Oro rosso (di Jafar Panahi, 2003)


Sceneggiato da Abbas Kiarostami, questo è il film di Panahi che preferisco. Attraverso toni grotteschi riesce a cogliere sfumature di grande valenza nella moderna Teheran. Nel film spesso si allude ad una città Alta e una Bassa (non solo per ragioni geografiche - la parte a Nord della città oltre ad essere davvero ad un'altitudine maggiore rispetto al resto è anche la più ricca), e questo è lo scenario su cui il film si snoda, anche metaforicamente. Lotta di classe? Non solo.
Il prologo anticipa l'epilogo, e funge da scossa che ci sprona immediatamente a conoscere il motivo per cui i due protagonisti sono giunti a quel capolinea. E' un film che più che una lotta di classe fotografa in generale un'esasperazione, un'oppressione che emerge in dettagli assurdi per noi occidentali, ma che sono all'ordine del giorno per un cittadino di Teheran che vive in un regime, in un'oligarchia vera e propria. La lunga sequenza della festa è forse la migliore (lo stesso tipo di festa proibita che è fatale ai protagonisti dell'ultimo film di Ghobadi), ma anche la visita in gioielleria è emblematica, perchè esprime il rigetto della upper class a "sporcarsi" con la classe inferiore. In quella sequenza è anche espresso il livello di considerazione per la donna meno abbiente, che era il nodo cruciale de 'il cerchio', e gli assurdi sensi di colpa che è costretta a provare senza poter avere dinanzi un confronto di realtà che la spinga a realizzare che non c'è nulla di cui vergognarsi, che merita rispetto, che ha dei diritti come tutti.
Lunga e arzigogolata anche la penultima visita, al "figlio di papà", che racconta episodi futili e si lamenta della propria ricchezza. La mancanza di basi su cui dialogare avviene esclusivamente per condizione sociale, non per questioni culturali, e questo è il maggior segnale della povertà di un paese in cui il divario tra le classi è ancora molto, molto profondo, e crea repulsione e insoddisfazione.

Il sapore della ciliegia (di Abbas Kiarostami, 1997)


Tanto semplice quanto profondo. Il film è costruito in modo tale che ci sia una progressiva empatia dello spettatore nei confronti di un protagonista dal passato oscuro, dall'atteggiamento insistente fino a sfiorare la maleducazione, monoespressivo e stanco di ascoltare. E' il ritratto di un futuro suicida, lo scopriamo già dalla prima tappa di questa sorta di road-movie nella coscienza e nella visione della vita. Il primo "ospite" è un militare giovanissimo, la cui unica preoccupazione è di tornare per tempo in caserma. Il divario psicologico tra i due è abissale per via dell'immaturità del ragazzo, che si spaventa e scappa terrorizzato dalla prospettiva che si stava delineando.
Il secondo personaggio è distante perchè guarda prevenuto alla vita, forte (o debole?) del proprio credo; antepone a priori una convinzione dogmatica che esclude categoricamente l'idea di suicidio. Quindi si barrica nella propria convinzione ad un'eventuale scelta morale.
E' col terzo personaggio che il film lievita, il protagonista sembra avere una scossa, un risveglio impercettibile ma reale. Le immagini del tramonto e della landa desolata sono la cornice perfetta per i contenuti filosofici che il film assume. Pensieri semplici ma genuini, quelli del vecchio professore. La grandissima qualità è la capacità di ascolto, l'umanità e la pacatezza nell'esprimere le proprie ragioni, ma al tempo stesso il profondo rispetto per la scelta altrui. Al regista non interessa indagare le ragioni che possono spingere il protagonista al suicidio, ma l'esatto opposto, ossia le ragioni che potrebbero spingerlo a rinnegare il suo proposito.
Il finale è ambiguo, magico. Ognuno può riservarsi una spiegazione, logica o irrazionale che sia. Il dato di fatto è che il protagonista, qualunque scelta abbia operato, ha vacillato.
Un film straordinario, educato, non per tutti i momenti, che nasconde una vitalità impressionante.

