Il cerchio (di Jafar Panahi, 2000)


Il Cerchio è un film che richiede allo spettatore di mettersi in gioco.
La sua grandezza non risiede solo nella descrizione della condizione quotidiana di molte donne in Iran, ma nell’uso che il mezzo cinematografico opera per veicolare le sensazioni che esse provano.
La descrizione meticolosa della loro impotenza e del potere circoscritto di esercitare una propria opinione, un comportamento o anche semplicemente di muoversi (si! Di muoversi!) passa attraverso una sorta di affiancamento “fisico”, come in presa diretta, alle loro azioni. Dividendo idealmente il film in otto parti ogni protagonista viene così accompagnata dalla macchina da presa per circa dieci minuti (di media). Risultano minuti di agonia e soffocamento per uno spettatore che attraverso questo taglio documentaristico è costretto ad essere catapultato in prima persona in una vita reale allucinante.
Bisogna a volta soffermarsi sulla differenza tra “taglio documentaristico”, espressione fin troppo abusata, e il valore realmente funzionale che i grandissimi cineasti riescono a trarne.
L’incipit e il finale fanno da collante a tutte le vicende personali che si intrecciano.
Si fa fatica a vivere se quando fin dalla nascita la propria famiglia ha fatto fatica ad accettare la notizia che il nascituro fosse di sesso femminile.
Con le prime due donne protagoniste cominciamo ad addentrarci nella differenza tra essere donna ed essere considerata tale nel contesto di riferimento: due ragazze evase di carcere in circostanze più o meno fortuite ma non del tutto chiarite; scopriamo che non possono viaggiare da sole se non con un certo tipo di documentazione; non possono rientrare in casa perché hanno disonorato la famiglia; sono malviste o addirittura viene loro impedito di fumare in pubblico, e il gesto di accendersi la sigaretta è l’espediente apparentemente più banale ma allo stesso tempo sconvolgente che ricorrendo in una seconda circostanza, in una delle scene che preferisco all’interno della pellicola, denota un forte senso di smarrimento e alienazione nello spettatore.
E’ dalla terza storia che il film lievita e si fa profondamente e definitivamente coinvolgente: due donne, che si incrociano più o meno casualmente, sono legate dallo stesso drammatico dilemma: l’essere madre in un determinato contesto sociale. La prima appare come una donna forte: scopriamo sul suo conto che il marito è stato fucilato e che è incinta di quattro mesi. Vorrebbe abortire ma per avviare tale procedura le sono stati richiesti il consenso del padre e del suocero. Chiede aiuto ad una vecchia amica ora infermiera e moglie di un medico. Il suo viaggio nell’ospedale si rivela un vero e proprio inferno di frustrazione: non solo nei movimenti (e questo, da Oro rosso passando perfino nell’apparenza dell’innocenza de Il palloncino bianco, è un elemento cardine nel cinema del regista iraniano. Permanendo squisitamente sull’impatto visivo, ritengo che ciò che realmente congiunga i film di Panahi non siano tanto i protagonisti - gli esclusi: donne, bambini, abitanti della “bassa Teheran” - quanto le dinamiche che intercorrono tra di essi e chi gestisce la loro libertà) ma anche per la risposta che si vede costretta a sorbire al termine di una lunga e faticosa trafila.
La scena in cui c'è una panchina che separa le due donne è splendida: la spalliera non le divide solo fisicamente, è una distanza incolmabile tra una ricerca disperata d’aiuto e un “non posso”, a cui corrisponde un deciso senso di amarezza nella nostra protagonista (più che giustificato!), e una degnissima assenza di rancore. La compostezza di questa donna scuote la nostra sensibilità: quando trova una bambina per strada individua subito la madre nascosta dietro un’auto. Il dialogo che ne consegue, breve ma esplicativo, racchiude un fugace senso di impotenza da parte di tutti: il nostro è totale, nella constatazione che una donna che vorrebbe abortire lascia l’altra con un “stia vicina a sua figlia” dopo aver raccolto e accolto lo sfogo della sua interlocutrice, che senza dare spiegazioni sulla natura che l’ha spinta a compiere per la terza volta tale gesto esprime la sua dispersione, unita ad una rabbia mal repressa e sconvolgente.
Ancora una volta è la presenza della polizia a spaventare le donne e a separarle: i tutori della legge in questo film incombono costantemente come dei veri e propri spauracchi. Non assistiamo a scene di violenza fisica, se il film venisse visto sotto quest’ottica ci stupiremmo di quanta “normalità” viene mostrata. E’ esattamente questo il solco profondo che il mezzo cinematografico riesce a tracciare, ovvero di sbigottirci con quella che da qualcuno viene vissuta come normalità. Se siamo vivi, pensanti, tutto ciò a cui assistiamo in questo film di denuncia è assolutamente inaudito, psicologicamente efferato. Un’esercitazione sistematica di una serie di preconcetti che ormai coincidono con la cultura stessa alla base di un certo modo di pensare.
Prima dell’ultima, simbolica sequenza, assistiamo così all’ennesimo e conclusivo esempio di come qualcosa di così “leggero”, come il permesso di accendersi una sigaretta, possa rivelare un sistema aberrante e patologico.
‘Il cerchio’, da molti considerato il capolavoro del regista anche per via del riconoscimento riscosso a Venezia nel 2000, è un film che arricchisce la nostra visione sul mondo e che al tempo stesso ci interroga sull’assuefazione verso un certo modo di pensare e il rischio da cui noi stessi dobbiamo costantemente tutelarci, ossia che esso diventi cronico.
Lo stile di Panahi è rigoroso ma non oserei pensare a qualcosa di diverso quando i temi sono di questo tipo. C’è un sottile filo che unisce il Cinema dei Dardenne a quello del regista iraniano, e sarebbe interessante sapere cosa ne pensano loro a riguardo.

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