Ran (di Akira Kurosawa, 1985)


La summa dei jidai-geki, l'ultimo capolavoro dell'Imperatore, il mio film preferito degli anni '80.
Un film che smaschera innanzitutto i riti e le apparenze: la prima sequenza è indimenticabile. Saburo viene tacciato di impudenza dai fratelli e diseredato dal padre, perchè ha osato mettere in dubbio la presunta unione tra fratelli dopo la ridistribuzione del potere. Chi vede la realtà delle apparenze da un'altra prospettiva o è escluso o definito "pazzo", nel cinema di Kurosawa questa figura di antieroe distaccato dal mondo che gira nei suoi meccanismi ripetitivi e di convenzione è una delle più ricorrenti.
Il quadro generale è decisamente complesso ma sempre di facile lettura, e ciò avviene senza un piglio didascalico, ma con una successione di eventi catastrofici che generano un particolare effetto domino tale da rinvigorire la teoria della causa-effetto. Nelle sequenze "al presente" si incastrano in un moto inverso gli antecedenti riguardo Hidetora Ichimonji. Scopriamo così gli episodi di barbarie di cui si è macchiato, e di cui la propria coscienza sembra cominciare a concepire alla luce di quanto accade tra i suoi figli.
E' un passato che inevitabilmente si ripresenta, quello di RAN - CAOS, un Caos di cui l'uomo ha le sue colpe e in cui Buddha non può porre rimedio, o forse non esiste - in un finale ambiguo l'unica risposta lasciata in sospeso è proprio quella sull'esistenza di dio. RAN non è solo un viaggio nei meccanismi che determinano la sete del potere, ma anche tra i sentimenti e azioni che si generano a ruota continua da essa, come la vendetta, la ritorsione, il tradimento. Kaede (l'eccezionale Mieko Harada) è l'emblema di questo meccanismo secondario: Hidetora le ha distrutto la famiglia, lei ha solo meditato vendetta. Non è la prima volta nel cinema di Kurosawa che in un mondo così virile le poche donne ad essere tratteggiate siano delle abili calcolatrici che soggiogano gli uomini con una forza spaventosa. Accade anche ne 'la sfida del samurai' e in 'trono di sangue', ad esempio. Kaede è una figura ancora più diabolica, e sinceramente una delle più inquietanti mai viste sul grande schermo: la sua camminata spettrale, il suo sguardo monoespressivo, le sue parole dure e ferme, il suo tono placido ma glaciale. Ran è un film dai contenuti mostruosamente profondi ma espressi con una naturalezza apparentemente non filosofica, alla portata di chiunque, assolutamente mai confusivo o pusillanime. Ma è anche un film che vive e resta impresso per le sequenze. Molte, moltissime, dal pianto effimero di Kaede che mentre Jiro è di spalle schiaccia col velo una cavalletta con una naturalezza agghiacciante; oppure le sequenze di battaglia, come l'attacco al castello di Hidetora e i minuti senza sonoro, in cui la musica struggente di Toru Takemitsu accompagna immagini crudissime.
Ma RAN è anche un film che nonostante tutto mette in luce una profonda devozione e solidarietà umana, una, o meglio dire LA sola chiave che può salvare il mondo nei film di Kurosawa, quella che imperversa ne 'i bassifondi' in 'dodes'ka den' o 'dersu uzala', qui riprodotta tra condizioni sociali diverse: nel CAOS profondo il saltimbanco si misura con le riflessioni esistenziali e scopre che sta curando un vecchio, non il patriarca di una nobile stirpe. Non c'è più distinzione, siamo uomini alla pari e il "vecchio pazzo" nella sua condizione di "ritorno sulla terra" ci appare molto più vicino, un uomo che finalmente (seppur in modo tardivo) riesce a fare i conti con la propria coscienza e a ricucire per un minuto il rapporto con chi l'ha veramente amato (Saburo). In un minuto di riconciliazione (prima che Saburo venga ucciso da una fucilata) bisogna godersi un momento indimenticabile nella vicenda, nella riflessione più profonda sulla condizione umana, prima di risprofondare nell'agghiacciante verità. Senza dio nè Buddha, o forse no, ma in ogni caso in una realtà in cui l'uomo è artefice del proprio destino ma sembra dimenticarsene, "amando la sofferenza".

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