Mar de grises - First river regards (2009 - ristampa del demo del 2000)




Tra il secondo e il terzo album (appena uscito) i Mar de grises attraverso la loro ormai ex etichetta Firedoom (una costola della finlandese Firebox) portano alla ribalta il loro unico demo di cui è rimasta traccia (ne fecero altri due in presa diretta) e che permise loro di strappare il primo contratto discografico.
E’ un demo che girava sulla rete già da molti anni.
Le versioni primordiali di Storm e Recklessness, finite poi sul loro album di debutto, denotano una vena molto più doom rispetto all’arrangiamento e la scelta del suono utilizzato su The tatterdemalion express.
Pur con una registrazione scadente, questa ristampa porta alla luce quattro brani di qualità, che testimoniano come fin dagli albori i cinque cileni intendevano proporre una forma di doom alternativa, molto atmosferica e epica, sicuramente influenzata da maestri del genere ma ricca di contaminazioni derivanti da altre sonorità.
Gli altri due brani sono l’omonima Mar de grises e For just an eternity.
Ho una predilezione particolare per quest’ultima fin da quando facevo corrispondenza con Olec molti anni fa; mi colpì il modo di cantare e l’uso sinfonico della tastiera nella parte finale.
Direi che vale l’acquisto di questa edizione in digipack ecologico (cartone riciclato) anche solo per questa struggente, epica traccia conclusiva.
Il disco dovrebbe contenere anche due tracce video relative al tour europeo del 2005. Scrivo dovrebbe perché non sono riuscito a vederle con alcun tipo di lettore.

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Mar de grises - Draining the waterheart (2008)




Quattro lunghi anni sono intercorsi tra il primo e il secondo album dei cileni Mar De Grises.
Nel mezzo un primo tour europeo di successo (Aprile 2005) e la seguente dipartita, per sua stessa scelta, del cantante/tastierista Marcelo Rodriguez.
Questo inaspettato cambio di formazione ha fatto sì che la band inevitabilmente si chiudesse in un lungo silenzio in attesa di sostituirlo a dovere.
Il processo creativo ha subito un rallentamento.
La domanda era lecita, sarebbero riusciti a trovare un cantante versatile che fosse al tempo stesso anche un tastierista capace e creativo e un songwriter ispirato? Draining the waterheart ha sciolto i dubbi, in modo decisamente positivo. Il nuovo cantante Juan Escobar possiede un timbro sorprendentemente simile a quello di Marcelo, ed è la caratteristica basilare che ha permesso alla band di non snaturare la propria identità.
Appare evidente come Marcelo avesse le mani in pasta in misura maggiore sia come tastierista che come songwriter.
Ora le liriche sono passate in parte ad Alejandro Arce che è meno intimista rispetto a Marcelo, ma pur sempre valido. Juan ha scelto (?) una certa linea di continuità con l'ex vocalist.
Per quanto riguarda l'evoluzione musicale è evidente un'accentuazione delle destrutture, che rendono i Mar de grises una mosca bianca nel doom.
Queste caratteristiche animavano anche il disco d'esordio, ma qui appaiono in misura maggiore. Brani come Wooden Woodpecker Conversion, Summon me e Deep-Seeded Hope Avant-Garde sono quelli che meglio esprimono le potenzialità di questo gruppo.
L'ibrido tra doom e prog è assolutamente inconfondibile, avantgarde appunto.
Un disco molto atmosferico e malinconico, ricco di arpeggi e di melodia.
Stilisticamente superiore rispetto al predecessore, anche se forse (e dico forse: dipende dai momenti) il concentrato di emozioni è su un gradino inferiore.
C'è solo un brano che non mi è mai piaciuto molto, Kilometros de nada, ripetitivo e troppo statico.
Su One possessed il cantante alterna sussurri e voce pulita, ma il brano è geniale per come è concepito: la costruzione del climax è geniale, la prima parte sorretta da una sola chitarra ricorda qualche sperimentazione dei My dying bride (The cry of mankind) e il finale è travolgente.
Altra hit è la conclusiva Liturgia: varca i 13 minuti, è cantata in spagnolo ed è suddivisa in sottocapitoli. Un brano molto doom ma con uno stop and go travolgente e il giro finale è la degna conclusione di un disco ancora una volta sopra le righe e in grado di distinguersi in un genere così inflazionato.
Da notare come nell’edizione limitata in mio possesso, di formato A5, sia presente un dischetto bonus con una traccia totalmente ambient a dir poco superflua.

