4 mosche di velluto grigio (di Dario Argento, 1971)


A distanza di anni il terzo capitolo della Trilogia degli animali di Dario Argento resta uno dei film del regista a cui sono più legato.
La sceneggiatura è solida e il meccanismo della suspense regge fino alla fine.
La prima sequenza che resta nell’immaginario è quella che si svolge nel teatro deserto, a cui corrisponde successivamente un colpo ad effetto forse non geniale ma che aiuta quantomeno a depistare le indagini dello spettatore. L’identità dell’assassino è per la verità facilmente individuabile, ma non così scontata.
La sequenza più avvincente è per me l’omicidio di Dalia.
Il meccanismo da cui nasce il titolo è improbabile ma un ottimo espediente, sicuramente più convincente rispetto alle teorie scientifiche (anch’esse inventate) su cui si basa la risoluzione del precedente Il gatto a nove code.
Comincia a trapelare il lato paranormale nei film del regista romano mediante il sogno premonitore del protagonista.
Il finale è a tal proposito vincolato a questo aspetto, ciononostante resta uno dei punti deboli.
A proposito dei temi e delle location ricorrenti nei film di Argento bisogna sottolineare la presenza di un teatro e proprio dell’epilogo: entrambi in qualche modo sono costitutivi anche di Profondo rosso e di altri film sparsi più in avanti con gli anni (es. Inferno).
Elemento molto più ricorrente, che caratterizza anche questo terzo lungometraggio del regista, è il trauma alla base dello squilibrio dell’assassino.
La colonna sonora tutta percussioni di Ennio Morricone mi piace molto, anche se da quanto mi risulta non è generalmente molto apprezzato. Anch'io trovo altre colonne sonore di maggior rilievo se non addirittura memorabili (cfr. Tenebre, Profondo rosso, Inferno), ma in questo caso ritengo che il tema sia molto calzante.
E' giustamente marginale (quel tanto che basta) la sfumatura grottesca relegata ai personaggi interpretati da Oreste Lionello, Jean-Pierre Marielle e Gildo Di Marco (rispettivamente Il professore, il detective Arrosio e il postino).
Si ritaglia un piccolo spazio anche Bud Spencer in un ruolo differente rispetto ai precedenti: funziona.
Tra i primi film di Argento è sicuramente il meno conosciuto: hanno influito la scarsa reperibilità e i rarissimi passaggi in televisione.
Solo dall’anno scorso circola il dvd, edito negli Stati Uniti, mentre in Italia una prima uscita è avvenuta sempre nel 2009 ma ha dato vita a battaglie legali per una questione di diritti, e tuttora quella versione, bloccata, resta di difficile accessibilità.
A quanto pare bisognerà aspettare ancora prima che abbia fine la diatriba legale che accompagna l'ormai estenuante e immeritata circolazione della pellicola.
A discapito di tutte queste difficoltà a farsi conoscere ancora oggi, questo giallo è una vera chicca.
Rimarco come personalmente lo valuti come uno dei film di Argento più avvincenti, anche se non il migliore. Qualitativamente mancano veri e propri colpi di genio che il regista ha mostrato di avere nelle corde in alcuni film successivi, e, in precedenza, nell’esordio L’uccello dalle piume di cristallo che reputo di un gradino superiore.

Rosetta - A determinism of morality (2010)




