Sadist - Above the light (1993)




Nel 1993 finalmente qualche etichetta italiana è pronta a scommettere su gruppi death metal nostrani, e finalmente escono i primi full-length prodotti professionalmente. Purtroppo le etichette in questione, come la catanese Nosferatu, molto spesso hanno avuto vita breve.
Questione di giorni per il primato assoluto sulle stampe in circolazione: i bolognesi Electrocution avevano registrato il loro disco d’esordio già nel novembre/dicembre del 1992 e hanno avuto un po’ di ritardi nella release ufficiale (per la Rosemary's, che se non ricordo male non era affatto specializzata in metal – e i risultati si sono visti in termini di distribuzione, oltre che di registrazione: il disco non fu registrato in uno studio specializzato in metal, la fonte è Luca Canali con cui mi ero scritto anni fa). I genovesi Sadist hanno registrato invece il loro esordio discografico (dopo un 7” di culto del ’91) a Catania nel gennaio del 1993, coadiuvati da un mostro sacro del thrash metal come Alberto Penzin (Schizo) alla produzione.
Inside the unreal degli Electrocution era indubbiamente un buon disco, ma non particolarmente originale. Al contrario Above the light è sorprendentemente unico non solo per il panorama italiano di allora; ancora oggi molti gruppi internazionali lo citano come una notevole influenza.
A genova in quegli anni c’erano stati i Necrodeath, altro gruppo assolutamente “avanti” nel panorama di thrash metal estremo (ai confini col nascente black metal) alla fine degli anni ’80: il batterista Peso (Marco Pesenti) dopo il loro scioglimento fonda i Sadist con Tommy Talamanca.
E’ soprattutto lo straordinario talento di quest’ultimo a impreziosire Above the light di un valore fuori dalla norma.
Per me questo album è stato importantissimo, l’ho trovato copiato su una musicassetta in casa ormai quasi quindici anni fa, e fin dal primo ascolto non me ne sono più staccato. Mai avrei pensato che nel death metal potessero coesistere note di pianoforte e melodie così struggenti. Fin dal primo ascolto sono rimasto però stupito soprattutto dalle note di basso: quel passaggio soft su Breathin Cancer è qualcosa di indimenticabile. Andy Marchini, questo il nome del bassista, si occupa anche del cantato, un growl un po’ monocorde forse, ma che fa il suo effetto.
I Sadist, e in particolar modo Tommy, erano credo influenzati soprattutto dal death metal americano (DEATH e Nocturnus), dai nostrani Goblin e da Yngwie Malmsteen (citato nei ringraziamenti dallo stesso Tommy).
Pochi gruppi death all’epoca osavano così tante parti di tastiera, i primi furono proprio i Nocturnus, ma l’uso che ne fa Tommy è molto sinfonico, differente rispetto a quello che ne faceva Louis Panzer (tastierista della band floridiana).
Ancora lontana l’influenza invece degli Atheist, che nel successivo Tribe è credo il riferimento principale.

Inserisco il CD e siamo immersi in una brezza marina, uccelli che volano (uno scenario ligure?? Ahah). Si stagliano subito le tastiere di Nadir (questo brano ha dato il nome agli studi di registrazione di Tommy alcuni anni dopo), un breve intro prima che parta l’arpeggio di Breathin’ Cancer. Gli arpeggi sono onnipresenti in questo album, e sono tutti meravigliosi. Fin dall’attacco delle elettriche distinguiamo due chitarre ritmiche molto pesanti a cui nelle parti soliste si aggiunge la terza chitarra solista.

Un giorno alle superiori ho prestato l’album a un ragazzo, me lo riportò due giorni dopo, aveva un volto indescrivibilmente vicino allo sdegno, mi disse “Troppa chitarra solista”. Rimasi basito.

Il primo assolo di Tommy è strepitoso, e segue la parte che prima cercavo di descrivere (piano, basso e batteria), ma ascoltarla, d’obbligo, è tutta un’altra cosa.
Parti tiratissime in doppia cassa: altro marchio del disco. Per chi non ama particolarmente musica così estrema c’è sempre la possibilità di tirare il fiato con gli intermezzi melodici e/o acustici. E’ un po’ l’anima dei primi Sadist, quella di avvicendare violenza sonora a calma paradisiaca (e non mi sto riferendo solo a quei contrasti che Tommy tanto dimostra di apprezzare nei primi due album, da Hell in myself al poderoso quanto leggendario attacco di India su Tribe).
Mio fratello era fissato con Enslaver of lies, ricordo che in quel biennio metteva spesso questo brano e l’assolo malmsteeniano finale m’era entrato in testa, al pari di altri brani di Malmsteen che contemporaneamente ascoltava l’altro fratello!
Assoli neoclassici nel death metal?? Ancora oggi resto meravigliato da tale intruglio magico che serpeggia su Above the light. Divagando: un altro gruppo che nello stesso anno aveva provato qualcosa di simile sono i Crypt of Kerberos nel loro unico purtroppo World of Myths, riscopritelo! Mentre per quanto riguarda l’uso delle tastiere nel death metal, restando in Italia, cito il buon demo (poi MCD) dei catanesi Sinoath Still in the grey dying, sempre del ’93. Ma nessuno aveva assolutamente pensato ai Goblin che incontrassero il metal estremo.
Nota a parte Sometimes they come back, il brano più incantevole di questo esordio dei Sadist. Ne avevano girato anche un videoclip di cui s’è smarrita ogni traccia (su youtube non ancora c’è: lancio l’appello, qualcuno lo posti! Ne abbiamo disperatamente bisogno!).
Che dire, la parte finale si commenta da sola. A me vengono i brividi ogni volta che l’ascolto. Ricordo quando mettevo lo stereo a palla appena partiva la chitarra acustica, per godermi appieno l’attacco dell’assolo. Solo per questo assolo vale la pena ascoltare questo album, che siate metallari o no, che vi piaccia la musica pop o non so cos’altro...in questo frangente si tocca qualcosa di troppo profondo che neanche potreste immaginare.
Terminata Sometimes per me è ancora come se partisse il lato B (riferito a musicassetta, eh, sia chiaro...), tanto sono legato alla MC (mi capita con diversi album dei ’90). Hell in myself, altro brano stupendo, qui i contrasti tra pacatezza e ferocia sono continui.
Desert divinities, indimenticabile, soprattutto per l'uso del basso; forse il pezzo più techno-death del disco (ma che bravo qui Andy). Anche in questo caso spazio al solito assolo che spezza in due il brano, assieme alla tastiera superatmosferica. Bellissimo anche il finale con i soli in fade-out.
E’ il brano che ho scelto di mettere in fondo a questo commento, racchiude un po’ tutto lo spirito Sadist del debutto.
A questo punto c’è la strumentale Sadist, mooolto gobliniana, un pezzo fantastico, anche qui c’è un assolo finale indimenticabile. In questo frangente più che mai concediamoci anche di alludere ad un’atmosfera horror.
Chiude Happiness ‘n’ sorrow, tornano i gabbiani...come se in tutto questo tempo fossimo restati lì, in quel paesaggio sinistro, ma anche affascinante. A me da ragazzino le urla finali di Andy facevano un po’ paura.
Nota bene: Tommy quando ha registrato questo disco aveva 19 anni.
Personalmente ho sia la stampa del ’93 che la ristampa: consiglio naturalmente di recuperare l’originale, non è poi così raro, però è privo di testi (che invece appaiono nella ristampa di qualche anno fa).

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