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Mastodon - Crack the skye (2009)




Che i Mastodon non pestassero più come ai tempi di March of the fire ants era noto già da tempo, ma in pochi avrebbero immaginato un cambiamento così radicale come su Crack the skye.
Sinceramente me ne sono accorto solo in un secondo momento, perché fin dal primo ascolto questo disco suona mastodon al 100%.
E’ un album più morbido e molto melodico, con dei suoni anche particolarmente differenti rispetto al passato.
Ad esempio mi hanno fatto notare come suona la batteria, in certi punti sembra quel suono retro che ci porta agli anni ’70, benchè, sia chiaro, Brann è bestiale anche qui. Il suo drumming sarebbe così esuberante anche su generi più soft. Riesce sempre a inserire quelle sue rullate aggiuntive che contraddistinguono i Mastodon.
E’ proprio lui a cantare sulla prima strofa di Oblivion.
Ecco, le voci, altro punto a favore del combo. Su Crack the skye al 90% ci sono voci pulite e canta quasi esclusivamente Brent, ma non so come le parti vocali dei Mastodon pur essendo molto eterogenee mi piacciono sempre allo stesso modo fin da Remission, quando erano molto più dure.
Altro capitolo a parte i favolosi arrangiamenti acustici che danno respiro a brani molto più lunghi rispetto al passato.
La superconcentrazione di killer-riff che contraddistingue soprattutto i primi due album lascia spazio a digressioni rock e l’uso del sintetizzatore ricrea un’atmosfera realmente retro (‘70s).
Insomma mi piacciono molto i Mastodon dal vivo ma questo disco è ottimo sia in studio che riproposto in sede live.
Certo, dimenticatevi di prendere a testate il vostro vicino, i tempi di Mother Puncher sono acqua passata, però che gran gruppo, così tecnico e sperimentale da carpire un’evoluzione naturale del proprio sound tale da sfornare un disco così dannatamente Mastodon.
Immancabile Scott Kelly come guest.

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Dissection - The somberlain (1993)




The Somberlain è uscito quando il death metal in Svezia era un genere ormai molto diffuso e si annoveravano decine di band che realizzavano demotape sulla scia di dischi come Left hand path o Sumerian Cry.
Mentre parecchi estremizzavano la propria attitudine trasformando il primitivo e in molti casi derivativo death metal in una forma più o meno composita di black metal, i Dissection cercavano la chiave per creare un suono unico che unisse i due generi.
Questo è un disco di grandissimo spessore, innovativo, geniale, e vanta alcuni giri di chitarra di cui si parla ancora oggi, a distanza di 17 anni, e che hanno influenzato moltissimi gruppi, svedesi e non, per ben due decenni.
Sacramentum (primo full length), Vinterland, A mind confused, Midvinter, Scheitan (primo album), Mörk Gryning, Naglfar, Noctes, The Moaning, Decameron, sono solo alcuni ottimi gruppi che devono moltissimo a questo album. Senza dimenticare chi ha trasformato il proprio sound in corso d'opera (Lord Belial, Unanimated, Gates of Ishtar -del secondo album-, Dawn) o chi deve addirittura il proprio nome a questo album (Somberlain e Black Horizon, rispettivamente brasiliani e tedeschi - i secondi non sono neanche male).
Anche tra i gruppi nostrani più bravi i Janvs devono tanto al gruppo di Jon Nödtveidt.
Perchè quando si parla di Dissection ci si riferisce quasi esclusivamente a Jon Nödtveidt? Perchè nonostante i suoi 18 anni era lui, cantante e chitarrista, ad essere la mente geniale del gruppo. Tuttavia alludendo a questo loro disco di debutto bisogna rimarcare la presenza fondamentale in sede compositiva dell'altro chitarrista, John Zwetsloot (anche lui all'epoca giovanissimo, classe '74), di cui ho parlato circa il suo capolavoro personale Spiteful intent con i Cardinal Sin. Zwetsloot ha scritto i riff principali di diversi brani, soprattutto Black horizons, che è l'apripista di questo disco e uno dei pezzi più celebri dei Dissection.
Zwetsloot, non si sa per quale motivo, cominciò a disertare alcuni concerti successivi all'uscita del disco, e perciò fu allontanato da Nödtveidt.
A completare la line-up figuravano un bassista inutile, Peter Palmdahl, e un batterista secondo me molto bravo, Ole Öhman.
Black horizons è un capolavoro assoluto: un celebre, interminabile intro per giungere ad un riff principale che improvvisamente salta fuori in tutta la sua bellezza. L'uso di aperture maideniane attribuisce a questo brano, così come all'intero disco, un tocco epico più che melodico.
L'impressione è di assistere costantemente ad uno spettacolo freddo ma non distante, ad atmosfere glaciali ma appassionanti.
Senza l'utilizzo di tastiere i Dissection sono riusciti a plasmare un suono atmosferico che ha pochi eguali nella musica estrema.
Il merito è aver trovato una formula che combinasse death e black metal con classe tecnica e ingegno compositivo. Le armonizzazioni che tanto amava Nödtveidt hanno fatto il resto.
Gli inserti acustici di Zwetsloot, maniaco della chitarra classica, impreziosiscono molti brani o costituiscono brevi inserti strumentali tra i brani (Crimson towers è l'esempio più avvincente, pur nella sua brevità).
La lunga cavalcata finale prima del ritorno del ritornello in Black horizons, che ha il suo picco in un inaspettato urlo più da power-metal di Nödtveidt, anticipa un'altra, impareggiabile traccia epica e oltremodo lunga: la title-track. E' difficile commentare un brano così energico. Una testimonianza incrollabile di come si possa suonare black metal e allo stesso tempo esprimere sensazioni di calore e passione. Un brano indimenticabile, che ha il suo culmine nel suo cuore melodico (I flew over crystal ground...).
Quest'accoppiata occupa 1/3 dell'intero album e potrebbe già bastare. Nel vivo del disco altre due gemme confermano la portata delle prime due, ovvero A land forlorn e Frozen.
Into infinity obscurity è un altro stacco acustico già presente su un vecchio demo. Nonostante un errore nella composizione (aspetto frequente negli album registrati negli Unisound di Dan Swanö) apre l'ultima parte dell'album, in cui spicca sicuramente il vorticoso incedere di In the cold winds of nowhere.
Persino le fotine sul retro hanno fatto scuola.
Cult.

