aver chiuso definitivamente con una certa vita e si accorge che, qualunque cosa capiti, l’esistenza fin qui condotta con Ben (Bernard) tra questi muri non ricomincerà più. Non dipende più da lui, da loro. Gli oggetti sono senza fisionomia e il letto di Ben (Bernard), sul quale lui, Dave (Michel) è ancora disteso, è solo un letto qualunque che conserva la traccia di un corpo” (Simenon, cap. 4 – a mia volta ho tratto questo passo dalla splendida biografia su Tavernier di Sergio Arecco, edita da Il Castoro)

L’inizio di questa ineludibile nuova vita perdura a lungo, il tempo cinematograficamente utile per vedere il protagonista riflettere su un crescente accavallarsi di situazioni ed eventi.
Michel scopre che Bernard è molto più legato alla sua vecchia nutrice, Madeleine, che lo ha cresciuto dopo la scomparsa della madre.
Altro riferimento autobiografico: quando Michel le fa visita per avere informazioni su Bernard, si reca in una casa in collina alla periferia della città, che è la casa in cui Tavernier è nato.

La narrazione, completamente in tempo reale e del tutto priva dei flashback del romanzo, è lineare e ben articolata: Tavernier specie nei primi film è fedelissimo nel collegare alla propria sceneggiatura i tratti profondi che intende far emergere, come se procedessero di pari passo in una visione di complementarietà e funzionalità diretta.
Interessante a tal proposito è constatare come la funzione del commissario Guibout (un eccellente Jean Rochefort), il collegamento narrativo tra padre e figlio, sia vincolata alla mera prima abbondante parte di ricerca, per poi affievolirsi alla distanza.
Guibout fin dall’inizio si contraddistingue come una figura singolare, francamente solidale col padre ma in qualche modo deciso a introiettare in lui una visione unilaterale delle cause dell’omicidio, che come scopriamo gradualmente al contrario mostra molteplici sfaccettature su cui interrogarsi.
L’aspetto più interessante rappresentato da questo personaggio è tuttavia proprio la vicinanza a Michel nel ruolo di padre: quando sul treno esclama “Cosa avremo mai fatto di male a questi figli??” esprime un senso di frustrazione e malessere che si avvicinano a quelli di Michel.
Nell’orologiaio proprio in virtù di questo passaggio eloquente comincia a prendere maggior corpo una nuova visione delle circostanze, personale e sempre più vicina alla posizione del figlio, che nel frattempo continua ad essere latitante assieme alla fidanzata Liliane.
Il mistero della sorte di Bernard funge da lungo intervallo (circa 3/4 del film) in cui Michel matura progressivamente una propria idea della vicenda: un attentato al suo negozio e una strana visita di due operaie amiche di Liliane fortificano la tesi che Razon, il custode della fabbrica ucciso, fosse implicato in oscure trame di matrice politica.
Tuttavia il processo di riconciliazione tra padre e figlio non ha ancora le basi contigue su cui porre le proprie fondamenta: quando finalmente Bernard viene rintracciato, inizialmente si rifiuta di vedere Michel.
Il motivo non ci stupisce: ha ancora l’idea di un padre distante e se è mancata la comunicazione fino ad allora nella quotidianità della vita precedente, perché mai ora dovrebbe attuarsi?
Michel non si dà per vinto e preme per incontrare il figlio: ne consegue la scena madre del film, uno dei motivi per i quali questo esordio deve essere visto, una sequenza assolutamente eloquente in cui un gioco di sguardi, il gelo dell’atmosfera circostante, i dialoghi scarni di contorno, creano una totale, asettica barriera che tuttavia è ancora proiettata in una visione del passato, come se i due protagonisti, padre e figlio, in pochi secondi siano finalmente in grado, faccia a faccia, di realizzare chi hanno realmente dinanzi. E’ al tempo stesso il primo contatto della loro nuova vita, senza filtri.
Cerco di non addentrarmi mai nel dettaglio tecnico, non rientra nelle mie competenze né fa parte del mio modo di approcciare le dinamiche sotterranee di un film. Ma come posso non citare la straordinaria carrellata che ci mostra il volto di Michel/Noiret quando Bernard fa il suo ingresso in un aeroporto deserto ai limiti del surreale? Sorpresa, sbigottimento, incertezza, terrore, sollievo, fate voi. In quello sguardo c’è tutto ciò, cogliamo con totale partecipazione emotiva come al protagonista passi dinanzi nella frazione di un secondo l’intera vita.
Cinema d’altissimo livello, ed è appena un esordio.

