Il sapore della ciliegia (di Abbas Kiarostami, 1997)


Tanto semplice quanto profondo. Il film è costruito in modo tale che ci sia una progressiva empatia dello spettatore nei confronti di un protagonista dal passato oscuro, dall'atteggiamento insistente fino a sfiorare la maleducazione, monoespressivo e stanco di ascoltare. E' il ritratto di un futuro suicida, lo scopriamo già dalla prima tappa di questa sorta di road-movie nella coscienza e nella visione della vita. Il primo "ospite" è un militare giovanissimo, la cui unica preoccupazione è di tornare per tempo in caserma. Il divario psicologico tra i due è abissale per via dell'immaturità del ragazzo, che si spaventa e scappa terrorizzato dalla prospettiva che si stava delineando.
Il secondo personaggio è distante perchè guarda prevenuto alla vita, forte (o debole?) del proprio credo; antepone a priori una convinzione dogmatica che esclude categoricamente l'idea di suicidio. Quindi si barrica nella propria convinzione ad un'eventuale scelta morale.
E' col terzo personaggio che il film lievita, il protagonista sembra avere una scossa, un risveglio impercettibile ma reale. Le immagini del tramonto e della landa desolata sono la cornice perfetta per i contenuti filosofici che il film assume. Pensieri semplici ma genuini, quelli del vecchio professore. La grandissima qualità è la capacità di ascolto, l'umanità e la pacatezza nell'esprimere le proprie ragioni, ma al tempo stesso il profondo rispetto per la scelta altrui. Al regista non interessa indagare le ragioni che possono spingere il protagonista al suicidio, ma l'esatto opposto, ossia le ragioni che potrebbero spingerlo a rinnegare il suo proposito.
Il finale è ambiguo, magico. Ognuno può riservarsi una spiegazione, logica o irrazionale che sia. Il dato di fatto è che il protagonista, qualunque scelta abbia operato, ha vacillato.
Un film straordinario, educato, non per tutti i momenti, che nasconde una vitalità impressionante.

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