Tre, quattro, cinque linee di chitarra che si intersecano, si fondono, producono un’emozione immensa...e nel frattempo il disco dei Rosetta più bass-oriented mai registrato continua il suo exploit martellante di drum’n’bass, a cui si unisce l’animale Michael Armine, questo professore al college di giorno maniaco omicida del microfono di notte, che urla ossessivamente Release Revolve Renew nel tripudio delle sue liriche migliori (e finalmente sul booklet) e più intimiste di sempre.
Descrivere A determinism come vedete da questo incipit convulso non è semplice, ma provateci voi, ebbri e radiosi nel fiume di emozioni scaturite da un disco del genere.
Ormai Rosetta è sinonimo di saturazione dei suoni e di pedaliere costruite in modo tale da sperimentare gli effetti più deliranti da attribuire ad una chitarra una, che è tutto per la filosofia di questo gruppo.
David Grossman e Bruce McMurtrie sono due artigiani che accompagnano il genio di Matt Weed, rafforzano e smorzano il lavoro ora propulsivo ora essenziale di una chitarra che parla da sola, che comunica attraverso forme camaleontiche di interpretazione delle emozioni.
Post-metal, post-hc, post-rock, post- del post i Rosetta iniziano dove finiscono gli Isis, stravolgono la materia e la ripropongono in un miscuglio di effervescenze continue, affinando la melodia e suonando anche un po’ shoegaze, ma quello shoegaze pur sempre per astronauti, mica i My Bloody Valentine.
AYIL, la mazzata iniziale, si spegne, si riaccende, in un fermento di urla e percosse a iosa di tutti e tre nell’epilogo (David Grossman penso volesse estirpare a suon di plettrate quel maledetto MI alla fine).
NON NE CAPISCO IL SENSO, semplicemente il brano dell’anno, è da pelle d’oca.
BLUE DAY FOR CROATOA è la Temet nosce del 2010, la pace dei sensi prima di entrare dentro al RELEASE, REVOLVE, RENEW, in qualche modo connesse, con i loro finali ampollosi e i loro momenti più sommessi, tra un giro di basso vero motore dei momenti soft del disco, e una inaspettata voce pulita (dello stesso Grossman) che sboccia in Release senza esagerare.
Quando il classico finale ad acme (unico piccolo neo del disco sembra essere la ripetitività di questo tipo di soluzione per quasi tutti i brani) rimbomba alla fine di Renew c’è ancora la title-track che aspetta al varco: giro di basso iniziale su cui viene costruita la solita cavalcata impetuosa di riff di Weed; il brano si spegne nel momento più atmosferico del disco, per poi rianimarsi nel solito finale bombastic.
Un disco da urlo: il ritorno dei Rosetta è strepitoso, sto ascoltando questo disco da mesi e non mi annoio mai. La vena compositiva del chitarrista Matthew Weed, fulcro del gruppo, è inesauribile. Questo è il suo capolavoro, il disco in cui finalmente sono distinguibili tutte le linee di basso e in cui sempre più alcuni momenti girano attorno a questo strumento, che nei Rosetta non ha il valore che ha in altri gruppi, ma è pur sempre importante. E McMurtrie riserva molte mazzate dietro quelle pelli, il che non fa mai male.
Un capolavoro dell’era moderna.

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Rosetta - Wake/Lift (2007)




Questa atmospheric-post/metal band giunta al secondo album non necessita più di molte parole che ne glorifichino la portata. Dopo lo splendido Split con i Balboa i quattro ragazzi di Philadelphia continuano a tratteggiare atmosfere spaziali, passaggi minimal ed esplosioni di un impatto sonoro sconvolgente.

Con Wake/Lift giunge una prova ulteriore della capacità di saper trattare un determinato incrocio di generi musicali con alcuni accorgimenti ancora più ricercati rispetto ad un solidissimo punto di partenza chiamato The Galilean Satellites, già encomiato su questo blog per la sua maturità e singolarità.

I climax a volte raddoppiano all’interno di un brano: Red in tooth and claw e Monument, alfa e omega del disco, sono in qualche modo speculari in tal senso. Non è un evento clamoroso, nessuno nega la paternità di determinate strategie di presa sonora da parte di altri gruppi che si sono fatti le ossa negli anni ’90, ma i Rosetta uniscono agli avvicendamenti calma/tempesta sonora un gusto atmosferico che li contraddistingue. E’ questa ricerca di spazi immensi, attraverso un processo di stratificazione operato in primis dall’unico chitarrista, a rappresentare la chiave fondamentale per entrare a capire uno stilema artisticamente affrontato di rado, almeno in questo campo.

Red in tooth and claw con il suo ormai leggendario doppio finale è l’apoteosi del quartetto: il pattern ripetitivo su cui si snoda è ora sinuoso ora prorompente.

Lift attraverso le 3 parti che la compongono espone tutto l’universo dei Rosetta, tra rimandi ai tanto amati Stars of the lid e aperture aggressive post-hc. Le linee di chitarra si duplicano, triplicano, su scale diverse, fino a comporre un puzzle cervellotico pur restando spesso perennemente su un tema di basso. Sottolineiamo come il basso nella musica dei Rosetta sia uno strumento che conserva una propria fisionomia, e spesso proprio a partire da un giro di accordi in sequenza o da un semplice accordo la chitarra (che in sede di registrazione diventano le chitarre) stratifica una serie progressiva di linee che espandono il volume della composizione. Il lavoro del batterista è da collante tra l’ossatura di basso e l’aumento progressivo delle armonizzazioni di chitarra.

