Forgotten Silence - Ka Ba Ach (2000)




“Quando arrivi in un luogo e vuoi comprenderlo, ascolta la musica che vi si suona”: ciò che recita Confucio è il leitmotiv del bellissimo documentario Crossing the bridge – The sound of Istanbul di Fatih Akin, al termine della cui proiezione ho provato un’entusiasmo esplosivo, e mi sono reso conto che con ogni probabilità non sarebbe stato tale se diversi anni fa non mi fossi avvicinato alla musica estrema cecoslovacca.

Pur partendo da un punto di vista esclusivamente occidentale, mi ha stuzzicato come nella vita di tutti i giorni possano coesistere influenze musicali così contrapposte.

Mentre la Turchia è un vero e proprio ponte tra Occidente e Oriente, la Repubblica Ceca è invece un paese europeo, anche se evidentemente vive, con modalità ampiamente differenti, una condizione simile: alludo allo status strategico di corda tesa tra due estremi opposti. Naturalmente la tensione che ne deriva è molto più vibrante in Turchia.
Tuttavia a Istanbul e dintorni non attecchirà mai ad alti livelli un genere come il metal, così spudoratamente occidentale, mentre nel triangolo tra Praga, Ostrava e Brno negli anni ’90 sono spuntati come funghi numerosi gruppi metal.

Per quanto mi riguarda ignoro la cultura ceca e gran parte della musica. Ma esplorando questo ristretto eppur così florido anfratto musicale estremo (sempre “per così dire”) proveniente dalla ex Cecoslovacchia ho scoperto qualcosa che mi ha profondamente arricchito, oltre che affascinato.
Scoprire che attraverso una forma occidentale come il genere metal potesse prendere vita un modo di vivere, provare, sentire, che è anche orientale, è già di per sé interessante. Se tutto ciò è suonato a livelli professionali superbi, con una padronanza degli strumenti e della scomodissima materia emozionale tra le mani, allora gridiamo al capolavoro. Uno dei tre capolavori cechi dello scorso decennio (unitamente a Elvenefris e Anasazi, fatalmente -?- usciti tutti nel 2000).

Sarà un caso, ma Krusty, bassista e voce maschile, nonché leader del gruppo, ha dichiarato di amare la Turchia (per la serie “citazione non casuale”??)

Hanno dovuto farne di gavetta, i Forgotten Silence. Un esordio assolutamente sconosciuto (The Nameless Forever...The Last Remembrance, del ‘94), autoprodotto, un secondo album Thots (1996) già degno di nota, seguito da un ambizioso doppio-CD Senyaan (1998) ancora troppo legato al death/doom in cui il gruppo ha bazzicato per anni. Quel disco anche se carente sul piano della produzione lasciava intravedere un potenziale.

Ka Ba Ach
: la prova della maturità, il bivio della discografia corposa di questa band, che nei lavori seguenti ha virato decisamente verso lidi più prog e fusion, esprimendosi peraltro attraverso un suono più urbano e meno granitico dei lavori precedenti.

Non è difficile perdersi dietro i linguaggi e i significati del disco. Le tre parole che compongono il titolo, unite, sembrano richiamare il concetto di anima nell’antico Egitto. Il concept è scritto a metà tra il ceco e l’inglese. Qualcuno ha definito i dischi dei Forgotten Silence dei veri e propri libri musicali, in cui un concetto è divulgato attraverso musica, parole e immagini: a tal proposito sono da menzionare per creatività e gusto sia la copertina che la grafica di questo lavoro.

Ovviamente cerchiamo di addentrarci solo un minimo nel concetto sonoro-spirituale del disco, perché le liriche sono quasi totalmente incomprensibili per noi profani del ceco, e ciò che emerge da un lavoro così complesso è tanto inclassificabile quanto inenarrabile.

Questo disco nella sua interezza costituisce una magica alchimia tra vari generi musicali: è un prodotto prettamente metal ma in esso confluisce una spiccata propensione per generi quali jazz, fusion, rock, folk, prog, funk. Il già menzionato Krusty e il chitarrista principale Medved sono due musicisti straordinariamente poliedrici. Entrambi adorano gli Yes.
Questo disco è differente da qualsiasi altro sia per la fusione di generi che per la prestazione notevole della vocalist Hana Nogolova, detta Hanka. Già presente in numerosi altri progetti metal cechi, questa cantante è in possesso di uno stile inconfondibile, anche teatrale in diversi passaggi, sulle scie di quella che presumo sia uno dei suoi punti di riferimento (quella Ann-Mari Edvardsen di cui spesso avrete modo di leggere su questo blog), a giudicare dai suoi gruppi preferiti.
S’intreccia un po’ di tutto in questo connubio magnifico raccolto in poco meno di un’ora: in certi punti sembra di assistere agli Atheist che incontrano i Silent stream of godless elegy. I Maudlin of the well dell’Europa dell’Est? Qualcosa del genere.
Quando giungerete al finale di Ipet Isut non crederete alle vostre orecchie.
Rostau uno dei miei brani preferiti di tutti i tempi.
A mente aperta.


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