Riff Raff (di Ken Loach, 1991)


Film di denuncia del Loach dei suoi anni migliori. In questo caso siamo alla fine del terzo mandato della Tatcher, e il dito è puntato con veemenza contro le condizioni disumane di lavoro in un cantiere edile. Si tratta di una commedia dai risvolti drammatici. Gli artifici più divertenti ma al tempo stesso agghiaccianti, utilizzati come veri e propri leitmotiv per l'intero film, sono i nomi falsi utilizzati dagli operai (un esercito di senzanome, la 'gentaglia' a cui allude il titolo appunto, per chi detiene il potere) e la raccomandazione a utilizzare il caschetto di protezione (l'emblema dell'apparenza delle condizioni di sicurezza). Robert Carlyle è eccellente in uno dei suoi primissimi ruoli da protagonista. Non manca la consueta storia d'amore ostacolata dal massiccio problema del lavoro, dello status sociale, della carenza nell'autorealizzazione che mina di conseguenza anche la stabilità relazionale. E' un film che trasmette un gran senso di solidarietà, scritto benissimo, con una serie di situazioni esilaranti (l'operaio nel bagno della casa in affitto; lo spargimento delle ceneri della madre del protagonista) e altre molto dure.

Ran (di Akira Kurosawa, 1985)


La summa dei jidai-geki, l'ultimo capolavoro dell'Imperatore, il mio film preferito degli anni '80.
Un film che smaschera innanzitutto i riti e le apparenze: la prima sequenza è indimenticabile. Saburo viene tacciato di impudenza dai fratelli e diseredato dal padre, perchè ha osato mettere in dubbio la presunta unione tra fratelli dopo la ridistribuzione del potere. Chi vede la realtà delle apparenze da un'altra prospettiva o è escluso o definito "pazzo", nel cinema di Kurosawa questa figura di antieroe distaccato dal mondo che gira nei suoi meccanismi ripetitivi e di convenzione è una delle più ricorrenti.
Il quadro generale è decisamente complesso ma sempre di facile lettura, e ciò avviene senza un piglio didascalico, ma con una successione di eventi catastrofici che generano un particolare effetto domino tale da rinvigorire la teoria della causa-effetto. Nelle sequenze "al presente" si incastrano in un moto inverso gli antecedenti riguardo Hidetora Ichimonji. Scopriamo così gli episodi di barbarie di cui si è macchiato, e di cui la propria coscienza sembra cominciare a concepire alla luce di quanto accade tra i suoi figli.
E' un passato che inevitabilmente si ripresenta, quello di RAN - CAOS, un Caos di cui l'uomo ha le sue colpe e in cui Buddha non può porre rimedio, o forse non esiste - in un finale ambiguo l'unica risposta lasciata in sospeso è proprio quella sull'esistenza di dio. RAN non è solo un viaggio nei meccanismi che determinano la sete del potere, ma anche tra i sentimenti e azioni che si generano a ruota continua da essa, come la vendetta, la ritorsione, il tradimento. Kaede (l'eccezionale Mieko Harada) è l'emblema di questo meccanismo secondario: Hidetora le ha distrutto la famiglia, lei ha solo meditato vendetta. Non è la prima volta nel cinema di Kurosawa che in un mondo così virile le poche donne ad essere tratteggiate siano delle abili calcolatrici che soggiogano gli uomini con una forza spaventosa. Accade anche ne 'la sfida del samurai' e in 'trono di sangue', ad esempio. Kaede è una figura ancora più diabolica, e sinceramente una delle più inquietanti mai viste sul grande schermo: la sua camminata spettrale, il suo sguardo monoespressivo, le sue parole dure e ferme, il suo tono placido ma glaciale. Ran è un film dai contenuti mostruosamente profondi ma espressi con una naturalezza apparentemente non filosofica, alla portata di chiunque, assolutamente mai confusivo o pusillanime. Ma è anche un film che vive e resta impresso per le sequenze. Molte, moltissime, dal pianto effimero di Kaede che mentre Jiro è di spalle schiaccia col velo una cavalletta con una naturalezza agghiacciante; oppure le sequenze di battaglia, come l'attacco al castello di Hidetora e i minuti senza sonoro, in cui la musica struggente di Toru Takemitsu accompagna immagini crudissime.
Ma RAN è anche un film che nonostante tutto mette in luce una profonda devozione e solidarietà umana, una, o meglio dire LA sola chiave che può salvare il mondo nei film di Kurosawa, quella che imperversa ne 'i bassifondi' in 'dodes'ka den' o 'dersu uzala', qui riprodotta tra condizioni sociali diverse: nel CAOS profondo il saltimbanco si misura con le riflessioni esistenziali e scopre che sta curando un vecchio, non il patriarca di una nobile stirpe. Non c'è più distinzione, siamo uomini alla pari e il "vecchio pazzo" nella sua condizione di "ritorno sulla terra" ci appare molto più vicino, un uomo che finalmente (seppur in modo tardivo) riesce a fare i conti con la propria coscienza e a ricucire per un minuto il rapporto con chi l'ha veramente amato (Saburo). In un minuto di riconciliazione (prima che Saburo venga ucciso da una fucilata) bisogna godersi un momento indimenticabile nella vicenda, nella riflessione più profonda sulla condizione umana, prima di risprofondare nell'agghiacciante verità. Senza dio nè Buddha, o forse no, ma in ogni caso in una realtà in cui l'uomo è artefice del proprio destino ma sembra dimenticarsene, "amando la sofferenza".

