Im Juli (di Fatih Akin, 2000)


Fatih Akin, uno dei migliori registi contemporanei, al suo secondo lungometraggio manifesta già gran parte degli elementi che lo hanno reso famoso qualche anno dopo con l’acclamato e premiato La sposa turca (2004).
Il film si apre con una sequenza splendida, un’eclissi solare. Oltre ad una regia fantasiosa e tecnicamente ineccepibile, il cinema di Akin è degno di nota per personaggi scapestrati, che risentono nelle loro azioni del fortissimo impatto del proprio ambivalente retroterra culturale.
Im juli è un film che dall’inizio alla fine si dipana su una storia sgangherata e ai limiti dell’assurdo. Un road-movie ricco di trovate e di situazioni inverosimili. Qualche ingenuità narrativa non inficia un lavoro creativo superbo, talvolta geniale. I personaggi sono delle caricature esemplari, grazie anche ad alcuni caratteristi che li impersonificano e che accompagnano spesso il regista (i grandissimi, e sottolineo il superlativo, Moritz Bleibtreu e Birol Ünel). Ricorre sempre l’elemento autobiografico dell’emigrato o figli di emigranti che determinano le proprie scelte anche sulla base del richiamo della propria cultura, ma essenzialmente Im Juli è una storia d’amore a dir poco avventurosa.
La capacità impressionante di Akin è di tirar fuori dal cilindro una serie di imprevisti che si combinano perfettamente con le possibili scelte dei protagonisti, che in fin dei conti sono sempre mossi dal sentimento ed è proprio in virtù di esso che riusciranno a superare la moltitudine di ostacoli che il destino gli oppone.
La struttura narrativa ricorre ampiamente all’uso di flashback e per una volta, nell’abuso fuorviante che spesso si fa di questa scelta stilistica, bisogna evidenziare come in questo caso essa calzi a pennello.
Una pellicola che da una parte potrebbe far storcere il naso agli amanti della verosimiglianza, e ad essere mossa potrebbe esserci l’accusa di una conturbazione esagerata di situazioni che prendono il sopravvento fino a sfociare nell’esercizio di stile. Vero in parte; certo non si può nascondere che il finale sia zuccherosissimo, ma il genere di cui Akin si serve per mettere in scena la sua farsa è quello fantastico e l’importante è che questo suo giocattolone semi-onirico alla fine diverta e riesca a veicolare un messaggio anche non banale, ossia che se lo vuoi con forza non è un sogno.

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