Anni di piombo (di Margarethe Von Trotta, 1981)


Ho cominciato ad interessarmi alla vita di Gudrun Ensslin e di Ulrike Meinhof quando ho appreso che entrambe hanno abbandonato i propri figli per vivere in clandestinità e dedicarsi alle proprie “azioni politiche” (citando le loro parole).
Mi sono chiesto fino a che punto un’ideologia possa scavalcare il proprio senso materno e far sì che una donna decida di auto-dissociarsi da un proprio ruolo in una società in cui non crede di appartenere.
Mi sono chiesto in quale background potessero insorgere determinate idee, a partire da quello famigliare ancor prima che sociale.
Mentre mi documentavo famelicamente spulciando biografie, interviste, lettere e quant’altro, mi sono imbattuto inevitabilmente nel rapporto tra le due sorelle Ensslin, e gli interrogativi si sono moltiplicati.
Questo film di Margarethe Von Trotta (“Baaaabs”) si ispira palesemente proprio a tale legame, morboso ma profondo e per molti versi affascinante.
E’ un film che sazia molte delle mie aspettative innanzitutto perché sembra partire da un motivo d’interesse comune: non è un film sulla R.A.F., ma su due donne che pur avendo sviluppato una ideologia comune sul piano teorico hanno scelto di battersi in maniera diametralmente opposta su quello delle azioni.
E’ un film ambizioso. E’ stato osteggiato duramente e questo credo abbia influito sulla lavorazione. 106 minuti appaiono esigui rispetto alla quantità di argomenti affrontati. In più di un’occasione si avverte l’impressione di assistere a salti temporali impetuosi. Ne perde il pathos, indubbiamente. Ma in questa discontinuità che caratterizza il resoconto narrativo, emerge a tratti un cinema forte, vero, passionale, capace di immedesimare e di allargare il quadro analitico che un periodo storico di tali dimensioni comporta.
Il film è accusato di rendere la terrorista troppo umana e poco criminale. Le guardie carcerarie prive di calore, i loro sguardi sono eloquentemente ostili e denotano un barbaro compiacimento durante l’ascolto del senso di dispersione che Marianne/Gudrun racconta.
E’ interessante il riflesso di Marianne/Gudrun nella vita della sorella Juliane/Christiane, che mina progressivamente l’equilibrio relazionale tra quest’ultima e il suo compagno architetto. Ma la parte migliore del film è quella relativa agli incontri tumultuosi tra le sorelle in carcere.
Il finale è a mio avviso positivo, perché nell’impossibilità di fornire una risposta (ancora oggi la certezza della verità sui suicidi/presunti omicidi di stato sfugge, figuriamoci nel 1981) Juliane per mezzo del racconto lascerà traccia in Felix della memoria della madre.
Ottime le protagoiniste. Jutta Lampe è deperita ma tenace; Barbara Sukova, che era agli albori di una carriera più significativa rispetto alla collega, tratteggia un personaggio che vuole essere imperturbabile ma che mostra segnali di vita attraverso piccoli gesti di affetto per la sorella.

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