Temet nosce, "conosci te stesso", brano epocale, trip nella nostalgia o di partenza per il futuro. Potrebbe essere il sottofondo della scena alienante girata a Tokyo da Tarkovskij per Solaris.
I crescendo metallici fanno da contraltare alle sortite rilassate, spesso di sola atmosfera, in un turbinìo di effetti.

La strategia dei quattro astronauti è ancora quella vincente, appassionante, travolgente, come nel debutto.

Psichedelico, devastante, intimo, spaziale.
Roba da astronauti.
"Metal per astronauti", tengono a precisare.


“These songs are about moments, men, and places” (cit.)

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A swarm of the sun - Zenith (2010)




Questo buon disco mi ha in parte contagiato per la sua vena apocalittica e le sue digressioni travolgenti, anche se devo centellinare gli ascolti non tanto per problemi di tempo quanto per il suo lato tenebroso che, ammesso che da una parte ne agevoli il mistero, dall’altro lo rende ostico. Ma un approccio timoroso e sbarazzino ad un’opera apparentemente monolitica nel suo glaciale aspetto di fondo sarebbe quanto mai improvvido.
Il duo ha affilato le armi, anche se non è che ci siano stravolgimenti rispetto al MCD di tre anni fa.
Nonostante la copertina sia una delle più orrende che abbia mai visto, e i testi inneggino a qualcosa di molto simile a un eventuale sucidio, l’atmosfera placida del disco è ammaliante.
Il sound è molto più ricco che in passato: questa volta i due musicisti principali si sono serviti di guest in carne ed ossa, e soprattutto un batterista umano e un violoncellista rendono più appetibile il risultato finale. Da sottolineare anche la presenza del didgeridoo in questo album.
Il primo e l’ultimo brano sono due ottime strumentali. In mezzo tanta buona musica: la splendida title-track, this one has no heart, the stand, I fear the end, già apprezzata sul mini.
Lo stile è per fortuna meno elettronico e la voce, anche se personalmente continua a non farmi impazzire, si mantiene quasi esclusivamente sulle coordinate maniaco-depressive e decadenti del debutto. Esula da entrambi questi aspetti appena citati the worms are out, che non ha molto a che fare con quel filo conduttore da brivido che sostiene l’intero album.
Da sottolineare la presenza elevata di arpeggi e partiture più vicine a sperimentazioni abusate definibili post-rock. Gli A swarm of the sun non hanno inventato nulla però questo album è in qualche modo emozionante, anche se non ancora convince del tutto.
Il punto forte è indubbiamente l’atmosfera creata, molto svedese (come sarebbe potuto essere altrimenti?).
Un gruppo da seguire.

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A swarm of the sun - The king of everything (MCD - 1997)




Erik Nilsson e Jakob Berglund sono gli A Swarm of the sun, ufficialmente sulla scena dal 2007, anno in cui hanno realizzato questo miniCd di 6 tracce.
La presenza dietro la consolle di Pelle Henricsson potrebbe far pensare subito ad un’assonanza con i Cult of Luna, ma non credo al contrario che l’influenza del gruppo di Umeå si faccia sentire più di tanto, nonostante gli A swarm of the sun generalmente propongano qualcosa di riconducibile al post-metal.
Una spruzzata di elettronica, in particolare un utilizzo della drum-machine non sempre godibile e un cantato che mi lascia più volte interdetto, sono gli elementi meno accattivanti di questo debutto.
L’impostazione vocale si alterna tra un pulito monocorde e assolutamente privo di enfasi, ad un tremendo, rabbioso lamento su King of everything. Per fortuna quest’ultimo approccio rimane un caso isolato.
Gli aspetti positivi sono sicuramente la qualità della musica, molto atmosferica e decadente. E’ un tipo di sonorità che si mantiene quasi costantemente su ritmi blandi e ripetitivi, alla ricerca di un trip ipnotico, ed in questo senso il ruolo della voce è in qualche modo assuefatto e congruo.
Fatta eccezione di due interludi, tra cui l’avvincente An animal in the shape of God, ci sono quattro brani tra cui spiccherebbe la versatile King of everything, se non fosse come preannunciato per la voce che nel ritornello è totalmente spiazzante.
A me piace molto I fear the end che assieme all’opener Refuge viene riproposta sul nuovo album uscito quest’anno.
Considerando anche la poco convincente the grip, molto industrial nel suo incedere, il disco pur nella sua breve durata si alterna tra alti (pochi) e bassi, e ciò pregiudica la mia attenzione verso ascolti prolungati. C’è da aggiungere che viste le tematiche ossessivamente depressive gli A swarm of the sun sono da prendere a piccole dosi in ogni caso, discorso che trova una sua dimensione più consona in Zenith, ed è lì che proveremo ad approfondirlo.

