Un gelido inverno (di Debra Granik, 2010)


Si respira erba e si ascolta country, ma non è certo un’oasi felice la cornice del film; anzi la monoliticità degli ambienti contribuisce a esasperare le sensazioni di oppressione e soffocamento.
Un uomo che non appare mai (se non in una vecchia foto) ma che incombe prepotentemente su tutto lo svolgimento dei fatti: il vero leitmotiv della pellicola è un omicidio le cui responsabilità sono corali, condivise tra molti.
Non avrebbe avuto senso svelare una identità dell'assassino. Tutti sono sullo stesso piano, compreso un ambiguo sceriffo che testimonia come in quel contesto la legge è un concetto evanescente quanto il parametro di giustizia che le persone applicano.
Attorno a Ree si erge un muro imponente di omertà e disprezzo non dipendenti dalla sua attitudine, ma da colpe non chiarite del padre. Non importa cosa realmente egli abbia commesso, quanto la reazione della comunità per tutelare i propri piccoli e sordidi interessi.
Un ritratto inquietante di una provincia in cui l’umanità è repressa in un morboso istinto di autoconservazione di codici da far-west. E’ una microsocietà in cui manca totalmente quel naturale gap tra infanzia e adultità: Ree è costretta dagli eventi e dai personaggi che la circondano a dover sostenere prove di forza inaudite e su quella strada sono destinati i fratellini.
E' in possesso delle capacità per evadere da questo mondo? Senz’altro. Il tentativo di arruolarsi è una esemplificazione forte di quanto sia disperata la pulsione di fuga provocata da tali contingenze.
Un finale aperto (?) non svela realmente quale decisione prenderà Ree. Confida a Sonny di non abbandonare fratelli e madre e di non intendere recarsi da nessuna parte. Ha appena salvato la propria dimora, la sola certezza materiale che ha a disposizione per sopravvivere.
Si prova un senso di angoscia frustrante, perché da spettatori esterni comprendiamo quante potenzialità la protagonista abbia in serbo per poter sopravvivere e valere altrove, e al tempo stesso quali problematiche la limitino e la ostacolino.
Scene forti e un perenne senso di impotenza caratterizzano questo interessante, classico film da Sundance, tant’è che c’è anche un grandissimo John Hawkes (Me and you and everyone we know) ad arricchire l’opera con l’interpretazione di un carattere anomalo, la sola timida fonte di speranza e umanità (fratellini a parte) che circonda Ree. Egli appartiene a entrambi i mondi che si scontrano in questo microcosmo, ma l’affetto per il fratello e per i legami di sangue costituiscono la valvola attraverso la quale si riscatta parzialmente. Anche per lui (che in questo film ricorda Harry Dean Stanton in Paris, Texas) il finale è aperto e ben poco augurante.

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