Non è finita, perché il film, ormai esploso in tutti i suoi significati più profondi, amalgamati ormai con una straordinaria forza narrativa, riserva un quanto mai smorzato processo al termine del quale Michel, ormai sinceramente e strenuamente proiettato nella “nuova” vita, si dichiara “interamente, totalmente solidale con suo figlio”. Quest’ultimo ha confessato di aver ucciso Razon perché era una “carogna”, non dando il minimo credito alla tesi dell’avvocato difensore che ha cercato di sminuire la componente politica dell’omicidio in favore di quella passionale, ipotesi da cui sortiva una conseguente posizione poco edificante di Liliane.

Il primo colloquio tra padre e figlio dopo la condanna di Bernard a vent’anni di reclusione è l’ultimo momento topico del film, in cui cogliamo un clima di distesa, rassegnata e dignitosa accettazione, cui fa seguito la dichiarazione d’intenti, simbolica, del padre, che si dedicherà a suo nipote (Liliane, anch’essa condannata, aspetta un figlio da Bernard) mentre il figlio è in carcere – inutile sottolineare la valenza di un tale gesto alla luce di tutto ciò che è accaduto nella vicenda.

Un finale positivo, di speranza e riconciliazione.
Tuttavia la voce fuori campo, che spesso in Tavernier sancisce una metaforica, sinistra verità, chiude descrivendo una realtà circostante che resta disintegrata e per nulla accogliente.

Orso d’Argento a Berlino, il primo concreto passo da regista di Tavernier è un deciso e già maturo frammento dell’idea di un’idea di Cinema sì in fieri, ma già particolarmente originale. La vis polemica, il persistente aleggiare di un giudizio morale che prende forma proprio alla luce di ciò che è narrato nel film, la descrizione efficace degli esterni in perenne lotta con l’interiorità dei protagonisti, costituiscono già i primi consolidati elementi di fascino.
E’ anche l’inizio di un sodalizio con Philippe Noiret che perdurerà nel tempo, e in particolare caratterizza i primi tre film di Tavernier che sono anche racchiusi con la definizione “trilogia Noiret”. Basterebbe guardare pochi film a caso nella corposa filmografia del regista per accorgersi della varietà dei contesti in cui sono ambientati e l’eclettica capacità di adattare le proprie tematiche d’interesse a seconda dello spaccato sociale di riferimento – caratteristica questa, in cui solo un attore feticcio camaleontico avrebbe potuto calarsi, e Noiret in ciò è stato clamorosamente efficace.
Lione, la città di Tavernier, è lo sfondo di questo suo esordio, ed è il maggior riferimento nei film a seguire.

Il ragazzo con la bicicletta (di Luc e Jean-Pierre Dardenne, 2011)



