La nana (di Sebastián Silva, 2009)



Ritratto autentico del rapporto di classe, attraverso i toni della commedia ma al tempo stesso uno scavo analitico da dramma famigliare e sociale.
Il modo di girare, da vero film indipendente, contribuisce ad arricchire il tema di una fedele aderenza alla realtà.
Sono tutti aspetti che accomunano questa pellicola cilena al messicano Parque via, di un paio di anni fa. I due film hanno in comune anche il discreto successo underground (La nana premiato al Sundance Film Festival, il film di Rivero a Locarno).
La protagonista de La nana è una donna di 41 anni che ha ormai costruito (e s'è fatta cucire addosso) un ruolo sociale all'interno della famiglia in cui svolge servizio da moltissimi anni. Ha visto crescere i bambini e la sua sfera affettiva è completamente riempita dal rapporto che ha con loro, specialmente con Lucas. Il legame con i coniugi Pilar e Mundo è di devozione e rispetto da parte sua, in cambio di devozione e niente più.
Attraverso episodi della quotidianità il film si sofferma imperterrito sull'insensatezza del rapporto padrone-schiavo e il suo travestimento attraverso la legittimazione della sua natura. Una legittimazione che con la sua perpetuazione a doppia mandata non solo ha accresciuto il cieco egoismo della famiglia, ma anche l'identificazione con un ruolo sociale e dovuto da parte di Raquel.
La sequenza routinaria di sveglia, mansioni e domanda-risposta è aberrante.
I figli rappresentano la discendenza ereditaria del carattere borghese e di incarnazione della detenzione del potere a prescindere: l'odiosa Camila, che si lascia sfuggire "sei tu la serva qui", ne è l'emblema. Lucas al contrario dimostra che ad un'età inferiore il processo non è ancora del tutto irreversibile, anche se già abbondantemente avviato (i ragazzi, come del resto i genitori, vengono serviti e riveriti, non sarebbero neppure capaci di lavare le stoviglie).
E' efficacissimo il profilo del padre, Mundo, un uomo assolutamente trasparente, colto nella sua nudità (in tutti i sensi), la sua assoluta noncuranza per la vera educazione dei figli (emblematica la sequenza della madre che cerca di intraprendere un discorso sul sesso con Lucas asserendo "so che spetterebbe a tuo padre"). Il suo galeone è un simbolo, analizzato impietosamente, distrutto in modo grottesco in una delle sequenze più belle di questo film (ma non è la sola).
Il nodo vero su cui il film si articola, dopo aver posto le basi, è la reazione ad un attacco a quel modello precostruito e vulnerabile che è la vita di Raquel. Emerge la fragilità di una donna che suscita sentimenti contrastanti (vedi l'episodio del gattino), che gradualmente sfociano nella compassione.
Non mancano sequenze esilaranti (il personaggio di Sonia è eccezionale), che sviscerano ulteriormente un quadro immobile, di una rigidità pazzesca.
Altro simbolo è il personaggio della nonna, la mater familias in piena regola che esercita ancora un potere oscuro e ordisce da fuori i piani che sovrastano il modus vivendi del nucleo famigliare.
Il film giunto a questo punto sembra avviato ad un epilogo simile a quello del citato 'Parque via', ma è l'arrivo di Lucy a trasformare, con pochissimi strumenti, la vita di Raquel.
E' un film positivo, nonostante una descrizione agghiacciante di un rapporto a mio avviso disumano (Raquel che mangia da sola nel retro-cucina mi ha ricordato molto la Bonnaire de Il buio nella mente, uno dei miei Cult), degli orpelli che rendono una persona degna di affetto e devozione, perchè riesce a scardinare questo complesso socio-oligarchico con una semplicità disarmante, mediante una donna così semplice ma genuina come Lucy. Il finale è certamente un raggio di sole, l'emblema di uno spiraglio che si è fatto largo nella vita della protagonista, ma fino a quando? (e fino a quanto decisivo nella visione della vita di Raquel?)

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