Cult of Luna - Somewhere along the highway (2006)




The sun, the light in your eyes, trapped me in a cage.
When you saw me you saw yourself.
We were the ones that marched and fell.


Andreas Johansson suona un basso 4 corde con accordatura BEAD. Come se aveste un 5 corde senza la corda del SOL.
Già, la corda del SOL, questa illustre sconosciuta. Persino quella del RE è quasi vergine sul povero basso del buon Johansson.
Mi sono potuto rendere realmente conto di quanto le prime due corde siano usurate a suon di plettrate legnose interpretando un brano monumentale come Receiver: tutto sul SI basso e MI.
Questa premessa è necessaria per inquadrare la filosofia dei Cult of Luna da un punto di vista apparentemente di minor conto. Una filosofia musicale completamente diversa da quella degli Isis. Credo sia doverosamente ora di finirla col paragonare i due gruppi, gli svedesi hanno un loro Credo e lo portano avanti con stile e personalità.
Somewhere è un disco verde scuro, fin dal package.
All'interno non ci sono testi, solo la foto di una foresta imponente.
L'uomo è ancora al centro delle riflessioni di Johannes Persson.
Non ho idea di cosa gli sia capitato in questo viaggio in Finlandia che gli ha cambiato la vita, i testi trasudano riflessioni esistenziali.
I Cult of Luna non suonano più sludge, non assomigliano agli Isis, restano conformi alla propria natura: suoni estremamente bassi, rintocchi magistrali, esplosioni elettriche e voci ossessionanti del duo Persson/Rydberg.
Somewhere si spinge ancora più in là di Salvation, sembra davvero di assistere ad uno spettacolo in presa diretta, filtrato attraverso una registrazione sporca che contribuisce a rendere il suono zanzaroso e ancestrale. Un gusto retro che si fonde al tempo stesso con i campionamenti che variano il tema in ogni brano, restando sempre in sottofondo, quasi a non scalfire il muro sonoro ma anzi arricchendolo di una sfumatura ulteriore.
Marching to the heartbeats è il secondo esperimento di voce pulita dopo Crossing Over: non un vero e proprio intro, qualcosa di più. Un brano soft che ci immerge nell'atmosfera del disco, che esplode in Finland, il brano più rappresentativo di questa quarta fatica del gruppo svedese. Con i suoi passaggi in chiaro/scuro, echi ancora Mogwai ma avvicendamenti Cult of Luna. Un riff semiacustico memorabile che sfocia nell'inevitabile contorsione elettrica del trio di chitarre.

These things moved me when I turned my back. Now I return with open hands.
I found light that lead me to the shrine where children sang and pilgrims mourned.
I was lost but not alone.
From a distance they come alive. Sleepwalking across the plains.
No answers were found here. Seeking shelter in her embrace.
Down on sore knees. Erase and begin. Under my eyelids, come forth light.

Back to the chapel town è il brano da cui è stato estratto un videoclip, tagliato come sempre e che quindi perde il suo fascino. Ascoltando questo brano ci rendiamo conto ulteriormente che i Cult of Luna svariano di più, Fredrik Kihlberg ha fondamentalmente il ruolo di interrompere determinate sequenze con incursioni in territori più melodici e dissonanti. E' un brano pesantissimo anche grazie al lavoro imponente di Thomas Hedlund alle percussioni, sempre molto prezioso.
A questo punto i Cult of Luna decidono di inserire il loro brano forse più controverso, ma anche il più sperimentale. And with her came the birds non può non spiazzare ad un primo ascolto. Certo, la voce pulita (è praticamente un parlato) lo riconduce a 'Marching...' ma gli arrangiamenti acustici in sottofondo e la presenza di un benjo fanno in modo che un brano del genere, pur con la registrazione in presa diretta ed un suono estremamente naturale, esca un bel po' fuori dal coro. Invece successivamente questo brano trova la sua giusta collocazione nel quadro d'insieme. In fondo cos'è 'Somewhere...' se non il disco più soporifero dei Cult of Luna? Il disco più intimista e in cui testi e musica muovono realmente verso un'unica direzione.
E così abbiamo passato il varco e ci apprestiamo ad assaporare la seconda metà del disco, che prosegue quanto ammirato nella prima.
Thirtyfour ha un incipit mostruoso. Penso realmente che l'atmosfera apocalittica evocata dai Cult of Luna abbia pochi eguali, prende spunto da certe sperimentazioni dei Neurosis ma a conti fatti, soprattutto per il tipo di suoni adottati (che ribadisco, è una cura maniacale e professionale che rende la band assolutamente unica nel panorama del post-metal) sembra che i punti in comune siano addirittura più con il funeral-doom dei Worship.
Thirtyfour intanto sboccia nel solito incedere maestoso, possente, di schitarrate lente ma incessanti, un cantato di Rydberg spaventoso e il solito intermezzo psichedelico di 'tregua'.
Siamo in dirittura d'arrivo, Dim riflette il suo titolo, è un brano darkeggiante, semiacustico, che ricorda molto Waiting for you anche per come è strutturato (solita esplosione finale), ma penso sia molto più malinconica e emozionante, fin dal loop iniziale. E qui FINALMENTE Andreas Johansson lascia un po' di respiro alle due corde posizionate più in alto nel suo povero basso e sfrutta note più alte sulla corda del RE.
Ciò che rende questo disco l'ennesimo capolavoro del gruppo è sicuramente il brano conclusivo, che sfiora i 16 minuti. Fin dal testo Dark city, dead man è un brano di spicco.
Ma la musica, con un uso intelligente, sopraffino dell'elettronica, è da band ormai priva di etichette, che ha allargato notevolmente nel corso degli anni il proprio raggio d'azione, stabilendosi su un territorio proprio, toccando corde emotive profonde. Andreas è essenziale come sempre ma il giro dissonante (stile Echoes) è strepitoso, il chitarrone di Kihlberg tra le prime due strofe sublime, struggente.
Poi il crescendo finale, con una commistione sempre più avvincente di basso, rintocchi e soprattutto un trascinarsi devastante del percussionista e del batterista. Finale tipico di un disco dei Cult of Luna, sicuramente il più memorabile. Anche se non siete avvezzi a questo genere, non potreste mai dimenticare un'esperienza siffatta. E' questo brano che secondo me testimonia maggiormente la grandezza della cifra stilistica raggiunta da questi 8 poliderici svedesi.
L'ennesimo discone di una band eccezionale. Se si esclude un primo disco ottimo nel suo genere ma ancora grezzo e derivativo, sono sopraggiunti in sequenza The beyond (che per molti versi resta quello che preferisco), Salvation e Somewhere along the highway: i Cult of Luna si sono consacrati nell'olimpo.


When the streetlights fade. Warm rain like judgement descends.
Their voice numbs me. Speaking words in a dead tongue.
I have walked a road that lead me back to you.
From a window our glances met. My true colours I cannot hide.
The landscape has changed. You don't recognise me.
These pictures slowly fade. Memories wither, they are all gone.
Further down the steps get steeper. You haunt me in my dreams.
I let go and fall deeper. This will be the end of me.


Download

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Rimango sempre del parere che ascoltare album di questo calibro senza avere i testi sotto mano sminuisca il reale valore della musica. L'unica pecca è la loro totale assenza nel booklet. Ad ogni modo, disco fondamentale per gli amanti del genere

Mauro ha detto...

Eh lo so Antò ma a sto punto capolavoro pe capolavoro pijati 'the beyond' e 'oceanic' e buonanotte.