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À l'intérieur (di Alexandre Bustillo, Julien Maury, 2007)


Continua a mietere vittime questo filone franco-belga di filmacci horror crudi e dalle sceneggiature improbabili.
Alexandre Bustillo e Julien Maury firmano e dirigono un’opera che precede Martyrs, e che genera le stesse impressioni ambivalenti. Come nel film belga (cfr. http://solouninsiemedibugie.blogspot.com/search/label/Pascal%20Laugier) ritengo che la prima parte sia degna d’attenzione e rispetto. Mi sono letteralmente cagato addosso.
Il meccanismo della tensione è diabolico, la regia attenta e competente. Ci sono ad esempio dei giochi di luce/ombra magnifici, che rendono l’intruso un personaggio inquietante.
Purtroppo l’idea iniziale non può reggere per tutto il film e si va avanti degenerando, come spesso accade, in un tripudio di sangue senza senso. Allucinante la zombizzazione di un poliziotto, e una donna incinta capace di una resistenza sovrumana, fino a trasformarsi in una sorta di Rambo III con una lancia fatta in casa.
Perché tutta questa furia assassina? Il film lo rivela alla fine, con un flashback assolutamente non convincente.
Sembra che il trend sia concepire una serie delirante di omicidi per poi confezionarci su misura una storia.
Ora non voglio certo riflettere necessariamente su tematiche di natura filosofica davanti ad un film horror, ma almeno scrivere una trama più che elementare credo sia lecito.
Il finale poetico è imbarazzante.
Come per Martyrs (2008), nonostante tutto, invito alla visione dei primi 40 minuti perché è cinema d’altissima tensione e di ottima fattura.

I demoni (di Andrzej Wajda, 1987)


I demoni è uno dei miei romanzi preferiti e dinanzi a adattamenti cinematografici di Dostoevskij il mio giudizio, naturalmente, è sempre prevenuto. L’opera in questione è di Wajda, grandissimo regista, per cui ero curioso di conoscere il risultato della trasposizione.
La versione italiana di cui sono in possesso è poco inferiore alle due ore. Il film è un riassunto molto conciso ma che smarrisce oltre una decina di punti-chiave del romanzo.
Anziché soffermarsi su Nikolaj, Wajda sembra porre molta più attenzione alla vicenda di Satov, senza dubbio un risvolto indimenticabile del romanzo. Sembra un nodo cruciale attraverso cui emerge in tutta la sua nefandezza la condotta morale di Pëtr Stepanovič (nel doppiaggio italiano un improponibile Pierre) e di riflesso degli altri appartenenti alla cellula terroristica.
La caratterizzazione dei personaggi è ottima.
La scena dell’omicidio è molto cruda e rispetta le sensazioni del romanzo.
Le debolezze caratteriali dei membri della cellula sono tratteggiate con cura e fervore.
Peccato che molti personaggi restano troppo in sospeso, appena abbozzati: in particolare Stepan Trofimovič (Omar Sharif). Il suo celebre discorso al ricevimento di Maria Timofeeevna (altro personaggio non pervenuto nel film) avrebbe giovato a quel che Wajda ha voluto proporre. Il messaggio arriva, striminzito, ma c’è.
E’ evidente il peso del romanzo con cui fare i conti, e ribadisco come lo spirito dei personaggi sia stato tradotto come meglio non potevo immaginare. Ma noi cultori del romanzo siamo così, non ci accontentiamo, e restiamo con l’amaro in bocca.
Un buon modo per rifarsi, per chi non l'avesse ancora fatto, è assistere al geniale inserimento che Visconti fa della confessione di Stavroghin nel suo nichilista Helmut Berger de La caduta degli dei (1969).
Ottimo Lambert Wilson.

