Mar de grises - Draining the waterheart (2008)




Quattro lunghi anni sono intercorsi tra il primo e il secondo album dei cileni Mar De Grises.
Nel mezzo un primo tour europeo di successo (Aprile 2005) e la seguente dipartita, per sua stessa scelta, del cantante/tastierista Marcelo Rodriguez.
Questo inaspettato cambio di formazione ha fatto sì che la band inevitabilmente si chiudesse in un lungo silenzio in attesa di sostituirlo a dovere.
Il processo creativo ha subito un rallentamento.
La domanda era lecita, sarebbero riusciti a trovare un cantante versatile che fosse al tempo stesso anche un tastierista capace e creativo e un songwriter ispirato? Draining the waterheart ha sciolto i dubbi, in modo decisamente positivo. Il nuovo cantante Juan Escobar possiede un timbro sorprendentemente simile a quello di Marcelo, ed è la caratteristica basilare che ha permesso alla band di non snaturare la propria identità.
Appare evidente come Marcelo avesse le mani in pasta in misura maggiore sia come tastierista che come songwriter.
Ora le liriche sono passate in parte ad Alejandro Arce che è meno intimista rispetto a Marcelo, ma pur sempre valido. Juan ha scelto (?) una certa linea di continuità con l'ex vocalist.
Per quanto riguarda l'evoluzione musicale è evidente un'accentuazione delle destrutture, che rendono i Mar de grises una mosca bianca nel doom.
Queste caratteristiche animavano anche il disco d'esordio, ma qui appaiono in misura maggiore. Brani come Wooden Woodpecker Conversion, Summon me e Deep-Seeded Hope Avant-Garde sono quelli che meglio esprimono le potenzialità di questo gruppo.
L'ibrido tra doom e prog è assolutamente inconfondibile, avantgarde appunto.
Un disco molto atmosferico e malinconico, ricco di arpeggi e di melodia.
Stilisticamente superiore rispetto al predecessore, anche se forse (e dico forse: dipende dai momenti) il concentrato di emozioni è su un gradino inferiore.
C'è solo un brano che non mi è mai piaciuto molto, Kilometros de nada, ripetitivo e troppo statico.
Su One possessed il cantante alterna sussurri e voce pulita, ma il brano è geniale per come è concepito: la costruzione del climax è geniale, la prima parte sorretta da una sola chitarra ricorda qualche sperimentazione dei My dying bride (The cry of mankind) e il finale è travolgente.
Altra hit è la conclusiva Liturgia: varca i 13 minuti, è cantata in spagnolo ed è suddivisa in sottocapitoli. Un brano molto doom ma con uno stop and go travolgente e il giro finale è la degna conclusione di un disco ancora una volta sopra le righe e in grado di distinguersi in un genere così inflazionato.
Da notare come nell’edizione limitata in mio possesso, di formato A5, sia presente un dischetto bonus con una traccia totalmente ambient a dir poco superflua.

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