Edge of sanity - Purgatory afterglow (1994)



Purgatory è un corpo estraneo alla nascente scena di melodic-death di Göteborg pur annoverando una quantità impressionante di melodie, e al tempo stesso è la vernice rossa attraverso cui gli Edge of Sanity compiono il loro penultimo e già decisivo passo per svincolarsi dalla scia pericolosa degli Entombed (che proprio quell'anno diedero, a loro volta, una sterzata vigorosa al proprio trademark).
In fondo parliamo di un disco death-metal: 'silent' e 'of darksome origin', ad esempio, svernano persino riff black-metal (Andreas Axelsson ha radici black nei Marduk e lo stesso Dan Swanö in quegli anni è stato dietro la consolle in decine di dischi black-metal nei suoi Unisound), e malgrado l'inserimento di una quantità maggiore di clean vocals, il timbro di Swanö è sempre il growl roccioso ed espressivo che imperversava sui tre album precedenti.
A cambiare è la formula: Dan Swanö, il leader ventunenne del gruppo, è già un affermato musicista polivalente, e ama da impazzire i Marillion e il prog-rock inglese dei due decenni precedenti. La chiave di Purgatory è l'inserimento di questa passione nel death-metal, l'uso crescente di un cantato pulito profondo ed enfatico, e una rivisitazione quasi totale della distorsione del basso e delle due chitarre, oltre al bilanciamento tra gli strumenti stessi. A ciò si aggiunge infine il rientro in pianta stabile nel gruppo di Anders Lindberg dopo aver svolto il servizio di leva.

Una volta ho letto che su 'Twilight' viene utilizzata una sola chitarra e un basso distorto; non è così, ma l'effetto per l'ascoltatore è esattamente quello di assistere ad un leading-guitar continuo; Dread da questo disco ha finalmente maggior spazio per animare i brani proprio come su un disco di matrice prog farebbe la chitarra solista.
La prima volta di 'Twilight' resta prepotentemente impressa per molti aspetti: la voce soave e inaspettata di Swano sull'altrettanto imprevisto tappetino di tastiera. In quest'atmosfera sognante si erge il primo riff, che si ripete un paio di volte. Ma è a questo punto che come un fulmine a ciel sereno irrompe un riff di una potenza devastante, frutto di una chitarra distorta all'inverosimile. E' uno dei killer-riffs più memorabili di Dread.