Voglio la testa di Garcia (di Sam Peckinpah, 1974)


Ossessione e (auto)distruzione. Secondo un effetto circolare strano e paradossale s’innesca una catena di efferatezza con cui fanno tutti i conti. Incipit e epilogo sono connessi, anzi l’epilogo sembra proprio un ritorno alle origini. Ciascuno dei protagonisti odia per una questione d’onore, una ferita interiore con cui non è riuscito da solo a fare i conti. E ciascuno paga il prezzo del suo odio: El Jefe, il protagonista, lo stesso Garcia, i due stupratori, la famiglia di Garcia. Fa eccezione la figlia del fazendero, ma fino a quando?
Il personaggio-chiave della trasformazione del protagonista è sicuramente la prostituta Elita. Il film nella prima parte si dilunga sulla storia d’amore e anche se successivamente lo spettatore scopre che ciò era doveroso, resta la parte meno avvincente del film.
C’è un cambio di registro interessante: dapprima sembra una caccia all’uomo, poi il film gradualmente scivola in un’analisi più approfondita, e la testa di Garcia, di cui fino a poco prima ci chiedevamo se davvero fosse morto, che ruolo potesse realmente avere nella vicenda ed eravamo avvolti nel mistero della sua assenza, diventa un feticcio tramite cui continuare ad esplorare la spirale di distruzione auto e eteroaggressiva delle sequenze finali. Indubbiamente anche il buon (?) Bennie, che diciamocelo, ci è simpatico ma fino ad un certo punto, è solo una pedina di un ingranaggio irrazionale e più grande di lui, che segue ineffabilmente un rapporto di causa-effetto che ha la sua origine forse molto a monte, in un serratissimo codice morale che vige nel Messico rappresentato da Peckinpah, ma che si può estendere ad altre forme più o meno definite di presunta civiltà urbana. Un gran film, con un paio di sequenze tecnicamente da urlo (la badilata al cimitero e l’inseguimento in auto da parte della famiglia di Garcia), sparatorie un po’ esagerate (Bennie sembra avere decine e decine di proiettili in un caricatore) e sicuramente alcune scene non memorabili circa il rapporto tra Bennie e Elita. Ma tant’è, per il sottoscritto anche nel Mucchio selvaggio ci sono scene soporifere…e parliamo di uno dei film con il finale più movimentato della storia del cinema! Pregi e difetti di Peckinpah, o se preferite uso sapiente della narrazione e del modo di fare Cinema.

Panopticon - Collapse (2009)



L’attività incessante del progetto Panopticon dopo un ottimo album d’esordio (omonimo) prosegue con Collpase, che conferma le potenzialità e l’inventiva di questo polistrumentista, Austin Lundr (che possiede anche l’omonima piccola etichetta underground).
Già sul primo album il black-metal era arricchito da numerosi elementi come arpeggi, registrazioni dialogate, campionamenti elettronici, rumori di sottofondo e una quantità mostruosa di feedback.
Su Collapse la forma è più definita, il disco è meno lungo e appetibile e in particolar modo sono aumentati i momenti acustici, di squisita fattura.
La ricerca sonora è molto attenta a preservare la naturalezza dell’ambiente di sottofondo ricreato in studio. E l’impressione, ancor più che sul debutto, è di essere presenti in una specie di villaggio rurale, tra pioggia e arpeggi malinconici, anche in salsa country.
Tutto molto folk, un folk statunitense e lontano dai paesaggi del nord Europa (per quanto l’intro di Idavoll ricordi qualcosa degli Ulver, anche per la voce).
Splendida Aptgangr, che nella prima parte richiama idealmente la conclusione dell’opener The death of Baldr and the coming war, che al contrario si apre con una sfuriata di black metal sporco e aggressivo, seppur contaminato da effetti sonori onnipresenti.
L’utilizzo dell’e-bow è una peculiarità di questo artista, la cui voce ricorda quella di Mikko Aspa, mentre i riff black richiamano i Blut Aus Nord.
La registrazione è sporca ma di buon livello perché il suono appare naturale, organico. Un disco black-metal di una mente molto aperta e recettiva dei suoni più disparati.
Mi piacciono la copertina, i colori e le foto del booklet, completo di testi e spiegazioni dietro il concept. Non ho francamente avuto la possibilità di addentrarmi nei testi, che a quanto pare sono di stampo anarchico.
Un disco valido, si respira aria nuova.

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Aptgangr: part I




e part II

Krallice - s/t (2008)




