Ispettore Lavardin (di Claude Chabrol, 1986)


L’associazione di colori e immagini agli eventi che prendono luogo è una delle caratteristiche che più mi fanno amare il cinema di Chabrol.
Se penso a Saint-Malo la prima immagine che mi sovviene è la cornice suggestiva che avvolge Il colore della menzogna, uno dei suoi capolavori assoluti.
Anche in questo film degli anni ’80 (purtroppo misconosciuto, almeno in Italia) il meraviglioso paesino francese è un ambiente perfettamente cangiante rispetto a ciò che avviene. I colori prevalenti sono il grigio e più in generale potremmo definire sporche le sensazioni che proviamo durante la visione.
Sequel ideale di Una morte di troppo (che lo precede di un anno) a causa della presenza dell’ispettore Lavardin (che stavolta, banalmente, dà addirittura il titolo al film) e alla relativa interpretazione di alto livello dell’attore Jean Poiret.
Le due pellicole hanno in comune il trionfo di una giustizia morale.
Tuttavia questo secondo capitolo di Lavardin, passatemi l’espressione, è molto più interessante. Una morte di troppo è colmo di imprecisioni nella sceneggiatura e ha un finale ai limiti del ridicolo. Un film scapestratissimo di cui resta soprattutto l'insolita interpretazione di Stephane Audran.
Questo giallo al contrario è riuscitissimo, e non alludo solo all’atmosfera descritta in apertura, perché c’è molto altro.
C’è un’esteriorità, una facciata compiaciuta e stabile. E c’è una profondità per giungere alla quale bisogna effettuare più di uno sforzo, perché il percorso è impervio, rischioso, e persino di cattivo gusto.
Il prologo è eccellente. All’inizio lo spettatore può fare fatica a focalizzarlo, ma dopo la visione del film quella sequenza gli tornerà in mente con una certa sollecitudine.
Il borghese cattolico taccia come blasfemo uno spettacolo teatrale di una compagnia itinerante.
Subito dopo viene trovato morto sulla spiaggia, nudo con una scritta sulla schiena che recita “Porco”.
Chabrol nei suoi film migliori lascia basiti per il rovesciamento totale di una verità. Mostra in principio una convenzione, ciò che è agli occhi delle persone che convivono con quella affermazione e soprattutto rivendicazione di verità, per poi gradualmente sgretolarne le fondamenta fragilissime, servendosi di abili meccanismi psicologici.
Bisogna anche rimarcare il consueto stile da narratore astuto, sottilmente pervaso da una ironia pungente.
L’ispettore Lavardin è una sorta di alter-ego del regista e se volete anche del vostro.
I personaggi-chiave nascondono una verità ineludibile, ed il processo che porta allo smascheramento segue le regole dei grandi gialli.
Eppure c’è uno spessore ulteriore, ovvero il senso della condotta dell’ispettore, che non condanna l’esecutore materiale dell’omicidio, bensì quello morale. La requisitoria è lontana da qualunque retorica a causa dello scavo psicologico che viene proposto per comprendere le dinamiche che hanno esasperato gli eventi.
Non è il primo caso in cui un film di questo regista grandioso abbia un epilogo talmente positivo da sconfinare per alcuni aspetti nell’utopia.

1 commento:

Luca Valenti ha detto...

Ciao, Mauro. Sono Luca. Finalmente ho un po' di tempo per seguire il tuo bellissimo, magnifico, interessentissimo blog. Quante cose che io non conosco. In questo periodo mi sto guardando con immenso piacere tutto Bergman (era l'ora) e (meglio tardi che mai) sto per cominciare a "penetrare" nel mondo della musica scandinava degli anni '90. Inutile dire che tu sarai il mio Virgilio in quell'inferno. Scusami se ultimamente ho dato dei giudizi un po' severi (e forse ingiusti) nei tuoi confronti. Non l'ho fatto per cattiveria. Ciao dal tuo amico.