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Viscera /// - Cyclops (2007)




I Viscera slash slash slash (di base tra il piacentino e la bassa Lombardia, pare) sono una delle tante realtà italiane con i cosiddetti, e con questo loro debutto sul lungo, Cyclops, hanno dimostrato di sapersi districare con autorevolezza tra vari generi molto distanti tra di loro.
A quanto sembra il gruppo inizialmente suonava solo grind, e questa matrice è innegabilmente ancora pervasiva in questo debutto. L’aspetto curioso è tuttavia la fusione con sonorità più sludgeose, vicine a Neurosis e via discorrendo. I ritmi sono belli sincopati, groovy, e i brani articolati e spesso lunghi. La dimestichezza con la materia trattata è più che decente, con un’attenzione mirata ai suoni e agli effetti.
I Viscera tengono d’occhio anche gruppi della scena post-rock e in molti punti spicca la loro vena psichedelica, che li può accostare in parte, restando tra i confini nazionali, agli Ufomammut.
Se la bellissima strumentale (eccetto un frame parlato in giapponese nel finale) Shape of god ricorda Dark side of the sun di un altro esordio, quello dei Cult of Luna (che a sua volta era un disco ancora molto hardcore e ricco di riferimenti ai Breach e a Times of grace proprio dei Neurosis), Keep on bluesing through the stars e Iris overburden, dopo un devastante intro, rielaborano tutti gli elementi citati in precedenza con risultati a tratti esaltanti (Keep..., specie nella sua parte finale che accelera in un delirante grindcore).
La voce si alterna tra un rabbioso screaming vagamente Jeff Walker della maturità e un pulito profondo e quasi parlato. Forse è proprio il cantato a mio avviso il punto debole di questo album, ma questione di gusti.
“A simple way to dieeee” di Few years to live surriscalda ancora l’atmosfera, col suo groove ancora parecchio debitore al metal estremo, ma che al tempo stesso strizza l’occhio ai Neurosis. Il finale, credo involontariamente, è UGUALE a Deliverance dei Cult of Luna.
L’incipit della successiva ‘White flies might rule the earth’ ricorda invece gli Isis di Panopticon, prima di sfociare nel consueto ibrido creato dal gruppo, senz’altro raro, è il caso di rimarcarlo.
La conclusiva Titan contiene forse i suoni più sognanti dell’intero album, mediante un approccio questa volta riconducibile ai Jesu. Mi ricorda Temet nosce dei Rosetta.
Bisogna solo fare i complimenti ai Viscera per aver intrapreso un percorso di ricerca sonora che li lascia già soli in un possibile panorama. Perché nonostante le influenze massiccie dei gruppi citati, il gruppo si è inerpicato su una sperimentazione che merita rispetto.
Ascolto questo album molte volte, anche se non mi fa sballare nella sua interezza. Keep on bluesing through the stars è un buon punto di partenza per avvicinare il gruppo. Non vedo l’ora mi arrivi il nuovo album perché sono curioso di ascoltare le novità, che a quanto ho letto sono succose.

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Candiria - Beyond reasonable doubt (1997)