Non so se qualcuno ricorda Skullgrid dei Behold…the Arctopus. In alcuni frangenti su quel disco emergeva una certa vena black-metal, fattore molto insolito rispetto a ciò a cui aveva abituato il gruppo in passato.
Si scoprì che Colin Martson, super-bassista ultratecnico dalla chioma assurda, adora i Darkthrone e altri gruppi della vecchia guardia…aspetto curioso, visto che Martson semmai è un esponente di una nuova ondata di musicisti statunitensi che nell’ultimo decennio ha provato, spesso con successo (vedi alcuni dischi dei Dysrhythmia), a svecchiare generi di riferimento con tecnicismi, destrutture e commistione (per non dire combustione) di altri più disparati.
Anche i Krallice appartengono alla schiera di gruppi avantgarde, termine di cui spesso si fa un uso eccessivo, ma come definire diversamente un disco del genere?
La qualità dei riff è ottima e il trio sfoggia una tecnica invidiabile, ma ciascuno dei tre membri del gruppo non si lascia andare a particolari tecnicismi, e i momenti solisti si contano sulle dita di una mano. Al contrario dei Behold…the arctopus, in cui manca un vero e proprio collante (limite purtroppo del gruppo, migliorato in parte sull’ultimo album), qui c’è una coordinata ben definita ed è mantenuta dall’inizio alla fine da ognuno. L’obiettivo, molte volte raggiunto (ma non sempre) è di trasporto emotivo attraverso un martellante connubio di dissonanze tra le due chitarre. Completano il quadro un basso distortissimo, che fa la sua parte, e un drumming assassino.
Che mazzata! A parte rari momenti è tutto a tavoletta e i brani spesso rasentano o superano i 10 minuti! E non è quel technical-black metal che si concede pause progressive o minimal.
Se solo avesse avuto più momenti di pausa, eccetto l’ultimo brano, il disco ne avrebbe giovato.
Proprio la traccia conclusiva, Forgiveness in rot, è la migliore a mio avviso. Se riuscite ad arrivarci…

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Entombed - Wolverine blues (1993)




Considerato (a torto) da molti il primo album di death ‘n’ roll, Wolverine Blues è un grande classico degli anni ’90 e si contraddistingue non solo come spartiacque nella carriera del gruppo svedese, ma anche come il loro lavoro più riuscito.
Un cambiamento era stato già anticipato nel precedente MCD Hollowman (che segnava anche il ritorno di L-G Petrov alla voce).
Wolverine Blues ha una produzione migliore rispetto al passato ed è molto più lento, pur sempre equilibrato tra la nuova ricerca sonora più vicina a lidi rock e addirittura blues (il titolo non è casuale) ma ancora in parte ancorato al passato di pionieri dello swedish-death metal. Gli echi del passato si fanno sentire soprattutto nel brano di apertura Eyemaster, in alcuni frangenti travolgente. Già dal brano successivo aumenta l’impressione di assistere ad un disco groove, in cui i due chitarristi principali Alex Hellid (all’epoca ancora treccioluto) e Uffe Cederlund firmano giri di chitarra memorabili e assoli splendidi. La voce di Petrov pur restando il growl cavernicolo di sempre, è tanto disumana quanto versatile e per certi versi teatrale.
Bellissimo per l’intera sua durata, Wolverine Blues ha influenzato moltissimi gruppi ed è giustamente ancora oggi ricordato. E’ invecchiato bene per la freschezza della sua proposta e per l’eclettismo dei musicisti che l’hanno composto. E’ un disco open-minded!
Il videoclip estratto per la title-track è indimenticabile, lo guardo ininterrottamente da circa quindici anni.

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Dusk - Mourning...resurrect (2002 - compilation)




I Dusk sono stati un gruppo underground statunitense (del Winsconsin). Dediti al doom-death, hanno realizzato soltanto due MCD prima di sciogliersi.
Fin qui tutto normale.
Eppure la loro storia nasconde risvolti umani e professionali in cui non ci si imbatte spesso.
Dopo l’uscita di Majestic thou in ruin nel ’95 il cantante Steve Crane è partito per il Kenya dopo una folgorazione mistica.
La band ha proseguito con un rimpiazzo (tale Chad) fino al ’98 prima di sciogliersi, dopo aver registrato un solo brano per una compilation con la nuova formazione.
Il gruppo, ormai scioltosi, anche grazie a doom-metal.com già a cavallo del 2000 era diventato di culto tra gli appassionati del genere.
Vista l’irreperibilità dei due dischi, per fortuna l’etichetta underground Lost Disciple ha rimasterizzato tutto il materiale edito dai Dusk (11 brani totali) in una compilation nel 2002. Un’occasione che non mi sono lasciato perdere perché la qualità di questi brani è impressionante.
Il primo MCD omonimo, realizzato nel ’94, alterna frequenti cambi di registro tra parti ultraslow e altre molto accelerate, decisamente integre nei canoni del death-metal.
Davvero fin qui nulla di eclatante, è lecito pensare: alcuni anni prima gruppi come My Dying Bride, diSEMBOWELMENT o Paramaecium avevano già ampiamente battuto questo sentiero.
I dusk hanno una discreta competenza nella stesura dei riff, un batterista non particolarmente eclettico ma in grado di determinare sempre una certa varietà all’interno dei brani. Il vocione di Steve Crane un classico growl.
Il merito dei Dusk è stato a mio avviso un altro: al muro imponente delle chitarre univano un uso inconsueto della tastiera, creando un sound unico, molto atmosferico e sognante (di cui a quanto pare il maggior fautore era proprio il già citato Steve Crane, cantante/bassista). In particolare band come Morgion (degli esordi) e Evoken credo abbiano subìto l’influenza di questo grandissimo gruppo.
Majestic thou in ruin è molto più statico, il tentativo a mio avviso consisteva nell’accentuare la componente atmosferica, che effettivamente è più in risalto. Il cantante qua e là adotta un cantato non proprio pulito, ma più lamentoso.
Mi chiedo se davanti a brani di questa fattura anche altri gruppi oltreoceano siano rimasti ammaliati da questo suono così etereo rilasciato dal combo statunitense (ad esempio il primo lavoro dei Pantheist per talune scelte stilistiche sembra avvicinarsi agli ultimi Dusk – compresa Yearning for eternity inserita nella compilation del 1998 per la Lost Disciple).
Dopo lo scioglimento i due chitarristi con il nuovo cantante hanno formato gli Aphotic, senza mai ottenere un contratto. Si sono sciolti a loro volta cinque anni fa. Se non ricordo male il loro genere non si discostava da quello prodotto dai Dusk.
Personalmente preferisco notevolmente il debutto Dusk a Majestic thou in ruin. Indubbiamente sui brani che caratterizzano quest’ultimo il doom-death è plasmato con maggior cura verso una forma propria, ma i riff di chitarra sono meno ricchi di inventiva rispetto al lavoro precedente.
Envision the terror e Mourning shadow, che rispettivamente aprono e chiudono Dusk, sono i miei pezzi preferiti.

