Reinette e Mirabelle (di Eric Rohmer, 1987)


Attraverso i quattro episodi non viene narrata solo un’amicizia, anzi, essa è la cornice e al suo interno cela due modi di pensare opposti che si scoprono, si fondono, si integrano. L’incrocio tra Reinette e Mirabelle si trasforma da semplice (ma nemmeno così scontato) scambio di favori ad un rapporto molto significativo.
Sebbene le due attrici mostrino qualche anno in più, i loro personaggi sono teen-ager cresciute in due contesti agli antipodi: Reinette vive in un casolare (a dir poco rustico e fatiscente) in aperta campagna, non ha il telefono, non ha mai visto una discoteca, ma ha viaggiato molto ed è più loquace rispetto a Mirabelle, all’apparenza frivola e borghese, abitante della grande metropoli (Parigi), che a poco a poco si rivela essere tosta e di buon cuore.
Entrambe serbano una grande capacità di ascolto l’una verso l’altra, spirito di osservazione e un certo temperamento nel difendere i propri ideali: Reinette difende i valori morali e ciò la porta ad essere forse troppo ingenua, ma solidale e onesta; Mirabelle è uno spirito libero, è concreta e pragmatica, anche se non saprebbe riparare una bicicletta.
I quattro episodi racchiudono dialoghi persistentemente naturali e schietti, che variano sulle argomentazioni più disparate ma che sono accomunati dall’interazione col mondo circostante, e quindi più specificamente il rapporto con la natura, con gli altri, con le leggi e la morale. Un affresco delicato e genuino, in cui le due attrici principali si muovono con disinvoltura (specialmente Joelle Miquel).
Il primo episodio è poi un capolavoro di immagini e sensazioni. Difficile descrivere l’ora blu e il significato di questa particolare condivisione. Questo fenomeno e ciò che leghiamo al suo significato richiama il valore e la magia connesse al raggio verde, che Rohmer aveva descritto in uno dei suoi film più belli appena l’anno prima.
E’ bellissima la scena in cui Reinette si strugge per non essere riuscita a condividere con la sua nuova amica il momento tanto atteso, ed è altrettanto ricco di emozione e compartecipazione il momento in cui Mirabelle nonostante abbia dapprima assecondato il desiderio dell’amica di ballare fino a tardi decida di assistere comunque alla manifestazione dell’ora blu dando prova di voler provare davvero quella suggestione, e non solo per compiacere Reinette.
Le due ragazze sono positive e non chiudono le porte alle esperienze, sanno discutere pur mostrando una certa ingenuità dovuta all’età nell’intestardirsi nel voler dimostrare la propria ragione. A mente fredda sapranno riflettere e comprendere.
Il secondo episodio è il primo di una lunga serie di equivoci e incroci ironici con personaggi stravaganti, a volte maliziosi, altre astuti, sempre sopra le righe. Il racconto perde la magia del primo episodio in favore del movimentato, confusionario e sregolato mondo quotidiano nella metropoli. Da una parte viene da rimpiangere le atmosfere bucoliche che ci avevano rapito nei primi venti minuti, dall’altra questo scontro netto tra le due location è sintomatico di un modo di vivere e respirare completamente diverso, che denota ancor più aspramente il divario socio-culturale che separa le due protagoniste, ma ancor più ci lascia persuasi dalla capacità di accettarsi e convivere tra le due attraverso una freschezza ammirevole. Quel che resta è la naturalezza delle situazioni e la verbosità, quest’ultima da accogliere senza una connotazione negativa, perché a mio avviso non è mai eccessiva.
Anzi, il film è più che scorrevole, e così secondo e terzo episodio in qualche modo si somigliano, anche se si articolano in due scenari differenti. La somiglianza risiede nella presa di posizione delle due ragazze rispetto all’aiutare gli altri e al come educarli. Il senso di giustizia di Reinette è vissuto in prima persona, mentre Mirabelle tende a disperderlo nella moltitudine a cui è abituata. Hanno ragione e torto entrambe, intraprendono discorsi che si integrano e giungono allo stesso punto. L’importanza non è determinare chi ha ragione, ma la capacità notevole di osservare il punto di vista differente e nutrirsi di ciò che proviene da un background del tutto estraneo rispetto al proprio.
E così dopo gli equivoci legati ad un cameriere folle, ad una finta mendicante (Marie Rivière) e ad una ladra in un supermercato, si giunge all’epilogo in cui spunta un altro attore caro a Rohmer, ovvero Fabrice Luchini, nei panni di un gallerista. Un finale degno, che rispecchia il clima disteso che lo ha preceduto, testimonia come le leggi della mercificazione dell’arte non badino a compassione e valori; ma la brava Reinette ha perlomeno ottenuto ciò che si era prefissato.

1 commento:

Christian ha detto...

Film carino, anche se Rohmer ha fatto decisamente di meglio. L'episodio più bello per me è l'ultimo, quello con Fabrice Luchini e quel finale sorprendente e folgorante. Il primo, invece, ricorda troppo "Il raggio verde".