I Candiria sono uno dei gruppi più versatili e indistinguibili che io abbia mai ascoltato.
Già con questo secondo album hanno trovato la formula perfetta, quanto più possibile distante dalla forma-canzone, mescolando metal, jazz, hardcore, ambient, fusion e perfino hip hop. Tutti questi generi sono incorporati in un unico ibrido che segue le poliritmie del batterista e riff stoppati di chitarra.
Forse, assieme al disco successivo, i Candiria hanno realizzato gli album con più stop and go che mi sia mai capitato di ascoltare. Altro che Meshuggah.
I brani come annunciato non hanno ritornelli, sono costituiti da capitoli che si susseguono senza un particolare filo conduttore. Ogni capitolo inizia con un riff di chitarre diverso rispetto al precedente.
Ciò potrebbe apparire senza senso, ma il genio dei Candiria riesce a colpire continuamente l’attenzione con varianti sorprendenti e sempre nuove. Un sound ricchissimo di sfumature.
Un album di puro headbanging eccetto le meditative ambient Lost in the forest, Tribes, Molecular dialect, la composizione jazz Intrusive statements e Mental politics, un brano totalmente hip hop (come Method of expression sul successivo Process of self development).
Molti i guest, soprattutto vocali. Appare in qualche brano anche Chris Puma, primo chitarrista del gruppo, scomparso l’anno scorso.
Il primo album Surrealistic madness (1995) aveva tracciato la via. Era un disco già inconfondibile rispetto a tutto, ma era ancora vincolato al death-metal (specie nel timbro vocale) e non ancora sprigionava tutte le peculiarità di cui il gruppo era in possesso (è il caso di parlare al passato, giacchè i Candiria da anni non sono più sui loro livelli e si sono praticamente sciolti – in tutto ciò ha contribuito un terribile incidente automobilistico che ha coinvolto il loro tour-bus nel 2002 dal quale sono usciti tutti miracolosamente salvi).
Con questo Beyond reasonable doubt i Candiria hanno plasmato ulteriormente il loro Urban-metal, che incorpora i generi che respirano a Brooklyn.
Insomma New York sta al sound dei Candiria come la Norvegia sta al black-metal norvegese.
Le mie hit sono soprattutto Paradigm shift, Faction e la conclusiva già citata Intrusive statements, un brano praticamente jazz, con dei giri di basso spaventosi, tromba e sassofono.
Tecnicamente i componenti del gruppo sono tutti mostruosi, in particolare spicca il talento del batterista Kenneth Schalk, che è anche il maggior compositore dei pezzi.
L’ugola di Carley Coma è acida e graffiante. Questo cantante di colore segue delle linee vocali tutte sue, spesso influenzate dall’hip hop.
Se cercate canzoni hardcore avete sbagliato disco dei Candiria (vi consiglio a tal proposito l’ultimo, anonimo What doesn’t kill you).
I primi Candiria sono stati molto di più: un gruppo inconfondibile per menti aperte.

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Inception (di Christopher Nolan, 2010)


Da alcuni anni ogni film di Christopher Nolan viene atteso giustamente come un evento.
Non sono un fan accanito del regista ma spesso sono rimasto colpito da buona parte del suo cinema. E non alludo solo al talento tecnico.
Un regista che fa discutere e che divide, da quasi sempre. Forse solo Memento ha messo tutti d’accordo, o quantomeno all’epoca non si innalzavano schiere di nauseati cinefili (e non) al grido di “regista di blockbuster!” (per usare un’espressione garbata che possa rendere l’idea).
Bisognerebbe guardare Inception per quello che è: un giocattolone d’intrattenimento. Non è solo un film d’azione perché è un gioco enigmistico che continua a martellare anche dopo averne terminato la visione.
Cercare profondità in un film di Nolan è come cercare un pelo nell’uovo.
Inception si basa su un’idea non particolarmente innovativa o geniale, ma valida. Inutile citare quanti film hanno tentato, con risultati oltretutto molto più filosofici e non solo in modo effimero (come in questo film) un tema così profondo come il valore del senso di colpa nel subconscio.
