Mogwai - Mogwai young team (o anche solo Young Team - 1997)




Se è difficile etichettare (e per fortuna) la musica dei Mogwai, di conseguenza sarebbe un’impresa entrare nel merito dei molteplici risvolti emotivi che essa comporta.

Potrei cominciare col raccontarvi di quella volta che incrociai una ragazza su un tram che al telefono cercava di descrivere ad un interlocutore il rapporto tra la copertina di questo album e il senso della musica del gruppo.

Penso che Young Team sia un monolite nella storia della musica rock moderna.
Lo stesso, imponente grattacielo nero con gli ideogrammi nipponici che si erge in copertina.
Lo testimoniano decine e decine di band, seguaci del connubio tra melanconia dei momenti morbidi, quasi soporiferi, con l’irruenza elettrica dei riffoni e del riverbero mostruoso generato da tre chitarre elettriche.
Questo non significa che i Mogwai siano i padri della contrapposizione tra luci e ombre nel rock moderno, ma sono sicuramente tra i maggiori innovatori di questa filosofia.
Le loro cavalcate, o digressioni – come preferite, hanno lasciato il segno.
Non è musica furibonda e di sfogo, nemmeno nei suoi momenti più duri.
Tralasciando l’influenza di questo album, si tratta di un’esperienza musicale singolare, molto personale, intima.
I brani sono intensi, e non solo perchè ci si imbatte frequentemente con un tipo di impostazione di cambiamenti d’umore intervallati (calma acustica / delirio noisy / ancora calma / ancora delirio).
Sono molti gli intervalli minimali e placidi che si alternano nel disco, in cui la luce torna a spegnersi, per condurre in una sorta di ipnosi dei sensi.
Procedendo a zonzo, sottolineo come l’incipit Yes! I am a long way from home sia un brano breve ma eccezionale, che immerge subito nella filosofia musicale del quintetto scozzese.
Radar maker e Tracy costituiscono un ritorno alla calma dopo i chiaroscuro di Like herod e Katrien, che vivono entrambi di momenti in cui la luce s’accende dopo una serie di crescendo emozionanti come pochi.
A tal proposito il riffone di Like herod rappresenta forse il momento simbolico (non per questo il più memorabile) non solo di questo album, ma dei primi Mogwai, più orientati verso il gusto della distorsione pungente, piuttosto che verso orizzonti psichedelicamente morbidi.
L’utilizzo della voce è rarissimo e gli inserti vocali, qualora presenti, si limitano a registrazioni di dialoghi, spoken vocals oppure, come ultima alternativa, un cantato sommesso, che sembra accompagnare le dinamiche della composizione.
Varcata la metà, il disco riprende con le sue alternanze tra juvenile rock sfrontato e ricco di distorsioni al tappeto acustico di Summer, e ha il suo momento più straniante nella successiva With portfolio: alcune note di pianoforte lasciano spazio ad una progressiva immersione nell’assordante miscuglio di feedback. Ricorda l’ultima traccia del MCD uscito qualche mese prima, ed è la traccia che preferisco meno.
Segue la calma di R U Still in 2 It?, il brano “cantato” dell’album (da Aidan Moffat), che adoro, specialmente nel coro.
A cherry wave from stranded youngsters è un altro breve intermezzo di basso, piano e batteria (effettata).
E’ finita? No, forse non avete idea che il meglio deve ancora giungere nell’ultima lunghissima suite strumentale: Mogwai fear Satan. Per il sottoscritto una delle esperienze musicali più trasognate dell’ultimo decennio di ascolti.
E' costituita su una manciata di note che si ripetono a oltranza nelle più svariate forme musicali, in crescendo e diminuendo di intensità, per poi riesplodere.
E quando s'immerge nella sua parte più soave, è accompagnata dal suono di un flauto. Dentro questo brano c’è tutta la musica dei Mogwai, il genio che sottende alla ricerca dell’attimo in cui colpire e il lirismo che esprime la combinazione sonora delle tre chitarre nel momento di ristagno. Uno dei momenti più poetici della storia del rock contemporaneo, e vah che sono passati 13 anni e questo disco oltre ad essere una pietra miliare resta uno dei viaggi musicali più intriganti che si possa provare.
Il feedback per i Mogwai non è la provocazione efferata dei The Jesus and Mary Chain, nemmeno il martellante e persistente trasporto ultradimensionale dei My Bloody Valentine di Loveless.
E’ un tramite tra due mondi in apparente antitesi, uno feroce, l’altro di disarmante mansuetudine.
Ma l’aspetto più affascinante di Young Team è ancora un altro: l’attesa di ciò che sta per incombere, ciò che accade poco prima della deflagrazione.
Specchio della foto all’interno del booklet: un cielo grigio caratterizzato da nuvole cariche di pioggia, che stanno per scatenare la propria furia su un paesaggio desolato.

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