In 'Blood-colored', il brano che preferisco del disco, gli Edge of Sanity riescono a rendere il connubio tra due generi così disparati (il death-metal e il prog) semplicemente perfetto: non c'è schizofrenia artistica, l'alternanza vocale di Swanö è parte di un unico, nuovo mood.
E' un disco che si distingue, con abilità ma senza virtuosismi, con un dosaggio misurato e mai eccessivo di melodie che serpeggiano in composizioni sempre pesanti, che non perdono di vista le origini death-metal.
Come se non bastasse al centro del disco gli Edge of Sanity inseriscono il loro brano più orecchiabile e celebre, il più studiato e imitato negli anni successivi, un brano che anticipa notevolmente la soffocante ondata goth-rock della seconda metà del decennio: è 'Black tears', spudoratamente catchy, con un refrain diabolicamente stuzzicante. Un brano che trova posto in un disco del genere con una naturalezza entusiasmante, perchè è come se in 3:14 la band avesse isolato tutta la vena rock che pervade il resto delle composizioni.
Nell'edizione giapponese in mio possesso chiudono due brani di 'Until eternity ends', il MCD che ha preceduto il disco.
L'artwork di Kristian Wåhlin, stupendo come sempre, racchiude l'universo musicale della band di Finspång, in costante evoluzione anche nelle tematiche sempre più sci-fi e fantasy.

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Edge of sanity - Until eternity ends (MCD, 1994)



Tre mesi prima di entrare in studio per le registrazioni di 'Purgatory afterglow', gli Edge of Sanity si chiudono per 14 ore negli Unisound del loro cantante Dan Swanö per incidere quattro brani, di cui tre inediti e una cover dei The Police.
'Until eternity ends' e 'Eternal eclipse' sono brani di Swanö, pervasi dagli stessi arrangiamenti rock e melodie che caratterizzano gran parte del seguente 'Purgatory afterglow'. C'è poco da aggiungere, a parte alcune variazioni vocali nella prima traccia, e un ritornello a-la Nightingale nel secondo, molto rock dunque. 'Bleed' è un brano scritto da Dread e da Benny Larsson, e cantato da Dread: è quindi una mazzata sui denti, cantata principalmente da Dread (o meglio, "Lead Vocal Insults on 'Bleed' by Dread" - si legge nella nota). La cover dei The Police è molto bella, tastierosa e cantata divinamente da Swanö, uno che sembra avere ogni dono musicale possibile, sicuramente l'artista svedese metal più eclettico e geniale degli anni '90.

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The Elysian Fields - We...the enlightened (1999)



I My dying bride che sposano (è proprio il caso di marcarlo) i Naglfar??? Ecco un gruppo formidabile purtroppo passato quasi inosservato o scartato a priori perchè:

1. Decisamente differente dal trend greco di quegli anni (l'unico gruppo vagamente simile, per cifra stilistica di ampiezza notevole ma non come sound tout court, sono i primi Nightfall)

2. Ha unito troppi elementi apparentemente senza legame, dal doom-death al black melodico, passando per furiose accelerazioni in tripla cassa, a partire dal secondo album purtroppo non umana.

