Green Carnation - Light of day, day of darkness (2001)




Spesso il nome Terje Vik Shei (Tchort) è associato ancora all’Inner Circle o al primo album degli Emperor, In the night side eclipse, in cui egli era un mero esecutore delle linee di basso.
I Green Carnation sono stati al contrario il suo progetto musicale e basta ascoltare un disco a caso della loro travagliata discografia per apprezzare tutto il valore artistico di quest’uomo. Il passo ulteriore, a mio avviso obbligatorio se si intende provare a cogliere una trasformazione personale e musicale, consiste nel leggere i testi.
Per me i primi due album dei Green Carnation, sia sul piano lirico che musicale, rappresentano un’esperienza che mi ha arricchito nel corso degli anni.
Il gruppo nasce nel 1991, e all’epoca suonava death/grind, pezzi sparatissimi e tra l’altro piuttosto convenzionali (ho ascoltato il demo anni fa, non senza diversi sorrisi...). Facevano parte del progetto Anders Kobro e i gemelli Botteri (di padre italiano): tutti e tre poi avrebbero formato gli In the woods... con Jan Transeth, mentre Tchort entrava negli Emperor.
Poi gli In the woods... hanno avuto la loro fugace ma folgorante carriera, Tchort dopo In the night side eclipse come sappiamo è sparito per un po’: due anni di carcere, poi chissà quali altri problemi, non c’interessa.
Il gruppo torna alla luce nel 1998 credo, con la formazione originale o quasi, perché Kobro non fa parte subito del progetto. Journey to the end of the night è in fondo il disco che ho più a cuore, anche se paga fin troppo dazio a certo epic doom degli anni ’90, ma è un’esperienza anche lirica assolutamente travolgente, e in più è un disco in cui suonano i Botteri, questi due geni pazzeschi (in tutti i sensi) senza i quali oggi l’Avantgarde norvegese molto probabilmente non sarebbe la stessa cosa.
Via i gemelli, torna Kobro (con una prestazione indimenticabile), un cantante quasi session come Kjetil Nordhus, un bassista francamente ancora più bravo di Christopher Botteri, Stein Roger Sordal, e un nuovo secondo chitarrista, Bjørn Harstad. Certo, il disco è tutto opera di Tchort, ma Harstad fa la sua valida presenza nelle parti soliste, e non solo.
A ciò si aggiunge uno stuolo impressionante di guest alla voce (tra cui Jan e Synne Soprana degli In the woods...) e di coristi. Circa 600 sample utilizzati come rumori di sottofondo di un’unica composizione di 60 minuti!!!...sembra un gran delirio di onnipotenza, invece tutto è architettato con una competenza artistica sopraffina, e con le idee molto chiare in testa...certo, ambiziose, ma Tchort aveva evidentemente diversi aspetti della propria vita da condensare in questo suo straordinario parto.
Dopo la morte della figlia (in Journey to the end of the night) Tchort racconta come è cambiata la sua vita dopo la nascita di un figlio, ma la storia vera e propria del concept riguarda i gemelli Botteri, e Tchort si pone come protagonista delle loro vicissitudini mentali (“And on the edge of sanity I stumble and fall”).
L’aspetto di maggior fascino resta tuttavia per me il fatto che in fin dei conti, pur con tutte le venature metal, doom, ancora epiche e anche death, qui parliamo di un disco fondamentalmente prog-metal, e Tchort ha sempre affermato di essere totalmente al di fuori da ascolti di questo genere.
Si apre proprio con la voce di Jan Transeth e per gli amanti degli In the woods... è un tuffo al cuore: c’è una grandissima influenza degli In the woods... post-Omnio in questo disco, e direi che come riferimenti musicali chiari, essi siano gli unici ad aver veramente contaminato Tchort e che possiamo chiaramente individuare all’interno.
Le tastiere che fanno un certo effetto Retro ’70 fanno la loro comparsa fin dai primi minuti e caratterizzano praticamente tutto l’album.
La prima parte, della durata di circa 30 minuti, è un capolavoro.
La sezione acustica che attacca al minuto 11 è la mia preferita, il drum’n’bass splendido...

I think, therefore I am
You are a fantasy made by me
I dream this world
When I end, the world will end with me,
I am everything, you are me

"Sleep my child" to never be awakened again…

il basso anticipa il riff di chitarra elettrica che anima il passaggio successivo, che a sua volta prelude al momento clou che si ripete anche alla fine della prima parte (non un vero e proprio ritornello, ma indubbiamente il passaggio più intenso).

I fell asleep, to sweet lullaby
A sleep in which I had a dream
And in this dream
I conceived a perfect plan
That would change the face of mankind

For it was my dream
To create a perfect world
From this cold imperfect world
And all the answers were inside my mind

And I was unafraid
The dream was so enticing

Altro passaggio indimenticabile al minuto 22: tutto nasce da Tchort che strimpella un motivo che viene successivamente arricchito dagli altri strumenti fino al ritorno delle chitarre molto distorte. Un passaggio metal ma al tempo stesso molto seventies per i suoni della tastiera.

A metà disco avviene la cesura tra due parti ideali che compongono il disco mediante la voce di Synne che conferisce uno dei momenti più drammatici e anche più strani del disco: circa 5 minuti di gorgheggi e crescenti lamenti accompagnati dal solo flauto. Credo che in questo frangente si uniscano le influenze di Ann-Mari Edvardsen alla Mourning The Death of Aase cantata dalla stessa Synne Larsen in due versioni diverse per gli In the woods...

Si apre il momento più malinconico del disco: dopo un assolo chilometrico al minuto 42 (molto intenso) riappare Jan Transeth in una parte più consistente: la sua impostazione molto teatrale come al solito lascia il segno.
Un bellissimo passaggio del minuto 48 che ricorda ancora molto gli In the Woods... (di Weeping willow) precede un segmento orientaleggiante, sia per la melodia che per la voce femminile, fino all’uso di strumenti strani di accompagnamento.
Emerge a questo punto un po’ di accademia e qualche partitura anche ripetitiva: non è quella ripetitività stile Crimson degli Edge of Sanity, qui certe parti vengono riarrangiate diversamente, e questo è l’aspetto di tutta la composizione che ho apprezzato meno. Ma dopo oltre tre quarti d’ora di ottima musica fa poco testo.

Light of day, day of darkness rappresenta la vetta della creatività di Tchort, che successivamente con una formazione piuttosto stabile si sarebbe ancorato a canzonette più orecchiabili e maggiormente orientate verso un prog-rock ormai molto mainstream. Un vero peccato.
Sono in possesso dell’edizione limitata uscita per la Prophecy (l’etichetta tedesca di Ulf Theodor Schwadorf che annovera, tra gli altri, Empyrium, Autumnblaze, Blazing eternity e recentemente Alcest) e le immagini del booklet sono molto belle (quasi esclusivamente paesaggi, fatta eccezione per la foto centrale: una donna con l’abito da sposa che abbraccia una bara bianca, chiaro riferimento autobiografico).

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