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Im Juli (di Fatih Akin, 2000)


Fatih Akin, uno dei migliori registi contemporanei, al suo secondo lungometraggio manifesta già gran parte degli elementi che lo hanno reso famoso qualche anno dopo con l’acclamato e premiato La sposa turca (2004).
Il film si apre con una sequenza splendida, un’eclissi solare. Oltre ad una regia fantasiosa e tecnicamente ineccepibile, il cinema di Akin è degno di nota per personaggi scapestrati, che risentono nelle loro azioni del fortissimo impatto del proprio ambivalente retroterra culturale.
Im juli è un film che dall’inizio alla fine si dipana su una storia sgangherata e ai limiti dell’assurdo. Un road-movie ricco di trovate e di situazioni inverosimili. Qualche ingenuità narrativa non inficia un lavoro creativo superbo, talvolta geniale. I personaggi sono delle caricature esemplari, grazie anche ad alcuni caratteristi che li impersonificano e che accompagnano spesso il regista (i grandissimi, e sottolineo il superlativo, Moritz Bleibtreu e Birol Ünel). Ricorre sempre l’elemento autobiografico dell’emigrato o figli di emigranti che determinano le proprie scelte anche sulla base del richiamo della propria cultura, ma essenzialmente Im Juli è una storia d’amore a dir poco avventurosa.
La capacità impressionante di Akin è di tirar fuori dal cilindro una serie di imprevisti che si combinano perfettamente con le possibili scelte dei protagonisti, che in fin dei conti sono sempre mossi dal sentimento ed è proprio in virtù di esso che riusciranno a superare la moltitudine di ostacoli che il destino gli oppone.
La struttura narrativa ricorre ampiamente all’uso di flashback e per una volta, nell’abuso fuorviante che spesso si fa di questa scelta stilistica, bisogna evidenziare come in questo caso essa calzi a pennello.
Una pellicola che da una parte potrebbe far storcere il naso agli amanti della verosimiglianza, e ad essere mossa potrebbe esserci l’accusa di una conturbazione esagerata di situazioni che prendono il sopravvento fino a sfociare nell’esercizio di stile. Vero in parte; certo non si può nascondere che il finale sia zuccherosissimo, ma il genere di cui Akin si serve per mettere in scena la sua farsa è quello fantastico e l’importante è che questo suo giocattolone semi-onirico alla fine diverta e riesca a veicolare un messaggio anche non banale, ossia che se lo vuoi con forza non è un sogno.

Kruger - For death, glory and the end of the world (2010)




