Dissection - The somberlain (1993)




The Somberlain è uscito quando il death metal in Svezia era un genere ormai molto diffuso e si annoveravano decine di band che realizzavano demotape sulla scia di dischi come Left hand path o Sumerian Cry.
Mentre parecchi estremizzavano la propria attitudine trasformando il primitivo e in molti casi derivativo death metal in una forma più o meno composita di black metal, i Dissection cercavano la chiave per creare un suono unico che unisse i due generi.
Questo è un disco di grandissimo spessore, innovativo, geniale, e vanta alcuni giri di chitarra di cui si parla ancora oggi, a distanza di 17 anni, e che hanno influenzato moltissimi gruppi, svedesi e non, per ben due decenni.
Sacramentum (primo full length), Vinterland, A mind confused, Midvinter, Scheitan (primo album), Mörk Gryning, Naglfar, Noctes, The Moaning, Decameron, sono solo alcuni ottimi gruppi che devono moltissimo a questo album. Senza dimenticare chi ha trasformato il proprio sound in corso d'opera (Lord Belial, Unanimated, Gates of Ishtar -del secondo album-, Dawn) o chi deve addirittura il proprio nome a questo album (Somberlain e Black Horizon, rispettivamente brasiliani e tedeschi - i secondi non sono neanche male).
Anche tra i gruppi nostrani più bravi i Janvs devono tanto al gruppo di Jon Nödtveidt.
Perchè quando si parla di Dissection ci si riferisce quasi esclusivamente a Jon Nödtveidt? Perchè nonostante i suoi 18 anni era lui, cantante e chitarrista, ad essere la mente geniale del gruppo. Tuttavia alludendo a questo loro disco di debutto bisogna rimarcare la presenza fondamentale in sede compositiva dell'altro chitarrista, John Zwetsloot (anche lui all'epoca giovanissimo, classe '74), di cui ho parlato circa il suo capolavoro personale Spiteful intent con i Cardinal Sin. Zwetsloot ha scritto i riff principali di diversi brani, soprattutto Black horizons, che è l'apripista di questo disco e uno dei pezzi più celebri dei Dissection.
Zwetsloot, non si sa per quale motivo, cominciò a disertare alcuni concerti successivi all'uscita del disco, e perciò fu allontanato da Nödtveidt.
A completare la line-up figuravano un bassista inutile, Peter Palmdahl, e un batterista secondo me molto bravo, Ole Öhman.
Black horizons è un capolavoro assoluto: un celebre, interminabile intro per giungere ad un riff principale che improvvisamente salta fuori in tutta la sua bellezza. L'uso di aperture maideniane attribuisce a questo brano, così come all'intero disco, un tocco epico più che melodico.
L'impressione è di assistere costantemente ad uno spettacolo freddo ma non distante, ad atmosfere glaciali ma appassionanti.
Senza l'utilizzo di tastiere i Dissection sono riusciti a plasmare un suono atmosferico che ha pochi eguali nella musica estrema.
Il merito è aver trovato una formula che combinasse death e black metal con classe tecnica e ingegno compositivo. Le armonizzazioni che tanto amava Nödtveidt hanno fatto il resto.
Gli inserti acustici di Zwetsloot, maniaco della chitarra classica, impreziosiscono molti brani o costituiscono brevi inserti strumentali tra i brani (Crimson towers è l'esempio più avvincente, pur nella sua brevità).
La lunga cavalcata finale prima del ritorno del ritornello in Black horizons, che ha il suo picco in un inaspettato urlo più da power-metal di Nödtveidt, anticipa un'altra, impareggiabile traccia epica e oltremodo lunga: la title-track. E' difficile commentare un brano così energico. Una testimonianza incrollabile di come si possa suonare black metal e allo stesso tempo esprimere sensazioni di calore e passione. Un brano indimenticabile, che ha il suo culmine nel suo cuore melodico (I flew over crystal ground...).
Quest'accoppiata occupa 1/3 dell'intero album e potrebbe già bastare. Nel vivo del disco altre due gemme confermano la portata delle prime due, ovvero A land forlorn e Frozen.
Into infinity obscurity è un altro stacco acustico già presente su un vecchio demo. Nonostante un errore nella composizione (aspetto frequente negli album registrati negli Unisound di Dan Swanö) apre l'ultima parte dell'album, in cui spicca sicuramente il vorticoso incedere di In the cold winds of nowhere.
Persino le fotine sul retro hanno fatto scuola.
Cult.

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