Un film concentrato sul divenire della strutturazione di un’identità in età preadolescenziale, ecco perché lo spettatore non fatica a scoprire le cause della situazione di frustrazione di Cyril. Il vero focus narrativo è ciò che accadrà, in questo quadro caratterizzato da labilità affettiva e fragilità del destino.
Ogni film dei Dardenne mi costringe a vivere un altro film, interiore, in cui devo riarrangiare e rimettere in discussione le mie convinzioni più radicate e uniformi.
Il protagonista vive una situazione di abbandono paterno che non riesce ad accettare, e una quotidianità in una dimensione aliena (l’istituto). La bicicletta rappresenta l’affannosa e disperata riappropriazione di un elemento attraverso il quale affermare la propria identità.
Non mi è per nulla simpatico, il piccolo Cyiril, dopo una buona mezzora. La sua ipercinesia è destabilizzante.
Il primo cambiamento dei due film, quello proiettato sullo schermo e quello che avviene nella mia mente, avviene quando comincio a rendermi conto che la condotta irrefrenabile del ragazzino non è disturbata ma congrua ad un contesto in cui egli dovrebbe essere tutelato da una figura genitoriale che al contrario si mostra assolutamente anaffettiva.
La sequenza del ristorante è disarmante per la sua drammaticità. Come accade sempre in un film dei Dardenne, non concorrono elementi cinematograficamente esterni (una colonna sonora o un particolare utilizzo dello zoom o di un’inquadratura) rispetto ad una pura e naturale descrizione della realtà. Ciò personalmente mi fa vivere ancor più agghiacciante un dramma e in questo caso IL dramma di un abbandono. Cyril che si arrampica su un muretto, che vuole imitare e accompagnare il padre nella sua attività (mescolando due salse) si riappropria ai miei occhi di una infanzia legittima che si sta sgretolando in tempo reale.
Jeremie Renier, con Fabrizio Rongione uno dei due attori feticcio dei fratelli belgi, ricopre ancora una volta il ruolo di un padre inetto e distante.
Cyril non ha gli strumenti per comprendere che il suo abbandono (giunto attraverso un discorso indefinito, abbozzato, in cui il “non farti vedere più” è un codardo quanto fanciullesco tentativo di liberarsi di un onere, non di assolvere una funzione di padre, cosa che gli spetterebbe per natura e per legge) avviene fondamentalmente per un totale rigetto nei suoi confronti, non per una questione di denaro.
La confusione nel riconoscere una nuova figura di tutela, sostegno e aiuto, essere costretto a vivere in una nuova dimensione aliena, rappresentata non più dall’istituto ma dall’abitazione di una “madre” che non riconosce e a cui si è legata solo per ragioni di comodità (fuggire dall’istituto), lo spingono a delinquere per recuperare del denaro da consegnare al padre.
Samantha è l’esatto opposto del padre naturale di Cyril, è una figura materna, inspiegabilmente prodiga al punto di lasciare il compagno per dedicarsi al bambino (in quello che è francamente il punto più basso toccato da questo film – alludo alla sequenza in auto).
Siamo al punto di maggior frattura narrativa – e non solo – del film.
Mi trovo a pormi troppe domande, perché Samantha fa tutto ciò per Cyril, perché il ragazzino pestato sente il bisogno di una vendetta così accanita, perché l’edicolante è così disumano, cosa realmente si sia scatenato nella mente di Cyril da indurlo a trasformarsi così radicalmente e in un lasso di tempo così breve. L’amore permette tutto questo. Con la logica, a distanza di giorni, ammetto che questa parte finale lascia troppi punti oscuri, lo sostengo poi proprio io che sono così cerebrale, attento a sviscerare i processi di ragionamento dei personaggi del film, per comprendere i meccanismi di una determinata riflessione e di conseguenza di una nuova modalità comportamentale.
Ma in tutta sincerità è stato naturale accantonare ogni tentativo di questo tipo e restare incantato dal gesto finale, che esprime una tale tolleranza, una tale umanità, da farmi uscire dal cinema commosso: lacrime di felicità.
Qualcuno dice che il cinema dei Dardenne, senza la magia che spetta al cinema inteso tradizionalmente come strumento di modificazione della visione della realtà attraverso una lente appunto alternativa rispetto a quella che ci riserviamo più o meno volontariamente, quotidianamente, non faccia vibrare. A me ogni volta accade l’inverso, è come se negli ultimi anni quasi solo lo stile simil-documentaristico mi permetta di riappropriarmi del dramma genuino e a della freschezza di un gesto che mi fa sentire così vivo.
Un film che trasforma le convinzioni più intime dello spettatore senza melodrammi ma con una (apparentemente) semplice descrizione di una quotidianità è qualcosa di sublime che solo il grande Cinema riesce a trasmettere. Ancora una volta i Dardenne ci mettono realmente dinanzi alle nostre rigide prevenzioni, ai nostri stati d’animo arrugginiti da un modo di ragionare e di vedere le cose secondo un’ottica per nulla camaleontica.
Nell’incertezza alcuni sentimenti umani hanno ancora la forza di prevalere e di affermare un segnale inequivocabilmente tangibile e di comunione.
Non è certo il primo film dei registi belgi che si chiude con un segnale positivo.
Il suo incedere non è fluido e “naturale” come gli altri, ma la dimostrazione che ancora una volta mi sia commosso (senza alcuna volontà di farlo), me lo fa già amare quanto i precedenti.

