Una vampata d'amore (di Ingmar Bergman, 1953)


Un Bergman ormai padrone di una cifra stilistica in costante e progressiva mutazione.
Il film è una farsa tragicomica assolutamente originale, che pone le basi per uno stile che definire grottesco è riduttivo per la mole di elementi racchiusi nel suo taglio così clamorosamente perspicace (e che ritroviamo spesso nel cinema di Bergman, soprattutto ne Il Volto).
C’è una lotta di classe e c’è una prima, giovanile ma già folgorante allusione alla condizione dell’artista in un labirinto squadrato di convenzioni e fervide leggi di contrapposizione.
Le maschere si rincorrono, si azzuffano, restano sempre le stesse. Il circo si ripropone sempre col medesimo canovaccio così come il disagio sociale dei protagonisti, che anelano a qualcosa di più nobile ma cercano di uniformarvisi in maniera ingenua, quasi infantile.
Albert tenta di ritornare ad una vita coniugale infernale, Anne invece ha un desiderio materiale (non carnale) legato ancor più spregiudicatamente all’apparenza. Stavolta non c’è un’eroina, ma tutti sconfitti e accomunati dalla stessa vita di umiliazione e frustrazione.
La splendida sequenza d’apertura è figlia dell’espressionismo d’autore e introduce il clima di sopraffazione che si ripete come una costante ineludibile all’interno del film.
Penalizzato qui in Italia da un titolo demente (che fa compagnia a Un’estate d’amore e Una lezione d’amore – tutti appartengono più o meno allo stesso periodo - ), Gycklarnas afton è spigoloso, arcigno, vero ed essenziale. Una metafora nera che si discosta dai melodrammi derivativi degli esordi col piglio di è consapevole di poter ormai proporre un cinema alternativo.
La cattiveria che ostenta è celata astutamente in un vortice di situazioni bizzarre, anche ridicole, ma allo stesso tempo reali.
Harriet Andersson nel suo ruolo più sensuale: ancor più prorompente e vitale rispetto alla pur affascinante interpretazione in Monica e il desiderio. Mai più avrebbe ricoperto un ruolo del genere nel cinema di Bergman, probabilmente anche perché in quel periodo (alludiamo al biennio 1952-1953) tra i due era in corso una relazione sentimentale.
Anders Ek, un altro dei feticci del regista svedese, è qui addirittura impressionante.
Rapportando questa pellicola alle precedenti, non è lampante solo un cambiamento stilistico in itinere, ma anche una crescita esponenziale della qualità delle interpretazioni e la freschezza dei personaggi portati sulla scena.
Una vampata d’amore segna anche l’inizio del sodalizio artistico con Sven Nykvist.
Si accennava a Monica e il desiderio, sicuramente un’opera spartiacque per Bergman, ma la voglia di misurarsi con tematiche nuove e sempre più pervasive rende questo film un’autentica chicca e testimonia un momento di particolare acume del regista, oltre che di energia nuova all’interno del suo Cinema.

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