O quanti, con meccanismi narrativi incastonati ineccepibilmente, hanno giocato nel confondere realtà e sogno.
Va dato atto che le regole dell’inception (circa una dozzina) sono costruite in modo diabolico; sono ossia interconnesse tra di loro in modo da non avere apparenti criticità all’interno di un discorso di omogeneità del filo conduttore. Detto questo, semmai appare evidente che i conti non tornano. Da una parte c’è una volontà sadica dello sceneggiatore, dall’altra questa quantità persino insopportabile di sub-livelli onirici prende talmente il sopravvento da spaesare non poco lo spettatore e perdere di credibilità.
Forse però i conti non devono tornare, è tutto costruito in modo artefatto. Addirittura non si può dire con certezza se tutto (ma proprio tutto) il film non sia un sogno.
Non si può avere la certezza che la moglie del protagonista sia davvero morta lanciandosi nel vuoto così come non si può avere la certezza che il finale sia un ritorno alla realtà (ciò appare molto più probabile, considerando che Cobb riabbraccia i figli).
La trottola che continua a girare è un sottilissimo artificio che ti sprona a chiederti “fino a quando?” (perché se girasse ad libitum avrebbe un significato, in caso contrario ne avrebbe un altro).
Non so se state capendo qualcosa. Per mia volontà in genere sorvolo sulla trama, e mi rendo conto che per un film siffatto andrebbe impostato un discorso diverso. Ma anche questa volta non ho questa necessità, per cui se siete giunti fin qui spero che abbiate visto il film.
Prima di soffermarmi velocemente sui dettagli tecnici, vorrei però a questo punto affrontare il presunto intento profondo del film. Che non c’è.
Innanzitutto i dialoghi: costruiti in modo da essere concisi e sintetici per cercare di spiegare al povero spettatore continuamente i risvolti che potrebbero essere causati da ogni singola azione che potrebbero intraprendere (ma i personaggi, tra l’altro, come facevano ogni volta ad avere non solo velocità di pianificazione mentale, ma anche conoscenza e consapevolezza per agire con quella risolutezza??!), sono assolutamente convenzionali e non si addicono a persone che si interrogano sull’elaborazione di un lutto o che lottano col proprio subconscio per trovare la chiave della rimozione della propria colpa, come Cobb, in modo del tutto aleatorio, vorrebbe far credere. Certo, come per The prestige, che pure aveva queste mire, mi piacerebbe poter credere che questo film abbia anche un certo spessore da questo punto di vista, ma per carità, quale processo cognitivo degno di nota ci giunge di un grugnoso e monoespressivo Di Caprio in questo film? (che, sempre per carità, il fatto che sia monoespressivo ai fini dell’aspetto fondamentale del film – quello di giocattolone enigmistico, appunto – non fa una grinza).
D’altronde a distanza di giorni dalla visione, i personaggi mi appaiono assolutamente privi di spessore. I loro processi psichici mi sembrano di maniera e stereotipati. Non c’è un minimo scavo. E’ questa a mio avviso la vera natura del film, che invece proprio in virtù di queste sfaccettature così artificiose resta un ottimo divertissement, che versa su meccanismi narrativi maledettamente diabolici, un vero rompicapo insomma. Un bel gioco, ma niente di più.
La colonna sonora è monotona e priva di picchi emotivi, ma ben si addice a questo film. Penso che Nolan sia un talento sul piano tecnico, sebbene il suo stile a pensarci bene non abbia tratti indistinguibili.
Se non avete visto il film e avete letto tutto, vi consiglio comnque una visione, perché per certi versi il film ha un suo fascino...il fascino del rompicapo. Scorre piacevolmente, ma non attivate troppo il cervello in cerca di significati reconditi a cui è facile anelare attraverso questa visione. Poi se scoprite qualcosa di prezioso, tanto meglio, ma come ho provato a spiegare, sembra proprio che da questo punto di vista il film sia vacuo come la calotta cranica di Afef.