Padre padrone (di Paolo e Vittorio Taviani, 1977)


Un’opera straordinaria, ribelle, che pone interrogativi sull’educazione e sul concetto di libertà, e al tempo stesso mostra il potere del linguaggio e il valore del rifiuto del silenzio, ad esso connesso.
Ci sono film che per descrivere una realtà sociale particolarmente oppressiva si basano esclusivamente sulla spettacolarizzazione delle azioni repressive, sul linguaggio verbale, sulla mera descrizione di un’emotività espressa molto alta; diversamente Padre padrone arricchisce un piano di analisi di questo tipo (eccetto la spettacolarizzazione) con un magistrale substrato in cui regna sovrano un linguaggio pensato ma non espresso.
L’interiorità di Gavino e degli altri personaggi che vivono la sua medesima situazione coincide con la chiave di lettura principale del film.
Un linguaggio che resta dunque sommerso in un mondo interiore che ha il terrore di irrompere in quello esteriore, perché fin dai primi anni di vita è stato oggetto di una repressione durissima, coercitiva, animale.
La trasformazione da padre a padrone è avvenuta molti anni fa in Abramo/Efidio, quando egli stesso ha ricevuto un’educazione di quel tipo.
A tal proposito il film sembra ricordare, in un contesto diverso e decisamente più circoscritto, oltre che ancor più claustrofobico, ciò che esprime chiaramente l’ultima opera di Haneke Il nastro bianco.
La poesia delle immagini, l’approfondimento dei pensieri che confluiscono in un unico vocìo sommesso, fiume inarrestabile di emozioni turbate e di sogni fragili, restituisce la dignità della vita ai personaggi, ed è in virtù di questi elementi cinematografici che il film sembra costantemente mosso da un anelito di speranza.
Questo capolavoro dei fratelli Taviani esprime una forte necessità e un diritto inalienabile di esprimere la propria libertà.
La coscienza della propria condizione indubbiamente fatica a realizzarsi in un controllo morboso di una società patriarcale come quella descritta nel film. Tuttavia la percezione di libertà, che timida ma inarrestabile si fa strada in Gavino, è un valore innato che l’uomo sente il diritto di esercitare e il primo vero segnale è lo scambio di due agnelli per una vecchia fisarmonica. Questo strumento rappresenta per Gavino il primo mezzo per cominciare a configurare nella realtà esteriore l’oceano di sensazioni e di pensieri che lo attraversano da anni.
La musica che Gavino ha memorizzato e che continuerà a fischiettare al padre quando quest’ultimo annega in un catino la radio: quando la forza immaginifica supera quella del bastone. Questa sequenza da sola mi ha letteralmente fatto vibrare.
C’è un passaggio fondamentale nel film in cui Gavino riesce a condividere e a prendere finalmente coscienza che c’è la possibilità di costruire e affermare la propria identità mediante la fuga. Durante una processione religiosa avviene uno dei rarissimi contatti con gli altri paesani, figli e servi come lui. Al di là del contenuto agghiacciante dei dialoghi sulla loro condizione miserevole, questa scena mostra un commovente moto di ribellione, prima sommesso poi cantato in un canto tedesco da osteria: il campo lungo successivo mostra come questo canto profano si mescoli e gradualmente prenda il sopravvento su quello sacro che anima la processione. E’ una scena dal forte valore simbolico che denota un momento significativo, di svolta nelle sorti della narrazione.
Il fatto che il protagonista scelga di specializzarsi proprio in Glottologia è la massima espressione simbolica dell’affermazione di una identità brutalizzata per oltre vent’anni in un mondo in cui il linguaggio, e di riflesso la comunicazione e il contatto umano, sono stati sistematicamente soffocati.
Il vocabolario rappresenta una sorta di evoluzione della fisarmonica nel tentativo strenuo di Gavino di creare una propria indipendenza.
Il protagonista ha infatti letteralmente perduto la propria infanzia e adolescenza e si affaccia alla scoperta di un vocabolario come un bambino in prima elementare, sebbene con maggior tenacia.
Come già sottolineato il film trasporta per la forza comunicativa di immagini e suoni. Il contesto bucolico all’apparenza è aspro e feroce, soprattutto per via del circuito stereotipato e fine a se stesso adottato in maniera rudimentale dal padre-padrone; e il film è molto duro come dev'essere, indiscutibilmente. Come mi ha detto qualcuno manca solo un abuso fisico del padre sui propri figli, e a quel punto penso che avremmo visto tutto ciò che dovevamo vedere, a 360°, sul significato di repressione patriarcale.
Ma il pensiero fresco e genuino, l’interesse per la cultura e l’incontrovertibile necessità di ribellione, giacendo costantemente in un piano altro del film, offrono una confortante visione poetica, indispensabilmente retta, alternativa.
Un film che ha perso d’attualità, qualcuno scrive. Io penso che quest’opera vada ampliata necessariamente ad una riflessione che esula dal contesto di riferimento.
Come ha sottolineato Werner Herzog, questo è un film che ci ricorda che siamo vivi.

