Gli amanti del circolo polare (di Julio Medem, 1998)


Proporre un film sulla fatalità può essere realmente poetico e denso di significato come in un film di Rohmer, ma un ricorso morboso a congiunzioni astrali, deja-vu e a decine di altri luoghi comuni presenti solo nel mondo delle fate possono far sì che si perda di credibilità e persino di buon gusto.
Il film si basa sulla speranza di molti secondo cui al di sopra di ogni nostra aspettativa e desiderio sta il Fato che intreccia le nostre trame in maniera perfetta e assolutamente indipendente dai nostri affanni, che tutt’al più ci grazia con qualche presentimento a mo’ di indizio che, giunti all’epilogo di una vicenda dovrebbe tornare in mente per faci dire che se avessimo dato maggior peso al sopracitato ci saremmo affannati di meno e non avremmo complicato le cose.
La primissima parte non sarebbe neppure male se poi tutto non sprofondasse nel ricorso eccessivo allo schemino didascalico.
Se in seguito i protagonisti si sforzassero di agire in maniera logica invece di rimuginare con stolida inerzia su balzane e banali coincidenze, lasciando fare tutto a una serie di casualità (per forza di cose disastrose) almeno alla fine potremmo dire, noi spettatori, che non tutto era prevedibile. Cosa che purtroppo succede: lo spettatore è addirittura aiutato da una serie di titoli di apertura alle scene a dir poco imbarazzanti, nonché ripetitivi (anch’essi...). Inutile e impossibile da prendere sul serio, visti i due protagonisti, il cinismo occasionale di Ana, che culmina con la frase (profetica nelle intenzioni, e ci risiamo...) “le coincidenze buone sono finite”, mentre Otto se ne sta seduto proprio alle sue spalle (chi mai noterebbe l’amore della propria vita, tra quattro tavoli di una piazza semideserta, seduto dietro di sé...). La soluzione è a portata di mano per entrambi, peccato che preferiscano ripassare all’ infinito le lettere dei rispettivi nomi ricordandoci, sino allo sfinimento, che sono bifronti (il risultato è che lo spettatore, per distrarsi, comincia a stilare un elenco immaginario di nomi bifronti di sua conoscenza, durante la visione stessa del film).
L’improbabile viaggio in Finlandia è l’epilogo più conforme alla presa per i fondelli che viene perpetrata per tutto il film. Nulla in confronto, verrebbe da sottolineare, a quel che dovrebbe costituire il perno dell’intera vicenda, ossia il ripetersi degli eventi, tramandati di padre in figlio, di nonno in nipote.
Gli amanti del circolo polare (artico?) mi è stato presentato come una storia d’amore struggente e sconvolgente. Io ho assistito ad un film insulso, ad una recitazione scadente, a dialoghi imbarazzanti, ad un senso del tragico ridicolo.
Roba per chi esprime desideri mentre assiste ad una stella cadente.

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