Un tranquillo posto di campagna (di Elio Petri, 1968)



Petri è stato un regista formidabile. Il suo anticonformismo ha trovato la dimensione adatta nel cinema aderente alla realtà, ma le sue incursioni nel surreale e nella fantascienza, con risultati alterni, hanno comunque dato dimostrazione di una singolare visione cinematografica e dell’Arte in generale.
Questo film è pregevole soprattutto per il montaggio, la regia è notevole, e in generale si tratta di un’opera decisamente fuori dal comune, specialmente se si considera l’anno in cui è uscito.
La crisi dell’artista è spinta nei meandri della psicosi.
Un quadro nel quadro: colonna sonora (di Ennio Morricone) tambureggiante e frenetica, montaggio dispersivo e dispercettivo, colori molto intensi, un’interpretazione ruvida e muscolare della coppia (anche nella vita) Franco Nero-Vanessa Redgreave.
Cercando di analizzare i vari strati del film, si ha l’impressione di assistere a qualcosa di complesso, ma non molto ben allineato.
Fantasmi, pareti che crollano, squarci onirici grandguignoleschi: tutto è molto suggestivo, ma la connessione tra la storia della contessina, la crisi del protagonista e il suo progressivo odio verso l’amante-agente si perde nel marasma di un artificio stilistico tecnicamente notevole ma poco concreto.
Se lo si guarda solo come un giallo, si resta ammaliati, spesso a bocca aperta. Alcune sequenze allusive e conturbanti sono il risultato di una regia creativa, disinvolta, matura.
In alcuni punti si fatica a distinguere le fantasie del protagoniste dalla realtà, specialmente nel momento clou del suo decadimento.
A Petri piace mostrare il paradosso, sventrare la realtà per rimodellarla secondo uno schema sovversivo.
Tentare di mostrare che l’Arte si manifesta nella follia e ha il suo punto di rottura con la realtà nel momento in cui non ha le basi naturali per poter essere manifestata non è una riflessione da poco, ma quanto sia esasperante questa pressione della mercificazione dell’Arte, quanto pervasiva, quanto oppressiva, beh nel film è poco chiaro.
Il messaggio si disperde, o meglio, si compone a frammenti qua e là, ma senza svilupparsi con costrutto.
Il finale è eloquente ma in sostanza si avverte la sensazione di aver assistito ad un film superficialmente molto valido ma poco incisivo nel valorizzare le tematiche più importanti che volevano essere veicolate.
Peccato veniale se si considerano le opere del regista più spiccatamente politiche, laddove paradossalmente (ancora una volta) la psicosi di realtà trova la sua massima espressione artistica sulla base della realtà italiana post-sessantottina.

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