Voglio la testa di Garcia (di Sam Peckinpah, 1974)


Ossessione e (auto)distruzione. Secondo un effetto circolare strano e paradossale s’innesca una catena di efferatezza con cui fanno tutti i conti. Incipit e epilogo sono connessi, anzi l’epilogo sembra proprio un ritorno alle origini. Ciascuno dei protagonisti odia per una questione d’onore, una ferita interiore con cui non è riuscito da solo a fare i conti. E ciascuno paga il prezzo del suo odio: El Jefe, il protagonista, lo stesso Garcia, i due stupratori, la famiglia di Garcia. Fa eccezione la figlia del fazendero, ma fino a quando?
Il personaggio-chiave della trasformazione del protagonista è sicuramente la prostituta Elita. Il film nella prima parte si dilunga sulla storia d’amore e anche se successivamente lo spettatore scopre che ciò era doveroso, resta la parte meno avvincente del film.
C’è un cambio di registro interessante: dapprima sembra una caccia all’uomo, poi il film gradualmente scivola in un’analisi più approfondita, e la testa di Garcia, di cui fino a poco prima ci chiedevamo se davvero fosse morto, che ruolo potesse realmente avere nella vicenda ed eravamo avvolti nel mistero della sua assenza, diventa un feticcio tramite cui continuare ad esplorare la spirale di distruzione auto e eteroaggressiva delle sequenze finali. Indubbiamente anche il buon (?) Bennie, che diciamocelo, ci è simpatico ma fino ad un certo punto, è solo una pedina di un ingranaggio irrazionale e più grande di lui, che segue ineffabilmente un rapporto di causa-effetto che ha la sua origine forse molto a monte, in un serratissimo codice morale che vige nel Messico rappresentato da Peckinpah, ma che si può estendere ad altre forme più o meno definite di presunta civiltà urbana. Un gran film, con un paio di sequenze tecnicamente da urlo (la badilata al cimitero e l’inseguimento in auto da parte della famiglia di Garcia), sparatorie un po’ esagerate (Bennie sembra avere decine e decine di proiettili in un caricatore) e sicuramente alcune scene non memorabili circa il rapporto tra Bennie e Elita. Ma tant’è, per il sottoscritto anche nel Mucchio selvaggio ci sono scene soporifere…e parliamo di uno dei film con il finale più movimentato della storia del cinema! Pregi e difetti di Peckinpah, o se preferite uso sapiente della narrazione e del modo di fare Cinema.

2 commenti:

Ivan Paio ha detto...

Ciao M., è sempre un piacere leggere apprezzamenti su questo film, che amo moltissimo nonostante le mie difficoltà a metabolizzare il genere western. Volevo solo fare due osservazioni su quelli che tu consideri i punti deboli del film, non tanto per criticare il tuo punto di vista ma per offrirti, forse, una prospettiva diversa.

Bennie ed Elita sono due esseri imperfetti, a tratti spregevoli, che si illudono per un'ultima volta di poter cambiare il corso inesorabile della loro vita. La scena del picnic mi uccide emotivamente ogni volta che la vedo. Come spiega Roger Ebert in una recensione dei "Great Movies", originariamente non doveva concludersi con una richiesta di matrimonio: furono gli attori a improvvisare. Se davvero il cinema è bugia, allora le lacrime di Warren Oates in quella scena non sono cinema. Per non parlare del momento fatale in cui Elita trasforma uno stupro in un atto sessuale volontario; lì capiamo che tutto è perduto, che lo scorpione resterà per sempre scorpione.

Per quanto riguarda l'implausibilità delle scene in cui Bennie si vendica degli assassini di Elita, penso che sia motivata dal fatto che a quel punto del film Bennie è già morto. La scena stessa del cimitero è ambigua: incredibilmente (inverosimilmente) scampato all'attacco, Bennie "risorge" dalla terra in cui è sepolta Elita, come se gli fosse concessa una proroga per fare giustizia sommaria e salvare l'unica vita innocente in questa spirale di violenza, quella vita da cui tutto ha avuto inizio. Non a caso ha una testa di morto per compagno di viaggio. La ragione per cui Bennie è invulnerabile è, semplicemente, che non può morire fino a missione completata (almeno, questa è la mia visione).

Grazie per l'ospitalità e perdona l'intempestiva intrusione. Ivan

M. ha detto...

Ciao Ivan, sono Mauro. Ti ringrazio molto per l'intervento; se e quando rivedrò il film ne terrò senz'altro conto. Purtroppo al momento non ricordo quasi nulla di questa visione, così come per la maggior parte dei film di Peckinpah che ho visto in passato.