Mogwai - Mogwai young team (o anche solo Young Team - 1997)




Se è difficile etichettare (e per fortuna) la musica dei Mogwai, di conseguenza sarebbe un’impresa entrare nel merito dei molteplici risvolti emotivi che essa comporta.

Potrei cominciare col raccontarvi di quella volta che incrociai una ragazza su un tram che al telefono cercava di descrivere ad un interlocutore il rapporto tra la copertina di questo album e il senso della musica del gruppo.

Penso che Young Team sia un monolite nella storia della musica rock moderna.
Lo stesso, imponente grattacielo nero con gli ideogrammi nipponici che si erge in copertina.
Lo testimoniano decine e decine di band, seguaci del connubio tra melanconia dei momenti morbidi, quasi soporiferi, con l’irruenza elettrica dei riffoni e del riverbero mostruoso generato da tre chitarre elettriche.
Questo non significa che i Mogwai siano i padri della contrapposizione tra luci e ombre nel rock moderno, ma sono sicuramente tra i maggiori innovatori di questa filosofia.
Le loro cavalcate, o digressioni – come preferite, hanno lasciato il segno.
Non è musica furibonda e di sfogo, nemmeno nei suoi momenti più duri.
Tralasciando l’influenza di questo album, si tratta di un’esperienza musicale singolare, molto personale, intima.
I brani sono intensi, e non solo perchè ci si imbatte frequentemente con un tipo di impostazione di cambiamenti d’umore intervallati (calma acustica / delirio noisy / ancora calma / ancora delirio).
Sono molti gli intervalli minimali e placidi che si alternano nel disco, in cui la luce torna a spegnersi, per condurre in una sorta di ipnosi dei sensi.
Procedendo a zonzo, sottolineo come l’incipit Yes! I am a long way from home sia un brano breve ma eccezionale, che immerge subito nella filosofia musicale del quintetto scozzese.
Radar maker e Tracy costituiscono un ritorno alla calma dopo i chiaroscuro di Like herod e Katrien, che vivono entrambi di momenti in cui la luce s’accende dopo una serie di crescendo emozionanti come pochi.
A tal proposito il riffone di Like herod rappresenta forse il momento simbolico (non per questo il più memorabile) non solo di questo album, ma dei primi Mogwai, più orientati verso il gusto della distorsione pungente, piuttosto che verso orizzonti psichedelicamente morbidi.
L’utilizzo della voce è rarissimo e gli inserti vocali, qualora presenti, si limitano a registrazioni di dialoghi, spoken vocals oppure, come ultima alternativa, un cantato sommesso, che sembra accompagnare le dinamiche della composizione.
Varcata la metà, il disco riprende con le sue alternanze tra juvenile rock sfrontato e ricco di distorsioni al tappeto acustico di Summer, e ha il suo momento più straniante nella successiva With portfolio: alcune note di pianoforte lasciano spazio ad una progressiva immersione nell’assordante miscuglio di feedback. Ricorda l’ultima traccia del MCD uscito qualche mese prima, ed è la traccia che preferisco meno.
Segue la calma di R U Still in 2 It?, il brano “cantato” dell’album (da Aidan Moffat), che adoro, specialmente nel coro.
A cherry wave from stranded youngsters è un altro breve intermezzo di basso, piano e batteria (effettata).
E’ finita? No, forse non avete idea che il meglio deve ancora giungere nell’ultima lunghissima suite strumentale: Mogwai fear Satan. Per il sottoscritto una delle esperienze musicali più trasognate dell’ultimo decennio di ascolti.
E' costituita su una manciata di note che si ripetono a oltranza nelle più svariate forme musicali, in crescendo e diminuendo di intensità, per poi riesplodere.
E quando s'immerge nella sua parte più soave, è accompagnata dal suono di un flauto. Dentro questo brano c’è tutta la musica dei Mogwai, il genio che sottende alla ricerca dell’attimo in cui colpire e il lirismo che esprime la combinazione sonora delle tre chitarre nel momento di ristagno. Uno dei momenti più poetici della storia del rock contemporaneo, e vah che sono passati 13 anni e questo disco oltre ad essere una pietra miliare resta uno dei viaggi musicali più intriganti che si possa provare.
Il feedback per i Mogwai non è la provocazione efferata dei The Jesus and Mary Chain, nemmeno il martellante e persistente trasporto ultradimensionale dei My Bloody Valentine di Loveless.
E’ un tramite tra due mondi in apparente antitesi, uno feroce, l’altro di disarmante mansuetudine.
Ma l’aspetto più affascinante di Young Team è ancora un altro: l’attesa di ciò che sta per incombere, ciò che accade poco prima della deflagrazione.
Specchio della foto all’interno del booklet: un cielo grigio caratterizzato da nuvole cariche di pioggia, che stanno per scatenare la propria furia su un paesaggio desolato.

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Mogwai - 4 satin ep (MCD, 1997)




Satin 4 EP è un mini da 30 minuti, più o meno.
Feedback a palla.
L’uscita più sperimentale dei primi Mogwai.
Non si capisce se siano tre brani scartati dal successivo primo album, o ancora materiale vecchio (si fa per dire) inedito. A giudicare dalla qualità propendo decisamente per la seconda ipotesi.
Non ho ascoltato Ten Rapid (che è uscito poco prima, sempre nel 1997…che confusione) ma quel che salta alle orecchie ascoltando questi tre brani è una certa mancanza di spessore dei brani.
Lunghe digressioni attraverso un riffing spesso ripetitivo e malinconico, che convoglia verso un punto di rottura rappresentato dall’irruenza delle chitarre elettriche; campionamenti e distorsioni onnipresenti.
Una voce, del solito Aidan Moffat, che è poco più che un’aggiunta al secondo brano Now you’re taken.
Tutto ciò è indubbiamente…Mogwai! Ma questi tre brani non lasciano traccia.
Anche la registrazione (anzi, le registrazioni, giacchè stando ai crediti ci sono in ballo due studi e ben tre ingegneri del suono diversi!) non è il massimo.
Oltretutto il finale di Stereodee è talmente gravido di feedback da sfiorare il limite di sopportazione.
Un dischetto strano, quasi inclassificabile.
Di certo non lo ascolto spesso e non lo consiglio assolutamente a chi vuol conoscere il gruppo.