Alle soglie del loro decimo anno di attività i Kruger con il loro quarto album si consacrano ai vertici della musica estrema con un disco geniale che colpisce per una durezza granitica e allo stesso tempo un’intensità emotiva simile a quella toccata dalla musica dei Gojira. Questi ultimi, tra l’altro compagni di etichetta (l’ottima Listenable, francese), sono il maggior riferimento per il quintetto elvetico e la presenza di Joe Duplantier in qualità di guest nel brano Muscle (che anche per questo suona molto Gojira) rappresenta un contributo importante per il disco.
Ma cosa suonano esattamente i Kruger? Boh. Sembra di ascoltare una fusione tra Gojira e lo sludge, ma le strofe spesso seguono un andamento ritmico quasi punk (ciò che dicono i Kruger relativamente al loro straordinario Return of the Huns).
Nel tentativo di esprimermi con chiarezza metterei in luce come in realtà di sludge c’è l’impronta delle chitarre, perché il ritmo è sempre molto fast, fatta eccezione di digressioni centrali di alcuni pezzi (Villains, Dukes of Nothing o Anthems…) che sconfinano in territori più rilassati e meno metal (sono momenti di breve quiete, spesso persino ipnotici). Quest’anima ineludibilmente massiccia, mi si passi il termine, è spesso vicina al math- dei connazionali Knut, ma mai così esasperatamente technical- e non particolarmente ricca di cambi di tempo. Detto ciò va sottolineato come i Kruger siano in grado di sfoggiare una tecnica ammirevole, specie bassista e batterista, e come proprio nella costruzione dei brani riescano a trovare uno dei propri punti di forza. Pur secondo un’articolazione solitamente circolare, l’elemento di sorpresa che arricchisce la composizione spunta sempre dietro l’angolo.
Oltre ai Gojira cito altre due influenze che reputo determinanti: i Botch e gli svedesi Breach, questi ultimi definiti “probabilmente il gruppo più sottovalutato della storia” dai Kruger.
Lo stile è in realtà molto più personale di quanto possa sembrare: il cantato segue linee di derivazione post-punk/hardcore ma è un semi-growl potente ed efficace, e il bassista crea dei giri divergenti rispetto alle chitarre. Sono fermamente convinto che senza un basso così pronunciato la musica dei Kruger non avrebbe lo stesso impatto emotivo.
Tra i brani mi limito a citare l’opener The Ox (il bue), uno dei pezzi più sconvolgenti dell’anno: ormai ne parlo e se ne parla dappertutto. Il giro centrale di basso è SPETTACOLARE, il cantato disumano e i suoni paurosi. Intro e outro devastanti. Le parole, dirette e semplici, ho pensato che potessero alludere in qualche modo ad Arnold Schwarzenegger e leggendo il booklet ho scoperto che è proprio così! Metto a questo punto in evidenza come i Kruger abbiano trattato spesso con ironia tematiche politico-sociali.
L’album prosegue secondo tutti gli elementi evidenziati nella prima parte del mio intervento, senza cadute di tono, e con alcuni picchi notevoli (Anthems of pretended glory e Turpitudes). La confezione è bellissima, un digipack che si apre a finestra!
Inutile dilungarsi, questo è uno dei migliori dischi del 2010!

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Everybody calls him "The Ox"
He's a man of fifty thousands strong
You won't ever find such a rider
For miles and miles and miles around
An example for the nation
Six and a half feet of muscle and sheer determination
They say he once rode a bull of twelve hundreds pounds
and had the beast tamed and sent down for the count
I saw him bring down a calf in less than two minutes
When he runs for president he'll sure get my vote
When you can break in a bull you can sure enough break in the world.


At the soundawn - Shifting (2010)



Gli At the soundawn sono un quintetto di Modena, al loro debutto dopo un MCD (che non ho avuto il piacere di ascoltare).
Quando ho ascoltato per la prima volta questo album sono rimasto colpito dalla qualità della proposta ma al tempo stesso ho pensato che non avrei ripetuto l’esperienza troppo spesso: saltava alle orecchie, in modo piuttosto spiccato, l’influenza degli Isis.
Per fortuna sono tornato ad ascoltarlo con maggior attenzione, e ho scoperto gradualmente che questo disco contiene sfumature, particolarità nascoste non deducibili ad un primo approccio. Sul booklet (volutamente minimale, ricorda quello di In the absence of truth degli Isis per l’effetto ottico) il gruppo invita ad ascoltare l’album con mezzi adeguati ad un volume appropriato, perché ritiene (e come dargli torto) che tutto il processo di registrazione, missaggio e masterizzazione è stato eseguito in modo da “preservare le dinamiche e la purezza del suono”.
Ed è dal suono che vorrei partire nel sottolineare la grandezza di questo piccolo gioiello: seguendo la lezione degli Isis per quanto riguarda l’utilizzo degli effetti, i cinque modenesi hanno dimostrato una attenzione maniacale per i suoni: perfettamente saturi nelle parti più dure e cristallini nei momenti più psichedelici, che come cercherò di sottolineare più in avanti costituiscono la vera anima delle composizioni. Da bassista il mio orecchio spontaneamente rivolge la maggior parte della propria attenzione alle linee di basso. Sono soddisfatto ma non pienamente, perché sebbene molto spesso esso sia non solo distinguibile ma addirittura il perno attorno a cui ruota tutta la composizione, in altri passaggi viene un po’ troppo soffocato dal suono delle chitarre. Penso che Alessio Bellotto, questo il nome del bassista, abbia svolto un lavoro egregio, particolarmente influenzato da Jeff Caxide degli Isis (mi chiedo se ci siano altri modelli di riferimento e se in futuro proverà ad usare più effetti…quelli di 7th moon e Prometheus bring us the fire mi piacciono molto). Il giro di basso di Caofedian è diventato già un CULT per il sottoscritto. Adoro anche il giro della successiva strumentale Drifting lights, ma sono molti i passaggi che non mi stanco di apprezzare e di ricordare.
Oltre all’utilizzo abbondante delle pedaliere da parte dei due chitarristi (molto poliedrici) gli At the soundawn hanno inserito nelle loro composizioni anche la tromba (piuttosto frequentemente) e strumenti etnici come la tabla e il bouzouki. Il risultato è un tappeto molto ma molto più stratificato di quel che inizialmente semba una mera riproduzione del Credo musicale degli Isis. Ad esempio in alcuni frangenti si sovrappongono tre differenti melodie di chitarra. Ma è proprio mediante questi strumenti così particolari ed a campionamenti quanto mai indovinati che il disco viaggia costantemente su binari onirici.
E’ un disco molto dispersivo (nell’accezione positiva del termine), camaleontico ma al tempo stesso mai disgiunto. Metal e non-metal sono fusi con una padronanza sopraffina dei propri mezzi e della voglia di sperimentare, attraverso una capacità di osare che ha la potenzialità (spesso trascinante) di superare il semplice avvicendamento tra la morbida fase acustica e l’impetuosa fase elettrica attraverso un utilizzo particolare della destruttura (credo che Mudra, che si spegne nel suo picco per ricominciare in una veste differente, ne rappresenti l’esempio più evidente) e il ricorso ad alleggerimenti ambient in cui emerge una passione pronunciata per generi che con il metal non hanno nulla a che vedere. Penso che anche il cantante abbia gusti musicali molto lontani dal metal. A parte il suo cantato profondo (stile Isis, più o meno), le clean vocals seguono linee a me francamente sconosciute, spesso quasi pop-rock; è in assoluto la prima volta che ascolto delle parti cantate di questo tipo in un disco del genere…si, ma quale genere? A grandi linee ciò che i cinque modenesi suonano potrebbe essere etichettato come post-metal, ma sarebbe riduttivo e indecoroso per tutto il lavoro che c’è dietro e che ho provato a descrivere. Sicuramente gli At the soundawn hanno creato un disco fresco e alternativo, con dei suoni che, non mi stancherò mai di ribadirlo, sono elettrizzanti (merito anche dello Studio 73 di Ravenna), e soprattutto un valore artistico di rilievo, già maturo e definito in quel che a tutti gli effetti è poco più che un esordio. Complimenti. Compratelo e basta. Support!

