Rosetta - A determinism of morality (2010)




Tre, quattro, cinque linee di chitarra che si intersecano, si fondono, producono un’emozione immensa...e nel frattempo il disco dei Rosetta più bass-oriented mai registrato continua il suo exploit martellante di drum’n’bass, a cui si unisce l’animale Michael Armine, questo professore al college di giorno maniaco omicida del microfono di notte, che urla ossessivamente Release Revolve Renew nel tripudio delle sue liriche migliori (e finalmente sul booklet) e più intimiste di sempre.
Descrivere A determinism come vedete da questo incipit convulso non è semplice, ma provateci voi, ebbri e radiosi nel fiume di emozioni scaturite da un disco del genere.
Ormai Rosetta è sinonimo di saturazione dei suoni e di pedaliere costruite in modo tale da sperimentare gli effetti più deliranti da attribuire ad una chitarra una, che è tutto per la filosofia di questo gruppo.
David Grossman e Bruce McMurtrie sono due artigiani che accompagnano il genio di Matt Weed, rafforzano e smorzano il lavoro ora propulsivo ora essenziale di una chitarra che parla da sola, che comunica attraverso forme camaleontiche di interpretazione delle emozioni.
Post-metal, post-hc, post-rock, post- del post i Rosetta iniziano dove finiscono gli Isis, stravolgono la materia e la ripropongono in un miscuglio di effervescenze continue, affinando la melodia e suonando anche un po’ shoegaze, ma quello shoegaze pur sempre per astronauti, mica i My Bloody Valentine.
AYIL, la mazzata iniziale, si spegne, si riaccende, in un fermento di urla e percosse a iosa di tutti e tre nell’epilogo (David Grossman penso volesse estirpare a suon di plettrate quel maledetto MI alla fine).
NON NE CAPISCO IL SENSO, semplicemente il brano dell’anno, è da pelle d’oca.
BLUE DAY FOR CROATOA è la Temet nosce del 2010, la pace dei sensi prima di entrare dentro al RELEASE, REVOLVE, RENEW, in qualche modo connesse, con i loro finali ampollosi e i loro momenti più sommessi, tra un giro di basso vero motore dei momenti soft del disco, e una inaspettata voce pulita (dello stesso Grossman) che sboccia in Release senza esagerare.
Quando il classico finale ad acme (unico piccolo neo del disco sembra essere la ripetitività di questo tipo di soluzione per quasi tutti i brani) rimbomba alla fine di Renew c’è ancora la title-track che aspetta al varco: giro di basso iniziale su cui viene costruita la solita cavalcata impetuosa di riff di Weed; il brano si spegne nel momento più atmosferico del disco, per poi rianimarsi nel solito finale bombastic.
Un disco da urlo: il ritorno dei Rosetta è strepitoso, sto ascoltando questo disco da mesi e non mi annoio mai. La vena compositiva del chitarrista Matthew Weed, fulcro del gruppo, è inesauribile. Questo è il suo capolavoro, il disco in cui finalmente sono distinguibili tutte le linee di basso e in cui sempre più alcuni momenti girano attorno a questo strumento, che nei Rosetta non ha il valore che ha in altri gruppi, ma è pur sempre importante. E McMurtrie riserva molte mazzate dietro quelle pelli, il che non fa mai male.
Un capolavoro dell’era moderna.

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