Soul Grind - The darkest dawn (1998)




Era il settembre del 1998, la copia del catalogo della Negative con i Fear Factory in copertina. Tra i dischi in uscita mi colpì la descrizione di questo esordio dei toscani Soul Grind, definiti come un mix tra progressive metal e death melodico in stile In Flames.
In quel periodo ero completamente impazzito per i primi lavori degli In Flames, poi quando ho scoperto che P. era in possesso del CD, alcuni mesi più tardi (eravamo ormai nell’estate del ’99) gli ho chiesto subito un parere, e lui mi rispose che facevano cagare, “sti gruppi italiani con le facce pittate”. Ho impiegato un po’ per capire che alludesse al finto tatuaggio (un disegno) sul volto di Cristiano, il batterista. Che ridere quando l’ho raccontato anche a Michele N. (oggi negli Arcadia), che all’inizio pensava che il buon vecchio e rincoglionito P. li avesse scambiati con i Soulgrind (scritto così, tutto attaccato) finlandesi. No no, si riferiva proprio a loro, i fiorentini Soul Grind.
Non badando a queste cagate (che poi il parere di P. sui dischi è sempre stato totalmente inattendibile) ho insistito affinchè mi facesse la musicassetta. Beh dal primo momento ho amato questo CD, altro che schifo, un lavoro ricercatissimo, maniacale, talmente complesso forse da sfociare persino nell’ampolloso, ma ce ne fossero di gruppi che passano così tanto tempo a perfezionare e ritoccare la propria musica.
Erano decisamente altri tempi, la fine dei ’90 è stato un periodo di merda per il metal in generale, figuriamoci per una band italiana all’esordio, che doveva imbattersi in registrazioni veloci col fiato sul collo, e una volta che il disco era finito con una distribuzione che quando andava bene si allacciava alla Audioglobe in Italia ma che all’estero era praticamente nulla. I Soul Grind non si sono sciolti solo per questi motivi, ma sicuramente determinate carenze nel supporto hanno influito nell’amplificare il loro scoraggiamento ad andare avanti.
Beh questo CD ha qualche influenza prog, senza dubbio, ma non direi assolutamente che il riferimento principale fossero gli In Flames (che al contrario lo erano per l’altro gruppo di Firenze che suonava all’epoca death melodico, i By the grief – periodo con Michele A. alla chitarra, prima della svolta core per intenderci).
Anzi è indistinguibile una vera influenza, a orecchio per la scelta di diversi mid-tempo verrebbe da pronunciare l’accostamento ai Dark Tranquillity, ma la band cita ascolti ad ampio raggio...e si sente: è la fusione di elementi diversi il grande pregio del disco, ma al tempo stesso il limite, perché realizzare qualcosa del genere è ostico anche per chi bazzica in miscugli così barocchi come me.
Poniamo il caso di Of stars and burning stars, 20 minuti che rischiano di minare le vostre capacità di orientamento nel tempo e nello spazio. La voglia di strafare all’esordio ci sta tutta e nel corso degli anni me ne sono fatto una ragione, anzi, non è mai stato un grosso problema per i miei molteplici ascolti di questo album. Perché alla fine mi rendo anche conto che erano molto giovani.
Brani così lunghi in un genere così estremo necessitano di maggior respiro e di riff che ogni tanto, in qualche modo, si riallaccino in modo da fare un minimo di collante alla composizione.
