Il tempo che ci rimane (di Elia Suleiman, 2009)


A quasi otto anni di distanza dal suo film-rivelazione 'Intervento divino', Elia Suleiman torna a non proferire parola (espediente raro, originale e funzionale): è il suo sguardo allucinato il mezzo attraverso il quale ogni silenzio del film genera una potenza comunicativa superiore al linguaggio parlato.
La cifra stilistica è maturata, l'architettura del film interseca con abilità i tratti surreali a-la Tati con una trama più composita e scorrevole, che prende spunto da numerosi episodi autobiografici.
Il film così ripercorre la storia della famiglia Suleiman a partire dalla nascita dello Stato d'Israele (1948). Il padre Fuad fabbrica armi clandestinamente e si distingue per la sua umanità (salva la vita a due persone) e resistenza all'occupazione dell'esercito israeliano. Anche se Elia non è ancora nato, questa è la parte più autobiografica e meno avvincente; ma un punto di partenza indispensabile affinchè tutto il resto della narrazione cominci a nutrirsi dell'elemento della Ripetitività, strumento-cardine del cinema di Suleiman.
E' attraverso la ripetitività tambureggiante delle situazioni (le migliori riguardano il vicino di casa e l'impossibilità di pescare in pace) che la descrizione si sposta al 1970 (con Elia che a dieci anni viene ripreso a scuola per aver definito l'America dapprima 'colonialista' e successivamente 'imperialista'), anno in cui muore il presidente egiziano filo-palestinese Gamāl ‘Abd al-Nāṣer, che segna profondamente le speranze palestinesi. Ogni riflesso politico e sociale è sempre filtrato attraverso episodi apparentemente di poco conto, intimi, famigliari.
E' a partire dalla descrizione dei primi anni '80 che il film lievita. Elia parte per gli Stati Uniti lasciando una situazione profondamente lacerata e quando torna il tempo non ha minimamente scalfito le stesse condizioni che lo avevano costretto a partire. In un incrocio sempre più geniale tra elementi onirici e realtà, lo stile trova un'armonia singolare, trasmette un senso di prigionia sadica; al linguaggio parlato subentra quasi definitivamente un silenzio straniante. Le sequenze più belle sono quelle in cui E.S. cerca di scuotere la madre semi-inferma, o assiste impotente al suo decadimento. E' il medesimo senso di scoramento che prova osservando, fuori dal proprio contesto famigliare, una convivenza con la guerra e l'odio ormai radicata tanto da impregnare il tessuto sociale stesso.
Molte sequenze restano impresse, dal fantomatico salto con l'asta del muro di Gaza alla lotta tra militari e infermieri per accaparrarsi un ferito.
La sequenza del carro armato è sufficiente per esprimere il senso del film e della capacità del regista di far confluire il surreale nel reale, e viceversa - perchè in fondo, il messaggio è che ormai il limite è talmente invisibile che i due piani sono equivalenti.

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