Deathspell Omega - Paracletus (2010)




Sono trascorsi 12 anni dalla chitarrina ritmica sull’epico Legends of evil and eternal death (che alla demenza del titolo contrapponeva un più che decente contenuto musicale). Quanta acqua è passata sotto i ponti! Quel chitarrista da quel momento in poi ha intrapreso un percorso artistico che lo ha condotto ad un livello che all'epoca era inconcepibile.
Personalmente li ricordo come i tempi in cui a noi neofiti di quelle sonorità veniva riferito con strenua convinzione che l’epigono del genere fosse Nemesis Divina (1996) e che Rebel Extravaganza fosse “la miglior evoluzione del black che si potesse sperare”. Ricordo ancora queste parole con grande ilarità.
Ma usciamo immediatamente da questo tipo di discorso riaffermando il concetto basilare in virtù del quale intendiamo articolare questo commento: i Deathspell Omega fin da Kenose non suonano più black-metal. Si muovono in tutt’altra dimensione stilistica in parte comune a decine di altre band che hanno saputo dare una svolta ben più estrema rispetto al filone mainstream che in molti sono ancora pronti a rivendicare come i detentori di una paternità o di non so che, e in ogni caso non m’interessa.
Premetto che non voglio marcare pesantemente il valore di questo disco e al tempo stesso della band francese, ma evidenziare due o tre punti fondamentali per avvicinare questo terzo e ultimo capitolo di una trilogia inaugurata nel 2004 con il seminale e spartiacque Si monumentum requires, circumspice.
Il primo punto d’incontro è sicuramente il numero di tracce e la loro durata media. Dopo le suite da oltre 15 minuti di questi ultimi anni Paracletus rappresenta un ritorno ad un’apparente forma-canzone. Ciò che nasconde ogni traccia, anche quelle di minor durata, è una tablatura scolpita in un caos che paradossalmente trova una definizione distinguibile.
Dissonanza è il verbo del misterioso gruppo francese. Sempre di più. Questo aspetto offre un minimo di contorno entro il quale muoversi per descrivere la loro proposta odierna e in qualche modo rischia di irritare qualcuno. Un mio amico che ama il gruppo ha definito il disco “come se si gettasse un secchio di vernice nera su un telo nero”; forse alludeva al fatto che non ci sono vie di mezzo? Eppure ci sono tutti gli ingredienti di un disco dei Deathspell Omega post-Si monumentum. Dietro questo calvario io ho invece la sensazione che la componente melodica sia sempre più incorporata nelle composizioni. Trovo le scomposizioni sconvolgenti. Si fa un gran parlare di “maturità stilistica” per questo o quel gruppo, poi a conti fatti cosa intendiamo realmente con un’etichetta siffatta? Se in un disco il valore strumentale è impeccabilmente unico deve esserci un motivo che sottende la superficie. In Paracletus la sensazione è che dietro l’efferatezza e la dispersione dei suoni coesista un altro mondo musicale, tutt’altro che extreme: ora lo stacco melodico, ora il killer-riff – spesso di qualità sublime (vedi Wings of predation).
Ma la sensazione più intensa è assistere ad un disco degli ultimi Deathspell Omega che si fonde con naturalezza alle invenzioni che fecero del primo capitolo della trilogia un gioiello innovativo nel panorama estremo. Il maggior peso delle scomposizioni, del lato prog- e technical delle partiture, tempi scombinati – il 4/4 è una fantasia di un Credo musicale ormai sopito -, il basso distorto molto più presente rispetto ai primi 3 dischi (Si monumentum...compreso), in molti passaggi si riallacciano alle atmosfere di preghiera di Si monumentum. Epiklesis del resto non ricorda Obombration che a sua volta richiama le tre Prayer?
Dearth è il secondo magnifico stacco semistrumentale: Mikko Aspa si esprime in francese – non una novità – ma bisogna evidenziare come il suo contributo sia ancor più pervasivo che in passato: dalla versatilità vocale fino all’interpretazione delle liriche (che ci sia una sua mano anche dietro di esse?). Il basso (un cinque corde o un quattro corde accordato un tono sotto) il solito connubio di giri distorti nelle parti sparate e leading mozzafiato nei passaggi più cadenzati (Phosphene – parte finale strepitosa!).
Ancora una nota a favore del (presunto?) drummer: si diffonde qualche voce isolata sul web secondo cui i DO utilizzino una drum-machine. Io credo che il batterista sia umano. Le sfumature sono talmente tante che bisognerebbe programmare accuratamente una drum-machine!!
Epiklesis II è il principale trade union con il resto della trilogia: è il naturale susseguirsi del tema principale. Clamorosamente intenso.
Fin da Kenose (la teoria del grande periglio!) i Deathspell Omega hanno tracciato una linea netta di confine nei confronti di tutto ciò che prima li circondava. Una band a parte. Anche se a mio modesto avviso hanno toccato la vetta nel drum’n’bass del caotico finale di Chaining the Katechon (con tanto di trombette al seguito) con questo ultimo album hanno concluso più che degnamente una trilogia indimenticabile: quando finalmente, al termine di questo viaggio onirico sono giunto ad Apokatastasis Panton è sopraggiunta la prima immagine che visualizzai quando ascoltai per la prima volta First Prayer: avevo pensato di non aver mai assaggiato sonorità di quel tipo prima di allora, e oggi, a distanza di sei anni, dopo aver ascoltato molto del cosiddetto avantgarde in ambito estremo, trovo che solo questo musicista di nome Hasjarl abbia osato tanto.

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