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Anni di piombo (di Margarethe Von Trotta, 1981)


Ho cominciato ad interessarmi alla vita di Gudrun Ensslin e di Ulrike Meinhof quando ho appreso che entrambe hanno abbandonato i propri figli per vivere in clandestinità e dedicarsi alle proprie “azioni politiche” (citando le loro parole).
Mi sono chiesto fino a che punto un’ideologia possa scavalcare il proprio senso materno e far sì che una donna decida di auto-dissociarsi da un proprio ruolo in una società in cui non crede di appartenere.
Mi sono chiesto in quale background potessero insorgere determinate idee, a partire da quello famigliare ancor prima che sociale.
Mentre mi documentavo famelicamente spulciando biografie, interviste, lettere e quant’altro, mi sono imbattuto inevitabilmente nel rapporto tra le due sorelle Ensslin, e gli interrogativi si sono moltiplicati.
Questo film di Margarethe Von Trotta (“Baaaabs”) si ispira palesemente proprio a tale legame, morboso ma profondo e per molti versi affascinante.
E’ un film che sazia molte delle mie aspettative innanzitutto perché sembra partire da un motivo d’interesse comune: non è un film sulla R.A.F., ma su due donne che pur avendo sviluppato una ideologia comune sul piano teorico hanno scelto di battersi in maniera diametralmente opposta su quello delle azioni.
E’ un film ambizioso. E’ stato osteggiato duramente e questo credo abbia influito sulla lavorazione. 106 minuti appaiono esigui rispetto alla quantità di argomenti affrontati. In più di un’occasione si avverte l’impressione di assistere a salti temporali impetuosi. Ne perde il pathos, indubbiamente. Ma in questa discontinuità che caratterizza il resoconto narrativo, emerge a tratti un cinema forte, vero, passionale, capace di immedesimare e di allargare il quadro analitico che un periodo storico di tali dimensioni comporta.
Il film è accusato di rendere la terrorista troppo umana e poco criminale. Le guardie carcerarie prive di calore, i loro sguardi sono eloquentemente ostili e denotano un barbaro compiacimento durante l’ascolto del senso di dispersione che Marianne/Gudrun racconta.
E’ interessante il riflesso di Marianne/Gudrun nella vita della sorella Juliane/Christiane, che mina progressivamente l’equilibrio relazionale tra quest’ultima e il suo compagno architetto. Ma la parte migliore del film è quella relativa agli incontri tumultuosi tra le sorelle in carcere.
Il finale è a mio avviso positivo, perché nell’impossibilità di fornire una risposta (ancora oggi la certezza della verità sui suicidi/presunti omicidi di stato sfugge, figuriamoci nel 1981) Juliane per mezzo del racconto lascerà traccia in Felix della memoria della madre.
Ottime le protagoiniste. Jutta Lampe è deperita ma tenace; Barbara Sukova, che era agli albori di una carriera più significativa rispetto alla collega, tratteggia un personaggio che vuole essere imperturbabile ma che mostra segnali di vita attraverso piccoli gesti di affetto per la sorella.