I Soul Grind utilizzavano la testiera, violini, arpeggi, stacchi melodici e anche una certa versatilità vocale di Michele: egli alternava un growl classico (tutt’altro che formidabile, non me ne voglia) a parti pulite o parlate, un po’ teatrali alla Tom Sedotschenko (e chissà se anche gli EverEve fossero tra gli ascolti del gruppo, chissà se Michele ha assistito al leggendario show del ’97 della band tedesca a Firenze..). A volte la tastiera resta stabilmente ancorata su alcune note, mentre il resto della composizione cambia; non ho mai capito se fosse un effetto voluto, sta di fatto che spesso è abbastanza suggestivo.
Non posso dire, tuttora, quale sia il brano che preferisco, perché in ognuno di essi ci sono qua e là momenti indimenticabili, magari certi giri di basso su In the twilight verso cui, anche per la sua tutto sommato non estenuante durata (“appena” 9 minuti mi pare) ho sempre avuto una certa predilezione.
Death metal atmosferico, death metal melodico: non saprei proprio che etichetta utilizzare. Il suono è sinfonico semmai, perché le tastiere sono un bel tappetone, si, ma la chitarra è bella possente. Melodici sicuramente, sebbene a parte alcuni riff un po dark tranquillity, come detto, non è un disco che idolatra certe sonorità svedesi. Restando in Italia li accosterei agli Opera IX per le parti più vicine al black metal e al sottovalutato primo lavoro dei torinesi Advent (The dawn, che però è posteriore, del 2003). Per la componente sinfonica nelle parti più compassate li ricondurrei ai finlandesi Thy Serpent. Come vedete saltano molte cose alla mente, e non starete capendo assolutamente nulla di ciò che è the darkest dawn, ma meglio così, dovete affrontare l’esperienza eheh.
Che dire poi dei testi così profondi e sostanziosi, a volte ci s’imbatte anche in righe scritte in tedesco..ma questi toscani erano dei fuori di testa!!!
Un disco complesso, ambizioso come scritto in precedenza, ma genuino, e ricco di momenti indimenticabili. Ha caratterizzato la mia adolescenza ed è per aver contribuito a comporre un tassello solido di essa che questo commento, seppur diseguale e confuso, è dedicato a questi cinque ragazzi: Michele, Giacomo, Mauro, Marco, Cristiano.
Concludo con tre elementi indispensabili che qualora non citassi non troverei un senso a tutto ciò che ho scritto e che mi salta in mente ogni tanto da oltre dieci anni a questa parte (e che vi giuro non dimenticherò mai): il finale SPAVENTOSO di Mother Moon, sottotraccia della folle Of stars and burning stars: è talento, incoscienza, caos allo stato puro. Che emozione ogni volta che lo riascolto! Ogni volta alle soglie della commozione penso: ma quanto vi sentivate liberi di OSARE! Grandi.
Secondo: Prelude to the brightest dawn, solo un intro, forse, ma un momento spettacolare, magico. La sensazione della pioggia tangibile, poi dopo l’esplosione la chitarra di destra nel finale crea una variazione nel riff che una volta che s’è piantato nella testa non ho dimenticato mai più. Saranno pochi secondi, ma che spettacolo!
Infine l’artwork, meraviglioso. La prima volta che l’ho visto su quel numero della Negative ho visualizzato un volto umano in quella selva di alberi. Poi mi hanno fatto notare pefino un paio di tette!
Peccato che mi s’è mezzo strappato, se non ricordo male cercando di togliere l’etichetta del prezzo. Quei momenti da bestemmia.

