L'orco (di Volker Schlöndorff, 1996)


Alla stregua del suo protagonista, L’orco è un film ambiguo, figlio di un grande regista tedesco che ama trasporre romanzi sul grande schermo.
Non si può certo contestare a Schlöndorff di aver realizzato un film scarso o derivativo, certo è che le basi sono molto più pretenziose del risultato finale – che, a tutti gli effetti, non coinvolge pienamente.
Lo stile è particolarmente ricercato: l’immagine si alterna tra b/n e colore, e il registro è una mescolanza di fiaba nera e denuncia cruda e sentita del brainwashing nazista ai danni di un manipolo di giovani tedeschi, durante il secondo conflitto mondiale.
Il lirismo a cui il film anela si accosta all’evoluzione interiore del protagonista Abel (John Malkovich), di difficile decifrazione in alcuni punti-chiave del film, forse troppo semplificato in altri frangenti (come nel finalone epico).
E’ interessante la figura dell’orco come procacciatore di ragazzini ma al tempo stesso lucido decodificatore di un concetto smarrito, ossia del bambino da difendere dall’adulto.
A volte il focus narrativo si sposta su altri personaggi, che tuttavia restano mere caricature naziste: Volker Spengler nella sua breve apparizione ruba la scena; curioso anche il personaggio del folle Prof. Blaettchen (Dieter Laser).
Eterogeneo, anche poetico per certi versi, ma zoppicante nel suo incedere, il film paga il prologo e in sostanza tutto ciò che avviene prima del racconto di prigionia: apprezzabile il ritratto del protagonista, ma troppo arzigogolato.
E’ inevitabile una sensazione di esclusione rispetto al focus del film, che peraltro non è mai centrato pienamente.
L’ultima annotazione, a margine, è per ribadire la grandezza di Volker Spengler, e il curioso duetto con Gottfried John. Appesantiti dall’età (Spengler ingrassatissimo è quasi irriconoscibile), i due hanno recitato insieme 17 anni prima in un film indimenticabile di Fassbinder, Un anno con tredici lune.

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