L'amore il pomeriggio (di Eric Rohmer, 1972)


L’amore il pomeriggio è un film straordinario non solo perché nell’equilibrio della narrazione è racchiuso un mondo possibile in cui le scelte da compiersi sono dinanzi ad un bivio continuo. Ciò che colpisce è l’aderenza alla realtà, di grande dignità, con cui è descritta l’instabilità affettiva del protagonista. A tutto ciò forniscono peso ulteriore i monologhi interiori, affidati come di consueto alla voce fuori campo, che corrispondono a poesia.
Fervore e leggerezza allo stesso tempo nel narrare la quotidianità di pensieri e azione: tutto ciò è comune a molti film di Rohmer. C'è qualcosa di ancor più avvincente, in questo caso, ed è l’ambivalenza della scelta con cui misurarsi.
Il prologo è lungo ma ricco di scene mirabili. Solo i primi tre minuti bastano per immergerci nel minuzioso e costante processo della coscienza. La vita di Frédéric appare perfetta: un matrimonio con una donna affascinante e culturalmente stimolante, l’imminente nascita di un secondogenito, un lavoro ben remunerato. Una vita condotta in una grande città come Parigi (location di quasi tutti i film di Rohmer) che proprio nel corso di uno dei suoi primissimi monologhi interiori egli reputa una città ideale per come intende la sua vita nella moltitudine di persone.
E’ proprio questo il punto di partenza attraverso cui avvicinare il film: l’estensione senza limiti della possibilità di nuovi incontri. Per la sua realizzazione occorrono un tempo e uno spazio. Se quest’ultimo è la vasta metropoli francese, il tempo è costituito essenzialmente dal pomeriggio a cui fa riferimento il titolo. Quest’arco di ore è la culla in cui Frédéric lascia spazio alle sue fantasie, che all’inizio restano tali. Il passo verso qualcosa di più concreto avviene quando fa la sua comparsa dal passato Chloé, ex-compagna di un amico del protagonista. Libertina e del tutto singolare, ella è il ritratto di un personaggio sfuggente, di carattere, che si impone a Frédéric come una irresistibile incarnazione della fantasia di fuga e di creazione di un rapporto ulteriore in una realtà che si configura sempre più come insoddisfacente.
Ora Hélène è a ridosso del parto e la sua figura stantia e meno coinvolgente. Comincia l’inganno, anche se mai consumato, in una moltitudine burrascosa di incontri non pienamente fedifraghi, in cui l’allusione e l’intenzione restano costanti. Chloé è inaffidabile, spesso scompare per settimane e riappare all’improvviso, al limite della maleducazione. Un ritratto superbo, clamoroso, che non può lasciare indifferenti. Una donna ambigua, che suscita odio, ma anche attrazione per uno stile di vita godereccio, lontano dalla consuetudine. Di fronte a questo scontro di modus vivendi, all’alchimia possibile ma inconciliabile con la propria vita, Frédéric si trova sempre più spesso a dover compiere una scelta morale.
Quale il limite del tradimento? In questo film esso è molto labile. Frédéric lo scavalca con le intenzioni ma non lo consuma. E’ la parte migliore del film, in cui un gioco sentimentale lungi dal poter trasformarsi in un ménage à trois potrebbe concretizzarsi o sciogliersi in un battito di ciglia. Lo sgretolamento della certezza, dell’equilibrio emotivo, della coscienza e del ruolo sociale diventa un punto di criticità inequivocabilmente forte. E’ qui che avviene il colpo di scena del destino, della quotidianità, del ricordo. Una scatola che cade, un incontro fortuito in autobus, una telefonata che non giunge...la vita secondo Rohmer e non solo, e mai come in questo film quel che accade è così vero da una parte, ambiguo dall’altra, perché il finale lascia più di un dubbio sul perché Frédéric torni dalla moglie.
Egli proprio quando sta per consumare, di fatto, il tradimento, guarda riflesso nello specchio il proprio volto col maglione sulla testa, immagine che gli ricorda un gioco con i figli.
In quanto sesto e ultimo capitolo del ciclo dei Racconti morali del regista, è piuttosto semplice definire la situazione secondo i termini della presa di coscienza dell’immoralità del passo che sta per compiersi. Ma chi ci dice che Chloé non sia l’inizio di qualcosa che possa ripetersi in futuro, con modalità simili ma con esiti più netti? Quanto ha influito il ruolo sociale di marito e padre nella scelta del protagonista?
Perché Hélène nell’ultima scena piange? Ha anch’essa tradito, o ha scoperto la relazione di Frédéric con Chloé?
Tanti interrogativi, ciò che resta, e che ha più valore, è questa straordinaria meticolosità nel tratteggiare gli impeti emotivi e i turbamenti affettivi, oltre che le piccole ma innegabilmente e incomprensibilmente vere fondamenta su cui si mantiene saldo un rapporto di coppia.
Ecco perché l’ultima sequenza, a prescindere da quale idea abbiamo dei tre personaggi principali, ci lascia un’emozione indescrivibile che li oltrepassa verso qualcosa di misteriosamente indefinito.

5 commenti:

Gegio ha detto...

Rimpiango Fuori orario, che probabilmente l'ha proposto molti anni fa, con cui non potevo mancare di vedere Il raggio verde. Si parla di vent'anni fa...Devo assolutamente recuperare.

Ah, complimenti per la recensione.

Mauro ha detto...

Grazie! Prova a dare un'occhiata su youtube, ormai molti film li trovi lì (grazie ad un amico ho finalmente trovato qualche giorno fa 'Despair' di Fassbinder). Ciao!

Gegio ha detto...

Mhhh...non credo proprio che Youtube proponga quei film. Tocca aspettare Fuori orario, anche per Fassbinder.

Mauro ha detto...

Come no?! trovi ad esempio 'il fantasma della libertà' di Bunuel. 'Despair' lo trovi invece qui, in inglese http://www.youtube.com/watch?v=AT9tkUg1598

Gegio ha detto...

Ma non ci credo!!!! Youtube cinefilo merita un post!!