Città portuale (di Ingmar Bergman, 1948)


Mi ha stupito apprendere che Bergman in un’intervista degli anni ’90 ha dichiarato di non conservare alcun ricordo del film e di considerarla “robaccia”.
Città portuale è un melodrammone anche piuttosto insicuro riguardo alcune scelte narrative, convenzionale e anche derivativo, ma resta pur sempre un film del 1948 che tratta il tema dell’aborto, peraltro con una discreta efficacia.
Ricorre dunque il tema della procreazione persino nella primissima fase della produzione del regista svedese. Unitamente a ciò, si ripresenta una situazione forse fin troppo abusata da parte dell’acerbo Bergman, ovvero mettere in gioco una coppia il cui amore è ostacolato da rigide regole sociali e di pari passo morali.
Questo film però si concentra precipuamente sul contesto famigliare di origine della protagonista, e in un certo senso favorisce una visione accurata delle cause di alcune scelte che l’hanno costretta a giungere ad una situazione di estrema fragilità emotiva. Si apre con il suo tentativo di suicidio e ripercorre, anche mediante l’ausilio di flashback, un passato doloroso tra un padre inetto e assente e una madre che esercita (anche al tempo presente in cui hanno luogo gli eventi narrati nel film) un controllo patologico, morboso.
Di gran lunga meno approfondito e ricco di sbalzi umorali traballanti, non sempre credibili, il ritratto del protagonista maschile. Esageratissima la reazione alcolica “per vanità” alla confidenza di una vita ai limiti della prostituzione. Alcune scene (come la zuffa) sfiorano un ridicolo che va al di là del taglio grottesco che Bergman probabilmente voleva attribuire.
La parte finale del film si suddivide con poca destrezza nel mantenere un equilibrio tra le tematiche fino a quel punto abbozzate: mentre resta vivo il rapporto tra le due ex compagne di riformatorio, e l’epilogo della gravidanza indesiderata segna un rituale socio-culturale che ci lascia sgomenti, non ci lascia altrettanto coinvolti il ricongiungimento affettivo tra i due spasimanti.
Ancora una volta il finale positivo intende secondo me rafforzare la convinzione nello spettatore che attraverso gli eventi i due protagonisti abbiano maturato un senso di responsabilità e di consapevolezza.
Il peggior difetto nel film non l’ho trovato in alcune sbrigative soluzioni narrative o nella convenzione di alcune sequenze, ma in un’ambientazione forzatamente affrancata ad una storia che si spaccia per neorealista, ma che cerca piuttosto di sviscerare una dimensione più intimista, da cui per fortuna Bergman ripartirà come principale centro d’indagine delle sue opere successive.

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