La donna che canta (di Denis Villeneuve, 2010)


Le donne sono le principali vittime di violenza e sopraffazione, ed è da una donna che Villeneuve riparte col suo tentativo disperato di portare alla ribalta i temi che ha più a cuore.
Giunto al quarto lungometraggio il regista canadese adatta al cinema un testo teatrale di alcuni anni fa e punta veramente in alto considerando i molteplici piani narrativi che stratifica.
La vicenda parte dal Canada e ritorna vertiginosamente al punto di partenza, passando attraverso la guerra civile libanese.
La tragedia è perpetrata nel tempo e ha bisogno di diversi elementi concilianti affinché i sentimenti derivanti da essa possano trovare una loro collocazione.
Polytechnique denunciava un mondo maschilista in cui alla donna venivano negati i diritti fondamentali. La riflessione partiva da una deviazione sociale di un singolo, ma diveniva una inquietante lente d’ingrandimento di un fenomeno molto più imponente, anche se giunge filtrato ad un occhio meno attento o semplicemente abituato e conformato. La protagonista, alter ego nella realtà di Heidi Rathjen, decideva di combattere il sistema che le aveva causato dolore battendosi per un controllo più restrittivo sulla possibilità di reperire armi da fuoco.
Obiettivamente Nawal, protagonista di Incendies, vive un dramma ancor più sconvolgente, che tocca tutti i suoi diritti. Un’odissea senza fine, che ha bisogno di apparire in tutta la sua cruda realtà agli occhi di quanto le è più caro, ossia i propri figli.
L’inverosimiglianza dell’incastro narrativo mette tutti d’accordo. Ma in che misura essa interferisce con il senso tragico che il film evoca?
Denis Villeneuve se ne serve maliziosamente, o è un limite pressoché inevitabile del testo teatrale su cui si basa il film?
Sono interrogativi che a partire dall’unanimità del primo, inconfutabile elemento di analisi, generano reazioni contrastanti circa il giudizio sul film.
A mio avviso si corre il rischio di sminuire frettolosamente il valore del film seppellendo il vero motivo di interesse: perché Nawal scrive questo farraginoso testamento, quale è il suo obiettivo?
E’ lei stessa a palesarlo: necessita di una identità, di affermare la propria verità dunque, il proprio essere esistita al mondo. Perché fino alla morte è stata privata di ogni suo diritto e ha celato il suo orrore agli occhi degli stessi figli.
A questo punto per me non ha più molta importanza come Nawal e i propri figli abbiano completato il proprio puzzle, ma con quale intento.
Nel film viene ripristinato un senso di giustizia, e ciò non sarebbe stato tale, evidentemente, se non si fossero verificate quelle improbabili congiunzioni del destino di cui sopra. Spogliando la narrazione dai suoi risultati, non restano in fin dei conti le intenzioni con cui tutto ha inizio?
Nel cinema del regista canadese ricorre l’espediente della lettera come punto d’incontro tra il comunicatore e il doppio recettore (il destinatario nel film e di riflesso lo spettatore). La sofferenza in questo caso necessita di essere trasmessa, e ancor prima, elaborata in forma scritta da parte di chi l’ha provata sulla propria pelle. Una tragedia di questa portata comporta una vera e propria scissione in chi l’ha subìta.
La violenza ha interferito con ogni ruolo sociale che l’identità di Nawal è nel momento in cui si esplica: madre, vittima, omicida, cittadina, amante. Lei ne è talmente consapevole da avere la lucidità di chiarirlo con cura nelle sue missive.
A Nawal tuttavia per affermarsi non basta riuscire a fare i conti con ogni aspetto della sua identità ferito irreparabilmente.
Ciò che le mancava era che i suoi gemelli comprendessero la vera natura da cui ha avuto origine la loro vita, ossia l’amore per il suo ragazzo palestinese.
Essi sono dunque la perpetuazione di quel sentimento e la conseguente testimonianza dell’esistenza della madre. Ciò non sarebbe stato possibile se loro stessi non avessero in qualche modo vissuto quella esperienza attraverso quel viaggio a ritroso in Libano.
Fino alla scoperta dell’identità del primo figlio, la nuova vita canadese di Nawal era stata contrassegnata dall’inoppugnabile senso di rifiuto per i propri gemelli e il disgusto verso l’atto da cui erano nati.
Alla luce di tutto ciò l’integrità e la forza trasmesse da questa donna hanno una connotazione veramente speciale.
Meno coinvolgente, anche se vive dei suoi picchi, il rapporto tra i gemelli.
Lo scavo dei personaggi principali avviene molto più attraverso il linguaggio non verbale, piuttosto che con l’esplicitazione. Di conseguenza è un gran peccato come in alcuni frangenti il dialogo, al contrario, semplifichi un processo naturale che un’immagine precedente ha comunicato con più incisività.
Le sequenze che non ti lasciano indifferente: l’assalto all’autobus, l’abbraccio tra i gemelli in acqua, la visita di Jeanne al villaggio in cui la madre è nata. Pillole di Cinema d’autore.
Viceversa, resta l’amaro in bocca per alcune scelte alquanto grossolane. Una su tutte: le età degli attori che non coincidono, nel vorticoso e evidentemente fin troppo pretenzioso tentativo di rappresentare il dramma su diversi piani temporali.
L’equilibrio tra forma e materia trattata, che in Polytechnique era pressoché perfetta, viene qui inficiata da un gusto per l’eccesso che purtroppo stona e inquina la naturalezza con cui il regista canadese cerca disperatamente di veicolare il proprio nobilissimo messaggio.
Maxim Gaudette si conferma bravo, ma la sorpresa è Lubna Azabal.
Villeneuve merita attenzione, se però rinunciasse a superflui arzigogoli narrativi (a partire dal procedere a incastro: questo film anche a causa dei suoi continui salti abbia delle somiglianze con Teza) il suo Cinema, asciutto ma non sempre congruente, ne gioverebbe senz’altro.

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