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Up there: the clouds - s/t (EP, 2009)




Tra i gruppi da tenere d’occhio segnalo i riminesi Up there: The clouds, anche se questo loro primo EP (registrato nel mitico Studio73 a Ravenna, nel 2009) non è recentissimo.
I cinque ragazzi, timidoni e dall'età media piuttosto bassa (a occhio, magari mi sbaglio), già mostrano capacità non comuni in fatto di elaborazione dei brani e maturità nel saper cogliere determinate sfumature sonore che alla fine fanno la differenza tra un prodotto post-rock e qualcosa di più serio e talentuoso, come ci mostrano su questo esordio.
Il monicker non so perché mi fa pensare a quello dei Godspeed You! Black Emperor ma non credo che ci sia un collegamento, e comunque la band canadese non rappresenta il riferimento principale, ammesso che ce ne sia uno. Sicuramente questi ragazzi si muovono su coordinate eteree e sognanti tra Explosions in the sky e Alcest.
C’è una corposa componente shoegaze che dal vivo secondo me viene ancor più esaltata dagli intricati intrecci tra le tre chitarre.
Il sottoscritto però è sempre dalla parte del bassista di turno: stavolta più che mai a ragion veduta perché secondo me Daniele fa fare il salto di qualità alle composizioni, con dei giri sempre molto personali e intelligenti.
Dischetto quasi interamente strumentale composto da 3 brani (più un intermezzo) dalla durata media di 7 minuti, quindi niente roba chilometrica da accasciarsi al suolo per la noia, anzi...il quintetto arriva dritto al punto con giri di chitarre avvincenti e emozionanti: ascoltate Your words are meaningless, la cui parte finale rappresenta probabilmente la vetta emotiva di questo EP. Dal vivo sembrava che il batterista, completamente trasformato in un animale scatenato, fosse sul punto di scaraventare la batteria per quanto ci dava dentro.
La sorpresa, in parte, è costituita dall’ultimo brano The Compromise Between Acceptance Of Reality And Will Of Change (ma che figo sto titolo!) che si apre con dei suoni molto più distorti e uno screaming inatteso (di un certo Jge), qualcosa che ricorda Le Secret dei citati Alcest o che so, qualcosa tipo Lantlos (vabè che siamo lì), più vicino a quel mix tra black metal e shoegaze che ad altro. Poi il pezzo torna su fraseggi più spiccatamente post-rock prima di un ritorno alle sonorità metalliche in un finale condensato di feedback, veramente molto pesante.
Insomma i ragazzi oltre ad avere sensibilità in frangenti più sognanti mostrano anche si saper apprezzare un certo accostamento a lidi più scuri e cupi. Una mescolanza che presenta molti sbocchi in vista delle nuove composizioni: già realizzato un EP in questi primi mesi del 2011 con due nuovi brani, in cui fa capolino qualche voce pulita.
Ma sto sconfinando, in attesa di reperire il nuovo EP occorre supportare band di questo calibro facendo vostro questo piccolo gioiello dalla confezione in digipack realizzata accuratamente a mano, rilegata come se fosse stata intagliata nel legno.
Carine anche le illustrazioni del cartone, in copertina e all’interno, se non sbaglio disegnate da Daniele, il bassista.

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