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Un tranquillo posto di campagna (di Elio Petri, 1968)



Petri è stato un regista formidabile. Il suo anticonformismo ha trovato la dimensione adatta nel cinema aderente alla realtà, ma le sue incursioni nel surreale e nella fantascienza, con risultati alterni, hanno comunque dato dimostrazione di una singolare visione cinematografica e dell’Arte in generale.
Questo film è pregevole soprattutto per il montaggio, la regia è notevole, e in generale si tratta di un’opera decisamente fuori dal comune, specialmente se si considera l’anno in cui è uscito.
La crisi dell’artista è spinta nei meandri della psicosi.
Un quadro nel quadro: colonna sonora (di Ennio Morricone) tambureggiante e frenetica, montaggio dispersivo e dispercettivo, colori molto intensi, un’interpretazione ruvida e muscolare della coppia (anche nella vita) Franco Nero-Vanessa Redgreave.
Cercando di analizzare i vari strati del film, si ha l’impressione di assistere a qualcosa di complesso, ma non molto ben allineato.
Fantasmi, pareti che crollano, squarci onirici grandguignoleschi: tutto è molto suggestivo, ma la connessione tra la storia della contessina, la crisi del protagonista e il suo progressivo odio verso l’amante-agente si perde nel marasma di un artificio stilistico tecnicamente notevole ma poco concreto.
Se lo si guarda solo come un giallo, si resta ammaliati, spesso a bocca aperta. Alcune sequenze allusive e conturbanti sono il risultato di una regia creativa, disinvolta, matura.
In alcuni punti si fatica a distinguere le fantasie del protagoniste dalla realtà, specialmente nel momento clou del suo decadimento.
A Petri piace mostrare il paradosso, sventrare la realtà per rimodellarla secondo uno schema sovversivo.
Tentare di mostrare che l’Arte si manifesta nella follia e ha il suo punto di rottura con la realtà nel momento in cui non ha le basi naturali per poter essere manifestata non è una riflessione da poco, ma quanto sia esasperante questa pressione della mercificazione dell’Arte, quanto pervasiva, quanto oppressiva, beh nel film è poco chiaro.
Il messaggio si disperde, o meglio, si compone a frammenti qua e là, ma senza svilupparsi con costrutto.
Il finale è eloquente ma in sostanza si avverte la sensazione di aver assistito ad un film superficialmente molto valido ma poco incisivo nel valorizzare le tematiche più importanti che volevano essere veicolate.
Peccato veniale se si considerano le opere del regista più spiccatamente politiche, laddove paradossalmente (ancora una volta) la psicosi di realtà trova la sua massima espressione artistica sulla base della realtà italiana post-sessantottina.

L'orco (di Volker Schlöndorff, 1996)


Alla stregua del suo protagonista, L’orco è un film ambiguo, figlio di un grande regista tedesco che ama trasporre romanzi sul grande schermo.
Non si può certo contestare a Schlöndorff di aver realizzato un film scarso o derivativo, certo è che le basi sono molto più pretenziose del risultato finale – che, a tutti gli effetti, non coinvolge pienamente.
Lo stile è particolarmente ricercato: l’immagine si alterna tra b/n e colore, e il registro è una mescolanza di fiaba nera e denuncia cruda e sentita del brainwashing nazista ai danni di un manipolo di giovani tedeschi, durante il secondo conflitto mondiale.
Il lirismo a cui il film anela si accosta all’evoluzione interiore del protagonista Abel (John Malkovich), di difficile decifrazione in alcuni punti-chiave del film, forse troppo semplificato in altri frangenti (come nel finalone epico).
E’ interessante la figura dell’orco come procacciatore di ragazzini ma al tempo stesso lucido decodificatore di un concetto smarrito, ossia del bambino da difendere dall’adulto.
A volte il focus narrativo si sposta su altri personaggi, che tuttavia restano mere caricature naziste: Volker Spengler nella sua breve apparizione ruba la scena; curioso anche il personaggio del folle Prof. Blaettchen (Dieter Laser).
Eterogeneo, anche poetico per certi versi, ma zoppicante nel suo incedere, il film paga il prologo e in sostanza tutto ciò che avviene prima del racconto di prigionia: apprezzabile il ritratto del protagonista, ma troppo arzigogolato.
E’ inevitabile una sensazione di esclusione rispetto al focus del film, che peraltro non è mai centrato pienamente.
L’ultima annotazione, a margine, è per ribadire la grandezza di Volker Spengler, e il curioso duetto con Gottfried John. Appesantiti dall’età (Spengler ingrassatissimo è quasi irriconoscibile), i due hanno recitato insieme 17 anni prima in un film indimenticabile di Fassbinder, Un anno con tredici lune.