Rosetta - Wake/Lift (2007)




Questa atmospheric-post/metal band giunta al secondo album non necessita più di molte parole che ne glorifichino la portata. Dopo lo splendido Split con i Balboa i quattro ragazzi di Philadelphia continuano a tratteggiare atmosfere spaziali, passaggi minimal ed esplosioni di un impatto sonoro sconvolgente.

Con Wake/Lift giunge una prova ulteriore della capacità di saper trattare un determinato incrocio di generi musicali con alcuni accorgimenti ancora più ricercati rispetto ad un solidissimo punto di partenza chiamato The Galilean Satellites, già encomiato su questo blog per la sua maturità e singolarità.

I climax a volte raddoppiano all’interno di un brano: Red in tooth and claw e Monument, alfa e omega del disco, sono in qualche modo speculari in tal senso. Non è un evento clamoroso, nessuno nega la paternità di determinate strategie di presa sonora da parte di altri gruppi che si sono fatti le ossa negli anni ’90, ma i Rosetta uniscono agli avvicendamenti calma/tempesta sonora un gusto atmosferico che li contraddistingue. E’ questa ricerca di spazi immensi, attraverso un processo di stratificazione operato in primis dall’unico chitarrista, a rappresentare la chiave fondamentale per entrare a capire uno stilema artisticamente affrontato di rado, almeno in questo campo.

Red in tooth and claw con il suo ormai leggendario doppio finale è l’apoteosi del quartetto: il pattern ripetitivo su cui si snoda è ora sinuoso ora prorompente.

Lift attraverso le 3 parti che la compongono espone tutto l’universo dei Rosetta, tra rimandi ai tanto amati Stars of the lid e aperture aggressive post-hc. Le linee di chitarra si duplicano, triplicano, su scale diverse, fino a comporre un puzzle cervellotico pur restando spesso perennemente su un tema di basso. Sottolineiamo come il basso nella musica dei Rosetta sia uno strumento che conserva una propria fisionomia, e spesso proprio a partire da un giro di accordi in sequenza o da un semplice accordo la chitarra (che in sede di registrazione diventano le chitarre) stratifica una serie progressiva di linee che espandono il volume della composizione. Il lavoro del batterista è da collante tra l’ossatura di basso e l’aumento progressivo delle armonizzazioni di chitarra.

Temet nosce, "conosci te stesso", brano epocale, trip nella nostalgia o di partenza per il futuro. Potrebbe essere il sottofondo della scena alienante girata a Tokyo da Tarkovskij per Solaris.
I crescendo metallici fanno da contraltare alle sortite rilassate, spesso di sola atmosfera, in un turbinìo di effetti.

La strategia dei quattro astronauti è ancora quella vincente, appassionante, travolgente, come nel debutto.

Psichedelico, devastante, intimo, spaziale.
Roba da astronauti.
"Metal per astronauti", tengono a precisare.


“These songs are about moments, men, and places” (cit.)

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