Ma se l'utilizzo della drum-machine mette d'accordo sull'azzardo non esattamente congeniale rispetto all'ensamble, c'è da dire che raramente ho avuto modo di ascoltare e apprezzare una tale padronanza di generi così differenti. 'Adelain' era molto più doom, 'We...the enlightened' (1999) comincia ad aumentare in maniera esponenziale gli influssi svedesi, che sul disco seguente diverrano più accostabili alla scena melodica e meno a quella black ('12 Ablaze', 2001), fino ad un ultimo e discusso album che fonde parti alla at the gates a musica elettronica ('Suffering G.O.D. Almighty', 2005), smarrendo definitivamente quel tipo di orchestrazioni e di gusto per la musica classica e sinfonica che contraddistingueva con ardore e classe i tre dischi precedenti.
Questo terzo album è a mio avviso il migliore, il più composito e a tratti geniale, dotato di atmosfere epiche e riff travolgenti, e scomposto spesso tra divagazioni cupe e sognanti. Le uniche note non all'altezza della maestria strumentale di chitarre e arrangiamenti orchestrali sono proprio la drum-machine e il cantato di Bill, che diciamocelo è stato sempre un po' insipido.
Melodie struggenti e la sagacia nell'inserire strumenti come piano e violino al momento giusto fanno di questo disco un gioiello sinfonico, epico, che sprigiona con naturalezza a seconda dei momenti riff black, death e doom, in un quadro complessivo ad ampio respiro, gestito con competenza. I testi sono un po' pacchiani per i miei gusti, così come le foto con i pugnali (?!) dei due musicisti, ma si addicono all'atmosfera evocata dalla musica.
Per quanto riguarda i brani è difficile individuarne uno meno riuscito, sicuramente 'Their blood be on us' è il manifesto del gruppo. Spettacolare il finale di 'Until the night cries rise in your heart', che sconvolge chi ama 'Athenian Echoes' dei Nightfall. Mentre gli amanti del primo album si dilettano col successivo '...and the everdrawn faded away', letteralmente sventrato dal riff mydyingbridiano che ne caratterizza l'intermezzo. C'è anche spazio per i momenti che rasentano i Paradise Lost sia musicalmente che vocalmente (la conclusiva 'Wither, oh divine, wither'). Molto valida anche la strumentale 'The last star of heaven falls'.
Infine il momento più alto raggiunto dal disco, a mio avviso nell'intermezzo struggente di 'Arcana Caelestia', in cui violino, chitarre acustiche e melodie si sposano generando un quadro di bellezza rara.
Splendidi i riff black-metal di chiaro riferimento svedese, un disco che non può non piacere proprio agli amanti di questo genere.

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Red tide - Themes of the cosmic consciousness (1997)



Il primo album dei Red Tide, autoprodotto. Si evince immediatamente che le capacità tecniche dei quattro musicisti è notevole. Il genere proposto è un mix insolito tra Cynic e Candiria. Questi ultimi sono meno conosciuti ma a mio avviso sono un gruppo formidabile che mescola metal, jazz, hardcore e hip-pop. I Red Tide attingono principalmente da questa band di Brooklyn nelle strofe (l'andamento dei riff, spesso stoppati) e nel modo di cantare (non tanto nel timbro). Molti riff di stampo techno-death invece si rifanno ai Death di 'Human' (ma va?) oltre che a 'Focus' dei Cynic, e la distorsione delle chitarre ricalca molto quella utilizzata in questi due album di riferimento. Ci sono molti stacchi strumentali, in cui soprattutto i chitarristi si lasciano andare a piccoli virtuosismi spesso molto avvincenti. La mia preferita è 'Numbed Emotions', ma ogni traccia ha qualcosa da dire, sebbene il limite consista nel fatto che viene quasi sempre ripetuta una sequenza standard, in cui le parti fusion sono un po' troppo isolate rispetto al resto (un po' il problema di 'Pilgrimage' dei Vuvr, nonostante quel disco risulti molto meno death-metal rispetto a questo). Non so se successivamente in 'Type II' (2001) i Red Tide siano riusciti ad amalgamare meglio questi elementi, sta di fatto che dopo la realizzazione del secondo album si sono sciolti e sono spariti tutti eccetto il batterista Justin Foley che ha avuto molto successo nei Killswitch Engage.
Nei credits del disco vengono riportate le influenze, e oltre a Candiria e Cynic i due chitarristi Jeff Wu e Ian Kauffman citano una gran quantità di chitarristi eclettici e virtuosi, da Allan Holdsworth (maggior riferimento, a sua volta, di Jason Gobel e Paul Masvidal) a Al Di Meola.